«Un approccio innovativo per anticipare la diagnosi di Parkinson»

Al Forum di neuroscienza, l’11 e 12 giugno a Lugano, la Prof. Dr.ssa Med. Giorgia Melli* presenta in anteprima i risultati di una ricerca che punta a diagnosticare precocemente la malattia neurodegenerativa tramite l’analisi di biomarcatori nel sangue.

Di Fabio Lo Verso 27 maggio 2026

Il team di ricerca della Dr.ssa Giorgia Melli: da sinistra, Sandra Pinto, Francesco Ruggiero, Elena Vacchi, Rafailia Christou, Ankush Yadav, Giorgia Melli. Non presente sulla foto: Silvia Fumagalli, Domenico Dell’Aversana e Cristiana Berti.

 

Il suo intervento è atteso al Forum di neuroscienza, l’11 e 12 giugno all’Ospedale regionale di Lugano (Civico). A capo di un team di ricerca sulle malattie neurodegenerative, la Prof. Dr.ssa. Med. Giorgia Melli* annuncia in anteprima i risultati di uno studio che infonde una speranza nella lotta al Parkinson: l’identificazione precoce della malattia, ben prima che si manifestino sintomi quali l’irrigidimento dei muscoli, il rallentamento dei movimenti o il tremore. In tutto il mondo negli ultimi anni si sono intensificate le ricerche per fornire una diagnosi quanto più rapida e affidabile della patologia, ma la ricerca condotta dal team della dott.ssa Melli è stata la prima a inseguire «un sogno», ci dice: «Diagnosticare la malattia di Parkinson con un semplice prelievo di sangue».

Come è nata questa ricerca rivoluzionaria?
Giorgia Melli: L’idea è nata quasi per caso, discutendo un giorno con il gruppo di ricerca cardiovascolare coordinato dal Prof. Lucio Barile del Cardiocentro Ticino. Loro stavano studiando le cosiddette «vescicole extracellulari», si tratta di nanoparticelle prodotte da tutte le cellule del nostro corpo e rilasciate nei liquidi biologici come il sangue, la saliva, l’urina, le lacrime. Le studiavano nel quadro di una ricerca sulle malattie cardiovascolari, ma ci è parso chiaro che queste vescicole extracellulari contenessero una chiave per aprire uno squarcio nella lotta al Parkinson. Abbiamo proposto la nostra idea ad altri ricercatori, in Svizzera e in altri Paesi, che hanno aderito al nostro studio. Così ci siamo lanciati nella nostra ricerca.

Concretamente, qual è il beneficio per i pazienti?
La diagnosi tramite fluidi biologi può avvenire quando il danno cerebrale non è ancora così esteso. Oggi la diagnosi del Parkinson è solamente clinica, i sintomi motori che caratterizzano la malattia, è bene ricordarlo, si manifestano quando è già troppo tardi e il tessuto cerebrale è stato danneggiato. Nel momento in cui disporremo di farmaci per curare il Parkinson, che oggi sono tuttora in corso di sperimentazione, un test diagnostico precoce ci permetterà di individuare i pazienti che potranno beneficiare al massimo del trattamento.

Cosa vi ha condotto, lei e il suo team, a puntare sull’analisi delle cosiddette «vescicole extracellulari»?
Le vescicole extracellulari costituiscono dei promettenti biomarcatori diagnostici rilevabili, come detto, nel sangue con un semplice prelievo. Ora la nostra ricerca si è focalizzata sulle vescicole rilasciate nel sangue dalle cellule immunitarie e dall’endotelio vascolare, un sottile monostrato di cellule che riveste internamente vasi sanguigni, linfatici e il cuore. Ci siamo concentrati su questi biomarcatori per la loro capacità di veicolare informazioni sul coinvolgimento del «sistema immunitario» nella malattia di Parkison, un concetto nuovo per una patologia neurodegenerativa e non autoimmune. Siamo stati i primi ad aver seguito questa intuizione.

Perché vi siete focalizzati sul sistema immunitario?
Si sa che l’infiammazione cronica, sia nel cervello che periferica, è una concausa della malattia di Parkinson e con essa avviene un fenomeno di alterazione nel sangue. La nostra intuizione ci ha guidati a esaminare la situazione infiammatoria e immunitaria nei pazienti tramite le vescicole, che sono dei tessuti biologici facilmente accessibili. L’idea è nata nel 2019. L’anno successivo, nel 2020, abbiamo pubblicato il progetto pilota, ed entro la fine del 2026 pubblicheremo lo studio finale, finanziato dalla Fondazione Michael J. Fox per la ricerca sul Parkinson.

La ricerca si è svolta soltanto all’interno dell’EOC oppure è stata estesa ad altri centri ospedalieri?
Siamo partiti con un gruppo di ricerca del Cardiocentro di Lugano, poi abbiamo esteso la collaborazione ad altri ospedali con lo scopo di allargare le corti di pazienti. In tutto abbiamo analizzato oltre 350 campioni di sangue, una grossa parte provenienti da pazienti a Lugano, ma anche da San Gallo, Torino, Bologna, Barcellona e anche campioni messi a disposizione dalla Fondazione Michael J. Fox. Occorre evidenziare che lo studio delle vescicole extracellulari comporta anche un altro grande vantaggio.

Quale altro vantaggio comporta lo studio delle vescicole extracellulari?
Contengono proteine e acidi nucleici che permettono di capire quali sono i meccanismi patogenetici della malattia di Parkinson. Nel lungo termine questa comprensione potrà migliorare l’approccio terapeutico. Sottolineo che svogliamo anche un filone di ricerca sulla biopsia di pelle, partito nel 2015 e scaturito nella pubblicazione di diversi studi. Nelle terminazioni nervose periferiche della pelle in pazienti con malattia di Parkinson, attraverso biopsie cutanee, poco invasive, è possibile individuare dei biomarcatori precoci, cioè ben prima dello sviluppo dei sintomi caratteristici della malattia di Parkinson, che contengono informazioni molto utili, offrendo nuove prospettive per la diagnosi ma anche per il monitoraggio della patologia. La pelle rappresenta uno «specchio» del sistema nervoso nel Parkinson.

*Direttrice della Divisione di neuroscienze dell’Istituto di ricerca traslazionale (IRT) USI-EOC dedicata alla ricerca sulle malattie neurodegenerative. L’IRT è stato creato dall’Ente Ospedaliero Cantonale e dall’Università della Svizzera italiana, con sede a Bellinzona. Operativo dal luglio 2025, l’istituto mira a velocizzare il trasferimento delle scoperte biomediche alla pratica clinica.

 
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