A Palazzo federale sono in discussione progetti di legge che potrebbero indebolire le disposizioni vigenti a tutela delle lavoratrici e dei lavoratori. Responsabile delle politiche sindacali, Nora Picchi segue con occhio critico questa fase legislativa.
Di Michael Steinke ufficio comunicazione Syna
Palazzo federale a Berna. © DR 2026
In occasione dell’assemblea dei delegati di Syna è stata approvata una risoluzione a tutela dei diritti delle lavoratrici e dei lavoratori. Perché?
Nora Picchi: Attualmente sul piano politico c’è molto fermento. La maggioranza di destra a Palazzo federale, con diversi disegni di legge, punta a rendere meno stringenti le disposizioni di tutela, dai salari minimi al telelavoro, fino al lavoro domenicale, orientandole maggiormente verso gli interessi dei datori di lavoro. I temi spaziano. Ogni singolo disegno può sembrare di natura puramente tecnica, ma l’insieme delinea un quadro chiaro: la protezione delle lavoratrici e dei lavoratori è sempre più sotto pressione. Con la risoluzione approvata dai delegati, Syna lancia un segnale forte. Buone condizioni di lavoro, salari equi e un’efficace protezione della salute non sono privilegi, ma le fondamenta di un mondo del lavoro funzionante. Molti di questi diritti sono stati conquistati nel corso di decenni: non devono essere svuotati a poco a poco.
Perché questa evoluzione risulta proprio ora particolarmente problematica?
Perché molti lavoratori e lavoratrici sono già sottoposti a forti pressioni. Negli ultimi anni la pressione sul lavoro, lo stress e i disturbi psichici sono aumentati in modo marcato. Molte persone, dopo il lavoro, sono così sfinite che resta ben poca energia per la famiglia, gli amici o il tempo libero. In realtà oggi dovremmo discutere di come proteggere meglio i dipendenti. E invece si discute di progetti di legge che allenterebbero le vigenti disposizioni di tutela.
Prendiamo un esempio concreto: un regolamento per il telelavoro è attualmente in fase di elaborazione. Dove si situa per Syna la necessità di intervenire?
Per molte persone il telelavoro fa parte ormai da tempo della quotidianità professionale. Più di una persona attiva su tre lavora almeno in parte da casa. È in linea di principio giusto che il legislatore voglia creare regole chiare in materia. Problematica è tuttavia la concreta impostazione del progetto.
Dove si annidano i problemi maggiori?
A preoccuparci è soprattutto la prevista estensione della fascia oraria entro cui può essere svolto il lavoro. Oggi può essere prestato nell’arco di 14 ore, che in futuro dovrebbe estendersi a 17 ore. In tal modo il lavoro potrebbe teoricamente svolgersi tra le 6 del mattino e le 23 di sera. Naturalmente ben pochi lavorerebbero per l’intero arco di tempo. Ma è proprio qui che sta il problema. Fasce orarie così ampie rendono più difficile separare il lavoro dalla vita privata. Chi lavora la mattina e nel pomeriggio si occupa degli impegni familiari, poi la sera riapre il computer, finisce col rimanere mentalmente legato al lavoro per l’intera giornata. Guardiamo con occhio critico anche alla prevista riduzione del riposo giornaliero da undici a nove ore. Il recupero non è un dettaglio secondario, bensì un presupposto per la salute, la concentrazione e la capacità di rendimento.
I fautori di queste nuove norme sostengono che in cambio i lavoratori otterranno maggiore flessibilità.
La flessibilità può senz’altro essere un vantaggio. Molte persone apprezzano la possibilità di organizzare autonomamente la propria giornata lavorativa. Ma la flessibilità non deve andare unilateralmente a scapito della protezione della salute. Non tutti i dipendenti dispongono dello stesso potere contrattuale nei confronti del proprio datore di lavoro. Servono pertanto chiari paletti a livello legislativo. È positivo, ad esempio, che il progetto preveda un diritto all’irreperibilità. Sosteniamo espressamente questa richiesta. Le persone devono avere il diritto di staccare al termine della giornata lavorativa.
Non è una contraddizione introdurre da un lato un diritto all’irreperibilità ed estendere al contempo gli orari di lavoro?
Esatto: a che serve il diritto di non essere reperibili, se al tempo stesso crescono le aspettative sulla disponibilità? Fasce orarie di lavoro più ampie e riposi più brevi fanno sì che i confini tra tempo di lavoro e tempo libero si confondano ulteriormente. Ciò mette sempre più sotto pressione la protezione della salute. Il progetto consentirebbe addirittura, per determinate professioni, il telelavoro domenicale senza obbligo di autorizzazione.
Non solo nel telelavoro, ma anche nel commercio al dettaglio il lavoro domenicale rischia di estendersi. Come va valutata questa evoluzione?
La logica è la stessa: più disponibilità, orari di apertura più lunghi, quindi più flessibilità. Per i consumatori può sembrare allettante. Non bisogna dimenticare che ad ogni domenica di vendita in più corrispondono persone che devono lavorare. Per questo poniamo sempre la stessa domanda: chi trae vantaggio da questa flessibilità supplementare, e chi ne paga il prezzo? A nostro avviso, gli interessi delle lavoratrici e dei lavoratori non devono passare in secondo piano rispetto alle aspettative del mercato. Oggi la domenica continua a svolgere un’importante funzione sociale. Per molte persone è l’unico momento da condividere con la famiglia e gli amici, oltre a essere un giorno importante per il recupero e l’impegno nella società.
Per concludere, un altro dossier importante: contro la manovra del Parlamento a discapito dei salari minimi è stato lanciato un referendum. Di cosa si tratta?
Oggi in diversi cantoni e città vigono salari minimi legali. Ora il Parlamento ha deciso che i salari minimi di un contratto collettivo di lavoro dichiarato di obbligatorietà generale debbano avere la precedenza, anche quando sono inferiori a un salario minimo regionale. Questa decisione può avere conseguenze immediate. Una parrucchiera a Ginevra, ad esempio, guadagnerebbe circa 135 franchi in meno al mese, cioè una perdita di 1600 franchi l’anno. Non si tratta dunque di un dibattito teorico, bensì di ripercussioni molto concrete sulla vita della gente.
Non si potrebbe allora obiettare che i contratti collettivi di lavoro dovrebbero semplicemente prevedere salari minimi più elevati?
Un contratto collettivo di lavoro punta a disciplinare molto più dei salari: contiene disposizioni su vacanze, orari di lavoro, termini di disdetta, formazione continua e molti altri temi. Per questo i contratti collettivi sono importanti e preziosi. I salari minimi regionali adempiono però uno scopo diverso: proteggono i dipendenti a basso reddito dalla povertà e impediscono il dumping salariale. Tengono inoltre conto del fatto che in certe regioni svizzere la vita è nettamente più cara che in altre. A nostro avviso servono pertanto entrambe le cose: contratti collettivi di lavoro solidi e salari minimi efficaci.
Cosa significa questa evoluzione per i sindacati e per i dipendenti nei prossimi anni?
Ci troviamo di fronte a una fase cruciale. Molti diritti che oggi paiono scontati sono stati conquistati nel corso di decenni. Tra questi rientrano orari di lavoro regolamentati, periodi di riposo sufficienti, salari equi e la protezione dal sovraccarico lavorativo. Questi diritti vanno difesi e sviluppati ulteriormente. In un mondo del lavoro in continua evoluzione a causa della digitalizzazione e delle nuove forme di lavoro, servono sindacati forti a difesa delle lavoratrici e dei lavoratori. Solo così possiamo garantire che il progresso non avvenga a spese dei diritti di chi lavora.