Primo Levi, la Storia da ricordare sempre
36 anni fa veniva trovato morto lo scrittore e chimico che ebbe la fortuna – come egli stesso raccontò- di sopravvivere all’esperienza del lager
di Sandra Persello, docente di Lettere
Nato a Torino nel 1919, ebreo di famiglia borghese, laureato in Chimica e chimico di professione, catturato dai Tedeschi per le sue attività partigiane, Primo Levi viene deportato nel 1944 ad Auschwitz (campo di lavoro forzato ed insieme di sterminio): da quella dolorosissima e lacerante esperienza scaturisce il desiderio di narrare il ricordo mai estinto della terribile esperienza, che vede compimento nell’opera Se questo è un uomo.
Per una serie di circostanze relativamente “fortunate” verso la fine della guerra il governo tedesco, data la crescente scarsità di manodopera, stabilisce di allungare la vita media dei prigionieri da eliminarsi, sospendendo temporaneamente le uccisioni ad arbitrio dei singoli.
L’Autore scrive: “Non si tratta di forza ma di fortuna: non si può vincere con le proprie forze in un lager. Sono stato fortunato: per essere stato chimico, per aver incontrato un muratore che mi dava da mangiare, per aver superato le difficoltà del linguaggio […]; non mi sono mai ammalato, tranne una volta, alla fine, così sono riuscito ad evitare l’evacuazione dal lager. Gli altri, i sani, sono morti tutti, perché rideportati verso Buchenwald e Mauthausen in pieno inverno”.
Afferma inoltre: “Devo dire che l’esperienza di Auschwitz ha spazzato via qualsiasi resto di educazione religiosa ricevuta: c’è Auschwitz, quindi non può esserci Dio”.
Tornato dopo un anno e mezzo a Torino, si reinserisce nella vita” normale”, diventando direttore di una fabbrica di vernici.
Allo stesso tempo si affaccia la vocazione alla scrittura, per raccontare l’esperienza atroce vissuta, quale testimonianza e documento: Primo Levi usa una scrittura chiara, comunicativa, oggettiva, rigorosamente aderente ai fatti e attenta alle sfumature, priva di emotività e retorica.
Se questo è un uomo (1947) gode da subito di un’immensa diffusione, assurgendo alla statura di un vero e proprio classico, in maniera indipendente dal clima neorealistico di quegli anni. É uno studio acutissimo, scientifico e antropologico, sulle leggi che regolano quella società, che è fuori del comune, il Lager.
La rievocazione è quindi sorretta da un estremo rigore conoscitivo, che fornisce una sorta di riscatto intellettuale di ciò che sarebbe mostruoso ed intollerabile.
La tregua (1963) è come un’ideale continuazione del precedente romanzo, in quanto narra la lunga odissea del ritorno in patria dei deportati, attraverso tutta l’Europa orientale. Per molti essa viene considerata la sua opera più “alta” e vince la prima edizione del premio Campiello (1963).
“La tregua - dice l’Autore - è un libro più consapevole, più letterario e molto più profondamente elaborato”.
Le sofferenze e le pene sfumano spesso in una sorta di humour e la narrazione assume una dimensione avventurosa.
L’atmosfera generale è quella della liberazione dall’incubo nazista e, al tempo stesso, della sospensione del proprio destino, di “tregua” appunto.
Mentre però in Se questo è un uomo prevale la rappresentazione della perversa esperienza del campo di sterminio, ne La tregua il protagonistaè diviso tra il senso della libertà riacquistata, l’attesa del rientro a casa e l’angoscioso ricordo dei dolori e della sofferenza del lager, sempre accompagnato dall’acuta percezione che, nonostante tutto, non è possibile tornare a vivere come prima.
Seguono alcuni racconti: Storie naturali, Il sistema periodico, Lilit. In queste pagine è possibile ravvisare un altro aspetto di Primo Levi, la sua qualità di tecnico, che opera nell’industria, la sua formazione scientifica, che comporta chiarezza e ordine nel caos informe della realtà.
Alle tematiche della persecuzione degli Ebrei lo scrittore ritorna con un romanzo, Se non ora, quando? (1982) e il saggio I sommersi ed i salvati (1986), denso di riflessioni e di tormentosi interrogativi, ben lontano dalla compostezza delle opere precedenti.
Levi giunge alla conclusione di non essere riuscito a comprendere le ragioni profonde dell’“antisemitismo furibondo” di Hitler e della Germania, aggiungendo che, “forse, quanto è avvenuto non si può comprendere, anzi, non si deve comprendere, perché comprendere è quasi giustificare”.
Primo Levi viene trovato morto l’11 aprile 1987 nell’atrio del palazzo di corso Re Umberto n°75 a Torino, dove viveva, rinvenuto alla base della tromba delle scale dello stabile, a seguito di una caduta.
L’ipotesi più accreditata è quella del suicidio. Per alcuni si è trattato di una caduta, provocata dalle forti vertigini di cui soffriva. Certo è che aveva dovuto sospendere gli antidepressivi dopo un intervento chirurgico.
Egli stesso aveva scritto, a proposito di Jean Amery (anch’egli un deportato morto suicida) che nessuno sa le ragioni di un suicidio, neppure chi si è suicidato.
Forse provava un senso di vergogna per essere sopravvissuto allo sterminio, forse sentiva il peso di rivivere continuamente la sua sofferenza.
È sepolto presso il campo israelitico del Cimitero monumentale di Torino.