Berlinale 2026, viaggio nelle contraddizioni del festival
Un festival che fa dell’impegno la propria cifra, per la 76a edizione sceglie il silenzio sulla politica. L’arte per l’arte, e fuori piovono missili. Del tutto assente il cinema italiano.
Di Antonella Montesi inviata a Berlino 17 febbraio 2026
© Berlinale 12 febbraio 2026
L’Italia che ancora nel 2016 aveva vinto l’Orso d’oro con Fuocoammare di Gianfranco Rosi, quest’anno non ha neanche un film, in nessuna delle sezioni. Il perché ce lo spiega direttamente la direttrice della Berlinale Tricia Tuttle: in un’intervista, dice che i film italiani non sono stati selezionati non per qualità, ma per quantità, «sembra che gli italiani abbiano problemi con i finanziamenti». L’Italia quindi non ha presentato film, perché non li ha fatti.
E qui, senza dirlo esplicitamente, il riferimento è al Film tax credit, l’agevolazione fiscale per le produzioni cinematografiche. La politica culturale italiana ha subito una battuta d’arresto con gli ultimi due ministri della Cultura, Sangiuliano e Giuli. Dopo una serie di gestioni troppo disinvolte da parte delle case di produzione, soprattutto durante gli anni del Covid, sono stati bloccati tutti i finanziamenti e si è detto di fare una nuova legge al riguardo. La nuova legge non c’è ancora, quello che però ne è derivato è che le piccole produzioni indipendenti, non riuscendo più ad accedere ai finanziamenti, non lavorano più.
Roberto Saviano, presente alla Berlinale per un progetto cinematografico che lo riguarda, riserva parole durissime al governo attuale, definito il più ignorante della storia della Repubblica, dove lavorano solo amici degli amici, scrittori furbi. E i produttori italiani? Codardi. Si accontentano delle briciole, Saviano li esorta invece a ribellarsi, il futuro è il nulla, festival vuoti. Insomma un’apocalisse economico-culturale quella descritta dallo scrittore.
Tornando al festival: «Non parliamo di politica, parliamo di persone», così Wim Wenders, presidente di giuria della 76a edizione della Berlinale, durante la conferenza stampa di presentazione della giuria per i film in concorso. Conferenza stampa molto criticata, di cui si interrompe la diretta per un problema tecnico – sarà da crederci?
La prima domanda sull’impegno politico del festival arriva subito. Risponde Ewa Puszczyńska, produttrice polacca, famosa tra l’altro per il dramma sull’Olocausto, La zona d’interesse (2023). Dopo un goffo tentativo di arginare il tema, la produttrice dice espressamente che «è sleale» porre a loro cineasti questa domanda. Wenders cerca di sostenerla con la frase riportata sopra.
Da qui una valanga di commenti negativi, nel migliore dei casi, misericordiosi, come quello espresso da Arianna Finos, brillante critica cinematografica di Repubblica, che in un post mette in luce un aspetto ancora più fragile del regista: «Di Wenders mi sono stupita, ho avuto l’impressione di un signore di ottanta anni un po’ in un suo mondo, poetico ma forse chiuso ormai. Ma in passato ha sempre preso posizione».
Decisamente un inizio non buono per questa seconda edizione sotto la guida di Tricia Tuttle che nel suo primo anno ha presentato un programma ancora di transizione con le gestioni passate, quella più piaciona del berlinese Dieter Kösslick, vero artefice della rinascita del festival dopo la caduta del Muro, e quella più squisitamente cinefila di Carlo Chatrian, estromesso in malomodo dopo una brevissima presenza.
Quest’anno Tricia Tuttle e il suo team, fortemente rinnovato nelle posizioni chiave, presenta un festival dove tutto è nuovo e tutto è diverso, a cominciare dalla scelta del film d’apertura. Mentre negli ultimi anni si sono presentati film di registi famosi, Ozon, Scorsese, spesso americani, con Tuttle tutto ciò appartiene al passato.
Quest’anno il film d’apertura è No Good Men, della 36enne regista afgana Shahrbanoo Sadat. Un’opera priva di compiacimento e dramma gratuiti, una quasi storia d’amore ambientata a Kabul poco prima della presa di potere da parte dei talebani nel 2021; soprattutto la storia di una giovane donna che, proprio come qualsiasi donna occidentale, deve districarsi tra una separazione che rischia di toglierle il figlio di tre anni, e il mondo del lavoro maschilista nel quale lei, operatrice televisiva, rischia sempre di venir discriminata, perché donna.
Riguardo al programma, c’è poco da girarci intorno: non convince, per non dire direttamente che non piace. Ascoltando vari pareri di giornalisti e addetti ai lavori, c’è difficoltà ad orientarsi, manca un filo conduttore, anche se la rassegna pone al centro le questioni di genere – quest’anno la Berlinale festeggia i quarant’anni del Teddy Award, il premio per film ed artisti queer –, ma anche i temi caldi della decolonizzazione, con Black Lions - Roman Wolves, saga sulla storia dell’Etiopia dal 1896, dell’inclusività e delle migrazioni.
Quello che manca davvero è soprattutto una filmografia immediatamente più riconoscibile per noi europei. E in effetti in questa edizione è scomparsa la centralità europea del festival. Dei circa trecento film in programma, la maggior parte sono di provenienza asiatica, africana e latino-americana. Tricia Tuttle, direttrice di grande pragmatismo, ha subito affrontato il tema e prevenuto le possibili e prevedibili critiche. Nella conferenza stampa di presentazione del programma ha dichiarato che, chi non trova qualcosa da amare qui, non ama il cinema: If you don’t find something to love here, you don’t love cinema. Non mettendo però a tacere tutte le polemiche.
Orso d’oro alla carriera a Michelle Yeoh
Come se evitare le polemiche fosse una cosa facile. Le polemiche ci sono, perché queste scelte di coraggio vengono poi contraddette o almeno controbilanciate da altre scelte, che rimettono il festival in riga con scelte di comodo. Allora ecco che un critico cinematografico di tutto rispetto, il nostro Alberto Crispi, biasima, e noi siamo con lui, la scelta dell’Orso d’oro alla carriera a Michelle Yeoh, moglie di Jean Todt, potentissimo uomo ex-Ferrari e Formula Uno sposato nel 2023, che in tarda età, l’attrice è del 1962, non arriva a raccogliere premi. Crespi la definisce miracolata: Oscar come miglior attrice nel 2023, dove erano in lizza attrici ben più talentuose come Cate Blanchett e Ana de Armas.
Allora la coerenza di fare cinema di rottura dove sta? Inutile far vedere film del terzo mondo se poi diamo i premi e la visibilità ai soliti noti che occupano anche poltrone di prestigio oltre l’universo cinematografico: Michelle Yeoh è stata inserita nel Comitato olimpico.
Film belli? Alla 76a edizione della Berlinale sinceramente non ne abbiamo visto nessuno, a parte la piacevolezza di quello d’apertura, No Good Men. Assolutamente da vedere. Everyboby digs Billy Evans di Grant Gee, nonostante la bravura del cast, è davvero noioso, ed anche l’uso del bianco e nero non riesce a renderlo interessante. Con Rosebush Pruning di Karim Aïnouz, dai primi fotogrammi abbiamo pensato: finalmente un bel film, belle immagini, bella musica, bel cast - sono pure tutti belli e giovani. Poi, appena la storia ha iniziato a svilupparsi, ci siamo ripensati.
Karim Aïnouz cita espressamente nei titoli di coda di essersi ispirato a I pugni in tasca (1965), dramma del nostro Marco Bellocchio sull’implosione della famiglia borghese. In questo film molto carnale, dove la scena più forte è quella di un branco di lupi che sbranano un agnello morto, c’è poco e niente della crisi della famiglia e della rappresentazione della famiglia disfunzionale. Sembra di più una pubblicità per i grandi brand di moda, tutto il tempo si parla di borse e scarpe Bottega (Bottega Veneta) e di anelli Cartier. Film bocciato anche se ha avuto il pregio di aver portato al festival alcune delle poche star e quel glamour che non può mancare, con Pamela Anderson, Callum Turner, bello come il sole e candidato come prossimo James Bond, e Jamie Bell, il Billie Elliot del 2000.