Bolgheri, la regina dei terroir fa tappa a Zurigo
L’evento, organizzato dalla rivista Vinum ed al quale partecipano quaranta produttori, è un’occasione per ripercorrere la storia di questo terroir iconico conosciuto per i più famosi supertuscan.
Di Antonella Montesi 5 febbraio 2026
Che emozione, in una fredda giornata zurighese immergersi nei profumi, nei colori e nei sapori dei vini di Bolgheri. L’evento, organizzato dalla rivista Vinum, è senz’altro uno dei più interessanti del momento. Lo scorso 2 febbraio, nella capitale economica della Svizzera, quaranta dei sessanta produttori di questo territorio, compreso tra le due vie simbolo del vino, la mitica Vecchia Aurelia e la strada Bolgherese, hanno presentato i loro prodotti.
Un viaggio tra bianchi e rossi bolgheresi
La masterclass che apre l’evento è affollatissima. Circa un centinaio di addetti ai lavori, tra giornalisti, agenti di commercio, enogastronomi hanno l’occasione di provare tredici vini, dalle cantine emergenti a quelle storiche, dalle etichette più conosciute come Ornellaia e Sassicaia, alle più recenti. Si comincia con un tris di bianchi. Essì, perché la rossissima Bolgheri nasce bianca. Quando Piermario Meletti Cavallari, fondatore di Grattamacco, azienda storica del 1977, da Bergamo arrivò a Bolgheri, trovò uve di trebbiano e malvasia, a testimonianza che la vocazione bianchista in questo territorio storico, non era nuova.
E il primo bianco che proviamo è un vino che ha scritto la storia: il Bolgheri Doc Vermentino Costa Giulia, 2024 dell’azienda di Michele Satta. Anche lui venuto da lontano, Satta viene da Varese, nel primo vigneto affittato trova filari di vermentino. Il resto lo fa la sua energia pionieristica che lo porta a sperimentare tecniche apprese lungo il Rodano e a creare un vino che va oltre gli schemi classici della verticalità, caratterizzata da una vivace freschezza e una slanciata acidità.
La suddivisione dei vini proposti nella masterclass è classica: bianchi, rossi, superiore e il Bolgheri Sassicaia. Con alcune piacevoli novità, come il Bolgheri Doc Rosso Artemio, 2023 de Le vigne di Silvia, azienda dell’ex calciatrice professionista Silvia Fuselli, giovane produttrice, classe 1981, che con una piccola azienda di sei ettari produce questo ottimo rosso, a base cabernet e dalla struttura ed i tannini accentuati.
Essere presenti a Bolgheri è una tappa obbligata anche per le grandi aziende nate e sviluppatesi altrove. È questo il caso di Caccia al Piano, acquistata nel 2003 dalla famiglia Ziliani, fondatori in Franciacorta di Berlucchi e leader nel settore del metodo classico. La tenuta era prima una vecchia riserva di caccia, di qui il nome, dei conti della Gherardesca.
Proviamo il Bolgheri doc rosso Ruit Hora, 2023. Il nome si rifà alla locuzione latina che allude alla fuga veloce del tempo e soprattutto all’imminenza della morte; è anche il titolo di una delle Odi barbare di Carducci, che trascorse parte della sua infanzia e giovinezza a Bolgheri ed in onore del quale, nel 1907, la vicina Castagneto marittimo assunse il nome di Castagneto Carducci.
Tra i vini della denominazione superiore, troviamo sia le aziende storiche che hanno creato Bolgheri nei secoli: Grattamacco, Ornellaia, sia chi riscopre un ritorno alle origini, come Alessandro Scappini, della tenuta Podere il Castellaccio, fondata dal nonno materno sessant’anni prima. Scappini, dopo una carriera da cavaliere professionista specializzato in dressage e monta classica ed aver lavorato nel commercio, nel 2009 si dedica all’azienda di famiglia con un approccio nuovo. Riprende in mano i vitigni autoctoni, sangiovese, ciliegiuolo che conferiscono ai suoi vini un carattere preciso. Stessa storia di passaggio di mani ad una generazione giovane ed intraprendente è quella di Campastrello Socci, tenuta storica, dal 2017 portata avanti dalla figlia Martina Socci.
A Bolgheri non mancano gli stranieri. Come l’imprenditore austriaco Stanislaus Turnauer, che dal 2015 ha acquistato la tenuta Argentiera. Situata al sud del territorio bolgherese, vicino Donoratico, dove le brezze marine sono più presenti, conferendo maggior sapidità e mineralità ai vini.
Albiera Antinori (a sinistra), presidente della Marchesi Antinori, con Antonella Montesi. © Zurigo, 2 febbraio 2026
Marchesi Antinori: futuro antico
La vera regina di questo evento zurighese è lei: Albiera Antinori, la maggiore delle tre figlie – le altre Allegra ed Alessia – del marchese Piero Antinori, fratello di Lodovico, di cui parleremo più avanti. Albiera, presidente della Marchesi Antinori, insieme al resto della famiglia porta avanti una tradizione lunga ventisei generazioni, iniziata nel 1385, da quando Giovanni di Piero Antinori entrò a far parte dell' Arte Fiorentina dei Vinattieri. Rappresentano un futuro antico, come si definiscono nel loro sito.
La Marchesi Antinori è un mondo a sé, presente con aziende sparse sul territorio italiano e nel resto del mondo, dal Cile alla California, oltre che in varie nazioni europee. Produttrice di supertuscan, nel territorio del Chianti, con le due etichette emblematiche Solaia e Tignanello, dall’omonima tenuta, a Zurigo è presente innanzitutto con l’iconico Guado al Tasso, un Bolgheri Doc Rosso Cont’Ugo, 2023, prodotto nella tenuta situata nell’Anfiteatro Bolgherese: una serie di colline che racchiudono la pianura che si affaccia sul mare, capace di creare un microclima unico, con grandi escursioni termiche, dove l’aria fredda che, di notte, scende dalle colline, rinfresca i filari. Il vino che degustiamo, composto da un blend di cabernet sauvignon, merlot, cabernet franc e a volte una piccola quota di petit verdot, proviene da una vigna di 24 ettari, sui complessivi 320 della tenuta.
I supertuscan: Ornellaia e Sassicaia
L’attesa comunque è tutta per i supertuscan. Si comincia con Ornellaia e le storie che orbitano attorno a questo vino certamente contribuiscono al suo fascino. Nato negli anni Ottanta dalla voglia di sperimentazione di Lodovico Antinori, figlio ribelle della casata, forte di una storia vinicola di 600 anni. Lodovico ama l’avventura. Lo troviamo fotogiornalista nel Laos durante la guerra. Si trasferisce poi negli Stati Uniti, arriva nella Napa Valley, in California, dove apprende le tecniche sia commerciali che vinicole.
Tornato a Bolgheri e ispirato dal successo del Sassicaia - prodotto dal cugino Nicolò Incisa della Rocchetta -, Lodovico Antinori individua il potenziale del territorio per i vitigni bordolesi (cabernet sauvignon, merlot, cabernet franc), forte delle competenze dell’enologo russo André Tchelistcheff, uno dei winemaker più influenti dell’America post-proibizionismo, laureatosi all’Università del vino di Bordeaux e attivo negli anni Trenta proprio nella Napa Valley, dove sperimenta con il cabernet sauvignon, piantandone in una vigna cloni diversi per vedere quale desse la miglior resa. Lodovico lo porta a Bolgheri. Nasce così l’Ornellaia, che prende il nome dagli ornielli, dei frassini presenti in loco in una piccola macchia. Il vino, ottenuto da un’attenta selezione di cabernet sauvignon, merlot, cabernet franc e petit verdot, fu proclamato dal mensile americano Wine Spectator il miglior vino del mondo (il millesimo 1998).
La strada dell’Ornellaia è stata comunque impervia. La prima annata viene messa in commercio nel 1984 solo per il Giappone. In Italia il primo Ornellaia arriva nel 1989 con l’annata 1985. La critica reagisce male, non lo capisce e lo stronca. Nel frattempo Lodovico sviluppa il progetto di un merlot in purezza che nel 1988 esordisce con il nome di Masseto, sul modello del Pomerol bordolese. Un trionfo immediato che fa decollare anche il primogenito Ornellaia, e da qui è storia scritta nei libri. Da vent’anni la tenuta Ornellaia è passata di mano. Lodovico Antinori ha venduto alla famiglia Frescobaldi, anche loro casato nobile con una lunga tradizione nel mondo vinicolo.
Bolgheri territorio di conquista straniera
Ed arriviamo al Sassicaia. Alla nostra degustazione, come è giusto che sia, viene presentato per ultimo. Quando si dice Sassicaia, si dice Tenuta San Guido; quando si dice Tenuta San Guido, si intende la famiglia Incisa della Rocchetta. Marchesi imparentati con gli Antinori, a loro volta imparentati con i della Gherardesca. Questa la Bolgheri di lignaggio e tradizionale. Poi ci sono le new entries, come abbiamo già detto, chi, già presente con successo nel mondo del vino, ne fa una questione di prestigio possedere una tenuta qui. Ed allora ecco Feudi di San Gregorio, di Antonio Capaldo.
La più grande azienda vinicola del sud d’Italia, 30 milioni di fatturato l’anno, e la prima del sud ad acquistare al nord – in genere è il contrario – ora presente a Bolgheri con Campo alle Comete, acquistata di recente, nel 2016 dal principe Girolamo Guicciardini Strozzi (primo presidente nonché fondatore del Consorzio della Vernaccia). E poi il piemontese Gaja (Ca’ Marcanda), il lombardo Folonari (Tenuta Campo al Marte). E gli stranieri? A parte il già citato austriaco Turnauer, ci sono ancora il magnate argentino Alejandro Bulgheroni, proprietario delle tenute Meraviglia e Le Colonne, che vanta una cantina-gioiello dentro un ex-cava; il miliardario russo Konstantin Nikolaev ed altri ancora.
Bolgheri: tradizione che ha saputo rinnovarsi
La doppia personalità di Bolgheri è proprio questa, una realtà in cui convivono due dimensioni, quella capitalista, portata avanti da imprenditori per lo più giovani, per lo più non locali, se non stranieri, e quella agricola, basata sulle famiglie nobili presenti da secoli sul territorio. Che però hanno saputo portare avanti ed anzi anticipare una loro visionarietà, basti pensare ai vini lanciati e soprattutto al fatto che fino ad alcuni decenni fa, il territorio di Bolgheri era dedito alla mezzadria ed alla produzione di frutta ed ortaggi.
E comunque sono sempre più le zone grigie, una via di mezzo tra l’approccio capitalista e quello tradizionale, la contraddizione è solo apparente. Qui, sulla stessa strada, convivono piccole aziende agricole e grandi gruppi vinicoli, venuti per diversificare il proprio portfolio vini. Il sostrato agricolo non sparisce nonostante la nuova dimensione internazionale ed il successo di questa formula è dimostrato dal fatto che Bolgheri sia oggi la denominazione che in Italia possiede il valore medio delle proprie bottiglie più alto ed una produzione pienamente assorbita dal mercato.