Legge elettorale, la riforma che stravolge il voto all’estero
Il testo approda ai primi di settembre a Palazzo Madama, e alla fine dello stesso mese farà un ultimo passaggio a Montecitorio. Prevede un’unica grande circoscrizione mondiale per il Senato e una divisione ridotta — «Europa e resto del mondo» — per la Camera.
Di Guido Gozzano 21 agosto 2026
Dopo la cocente sconfitta a sorpresa alla Camera, lo scorso 14 luglio, bocciando per un solo voto un emendamento sulle preferenze e alternanza di genere, 188 contrari e 187 favorevoli a scrutinio segreto, la maggioranza ha fatto i compiti durante l’estate e siglato un’intesa su quei punti dolenti che al governo Meloni hanno fatto subire un enorme smacco. L’accordo è stato tradotto in un emendamento unitario. Dai primi giorni di settembre, il testo è all’esame della commissione in Senato, e poi in aula dal 9 settembre. Il voto finale a Palazzo Madama è già calendarizzato il prossimo 15 settembre.
Lo sprint impresso da governo e maggioranza punta a chiudere il ciclo parlamentare entro la fine di settembre con l’ultimo passaggio a Montecitorio, dove potrebbe tornare l’incognita del voto segreto che ha già mandato sotto l’esecutivo. Ora l’obiettivo per il governo Meloni, che il 4 settembre celebra il record di longevità nella storia della Repubblica, è non ricadere nella trappola della faida interna.
Mentre il 53% dei cittadini non è al corrente della riforma elettorale, secondo un sondaggio Ipsos pubblicato a fine giugno, e l’8% crede che sul tavolo non vi sia alcuna proposta, le opposizioni criticano fortemente il testo per i rischi di alterazione della rappresentanza democratica.
Intanto se la legge entrerà in vigore nella sua versione attuale, verrà stravolto il voto all’estero. La riforma prevede un’unica grande circoscrizione mondiale per il Senato e una divisione ridotta — «Europa e resto del mondo» — per la Camera, lasciando inalterato il numero dei parlamentari eletti, ma sollevando timori sulla rappresentanza delle comunità più piccole. Oggi le circoscrizioni Estero sono in tutto quattro, sia per la Camera che per il Senato: Europa, America meridionale, America settentrionale e centrale, mentre la quarta comprende Africa, Asia, Antartide e Oceania.
Eletto in quest’ultima ripartizione, per la precisione in Australia, il senatore Pd Francesco Giacobbe si è fatto due calcoli: «Questa riforma praticamente eliminerà di fatto, nella sostanza, i rappresentanti del Nord America e del resto del mondo», spiega il parlamentare, «dato che la maggior parte degli italiani all’estero si trova in Europa e nell’America meridionale». Anche il deputato Pd Christian Di Sanzo, eletto nel collegio Nord e Centro America, teme per la rappresentanza dei suoi elettori in Parlamento: «Dal momento che il Sud America conta 2,1 milioni di italiani, rispetto al Nord America che ne conta circa 580mila e all’Africa-Asia-Oceania che ne conta 340mila, è evidente che gli eletti di ogni partito nelle liste per preferenze sarebbero tutti provenienti dal Sud America, eliminando così per sempre la rappresentanza del Nord America e dell’Africa-Asia-Oceania».
Insomma la riforma costituisce un grave passo indietro per la rappresentanza degli italiani nel mondo. «Sul voto degli italiani all’estero è andata in scena una grande ipocrisia: maggioranza e campo largo, uniti nel bocciare le nostre proposte, tutti più interessati a conquistare nuovi seggi, o a trattenere le proprie poltrone, che a migliorare il sistema», dichiara Federica Onori, deputata del partito Azione, eletta nella circoscrizione Europa.
«La circoscrizione Estero non può diventare il terreno su cui una maggioranza riscrive le regole del gioco a proprio favore, per la propria convenienza elettorale», afferma il deputato Pd Toni Ricciardi, eletto nella circoscrizione Europa: «La riforma mortifica una comunità che ha contribuito alla storia e alla crescita del Paese e che continua a rappresentare una parte fondamentale dell’Italia. Chi è eletto all’estero conquista il consenso attraverso le preferenze e un rapporto diretto con gli elettori. La maggioranza, invece, sceglie di riscrivere le regole perché incapace di costruire quel consenso».