Israele dopo Gaza, i risvolti corrosivi della radicalizzazione
Psichiatri israeliani e membri della Knesset sono allarmati dal numero di burn-out e suicidi in aumento fra i soldati al ritorno dalla striscia. Segnato da un recente e inatteso esodo silenzioso, il Paese è da oltre due decenni pervaso dalle ortodossie più estreme. Percorriamo assieme al professore Riccardo Bocco, del Graduate Institute di Ginevra, alcune fasi dell’inasprimento cruento della società israeliana.
Di Fabio Lo Verso 30 giugno 2026
Le macerie a tappeto oltre le tende inzuppate, il fango alle caviglie. La fame e la sete, gli aiuti umanitari al contagocce. Gaza è uno scheletro, levigato fino all’osso, non rimane più niente, tant’è che i roditori si gettano sui bambini la notte. Gaza è il ventre vuoto dell’orrore, l’insostenibile destino di un popolo decimato, dilaniato, gli innocenti e indifesi deprivati di acqua e cibo, dignità e futuro. Un massacro deliberato, incommensurabile con la carneficina del 7 ottobre 2023. Il culmine della radicalizzazione che ammanta Israele: come si può restare in equilibrio?
«Sono molto preoccupato per la società israeliana», mi confida Riccardo Bocco, professore al Graduate Institute di Ginevra, oggi in pensione. Ha vissuto vari anni in Giordania, Palestina, Israele e Libano, dove ha condotto ricerche accademiche su diversi temi, in modo particolare sulle politiche di sviluppo e di state-building, e sulle questioni relative ai rifugiati e all’aiuto umanitario.
Il professore mi riceve nella sua dimora ginevrina, prepara una ricetta iraniana a base di carne, melanzane e ceci, servita con un vino siciliano; con un balzo la sua gatta, Briciola, si unisce a noi al tavolo della cucina. Ci rammentiamo quando nella primavera del 2015, allora ero direttore del mensile La Cité a Ginevra, una foto di Gaza aveva scosso il mondo: mostrava un tappeto rosso di 60 metri steso fra le macerie nelle aree più bombardate della striscia. Il simbolo shock del Red Carpet Human Rights Film Festival, alla prima edizione a Gaza. Con la foto sotto gli occhi, avevo chiamato il professore Bocco al Graduate Institute, dalla discussione era scaturito un articolo sul ruolo dei film e documentari nella ricostruzione delle identità collettive durante i conflitti armati, il tema del suo ultimo progetto di ricerca: «Violenza, memoria e cinema».
Ora prendiamo l’istantanea di quegli anni e proviamo a accostarla alla fotografia di Gaza nel 2026. La furia dell’esercito non ha risparmiato nulla. è la quinta guerra dal 2008, alla quale si sommano almeno una decina di operazioni militari. Ma ora più che in passato, al loro ritorno da Gaza, i soldati affrontano una «crisi di salute mentale». Fra i circa 500 mila riservisti spediti nella striscia, «oltre 40 mila, quasi uno su dieci, ricorrono a cure psichiatriche», sottolinea Bocco. Il dato in sé fa riflettere. Ma fa ancor più riflettere il modo in cui è stato ora reso conto della sofferenza dei militari, descritti come «moralmente feriti» a causa della partecipazione «doverosa» a una guerra «esistenziale».
La diagnosi di trauma morale è utilizzata per assolvere dal senso di colpa gli autori di un immane sterminio che, nel settembre del 2025, una commissione indipendente dell’Onu ha caratterizzato come «genocidio», sottolinea Bocco. Nell’ansia di liberarsi da ogni responsabilità e di mostrarsi «costretti» nell’aver commesso un massacro, la realtà viene capovolta: «Da carnefici a vittime». Il professore scuote la testa: «Superare un trauma con le menzogne?».
La metodologia, infatti, non sembra funzionare. Psichiatri israeliani e membri della Knesset si dichiarano allarmati dall’«epidemia di burn-out e suicidi» in corso . Chi non si toglie la vita, è invece curato con droghe di ogni tipo, cannabis sintetico, LSD, ecstasy e metanfetamine. Sullo sfondo, c’è una società che da lungo tempo fa un uso massiccio di stupefacenti. Nel marzo 2023, il Taub Center for Social Policy Studies in Israel registra livelli di consumo di oppioidi pro capite fra i più alti al mondo, superando gli Stati Uniti. Israele, da start-up nation a drug-nation?
Inoltre Israele è per la prima volta segnato da un esodo silenzioso. «Nel 2025 la cifra di israeliani che hanno lasciato il Paese è stata di due terzi superiore agli israeliani che sono arrivati», indica Bocco. Osservando il fenomeno da vicino, la maggioranza sono giovani tra 25 e 35 anni, i protagonisti in prima linea della start-up nation.