Prato, il laboratorio sindacale dove gli invisibili alzano la testa

Nella cittadina toscana, il più grande distretto tessile d’Europa, un piccolo sindacato di base strappa contratti regolari a datori di lavoro internazionali mostrando il lato oscuro del Made in Italy.

Di Federico Franchini 27 marzo 2026 Alberto Campi foto

Foto © Alberto Campi

 

Un’ultima lettura dei fogli appena stampati ed ecco la firma. Poi, i tre padroni cinesi e il loro avvocato italiano si alzano e se ne vanno, abbozzando uno spento arrivederci. Non appena la porta si chiude, scoppia l’applauso e partono gli abbracci. Lo sciopero degli scorsi giorni ha dato i suoi frutti: «Da domani lavorerò solo otto ore al giorno per cinque giorni, non più dodici ore per sei giorni», ci dice raggiante Raza, un operaio giunto circa due anni fa a Prato dal Pakistan, dove ha lasciato tutta la famiglia.

Siamo nella sede del Sindacato Unione Democrazia e Dignità (SUDD) Cobas, nel centro storico della cittadina toscana. Alle pareti, un drappo con alcuni articoli della Costituzione italiana tradotti in varie lingue e i manifesti della campagna 8x5, che rivendica giornate lavorative di otto ore distribuite su cinque giorni. Sugli scaffali, gli attrezzi del mestiere: megafoni, bandiere, tamburi e anche un cappellino di Unia, ricordo di una trasferta a Ginevra fatta per denunciare le pratiche anti-sindacali del marchio di lusso Montblanc, controllato dal gruppo Richemont (leggi qui).

Strike days

È da poco passato mezzogiorno e nell’ufficio c’è un viavai di ragazze e ragazzi che escono per la pausa pranzo. SUDD Cobas ha solo tre stipendiati, tutti gli altri sono militanti. Una rete indispensabile per organizzare una lotta che, nelle filiere del cosiddetto «pronto moda», è partita nel 2018: «Abbiamo ereditato la pratica del blocco ai cancelli del settore della logistica, in cui eravamo già attivi, ma con una realtà molto più frammentata e complessa», ci racconta Arturo Gambassi, uno degli artefici dell’accordo ottenuto a favore di Raza e di quattro suoi colleghi. Per ottenere il miglioramento delle condizioni lavorative sono stati necessari tre scioperi, due nelle stirerie in cui lavorano gli operai e uno presso l’azienda che fa capo a questi servizi.

Un esempio che la dice lunga sulla sfida organizzativa che il sindacato sta affrontando in un settore frammentato tra piccole imprese e le varie fasi di lavorazione. «Nella primavera 2025 abbiamo lanciato la campagna 8x5 facendo degli scioperi a staffetta, dove non appena ne finiva uno se ne iniziava subito un altro» spiega Arturo. Il sindacalista ci racconta come in seguito, di fronte a un numero crescente di richieste dei lavoratori, è stato necessario un ulteriore sforzo: «Abbiamo suddiviso Prato in zone, creando delle assemblee e riuscendo a portare avanti più azioni contemporaneamente, grazie all’appoggio di militanti e degli operai che già avevano ottenuto un contratto. Siamo così riusciti a sviluppare una solidarietà orizzontale tra lavoratori di aziende diverse, trattandoli come colleghi di una stessa grande fabbrica diffusa sul territorio».

Risultato: tra la primavera e la fine di luglio del 2025, durante quelli che furono chiamati gli strike days, c’è stata un’ottantina di scioperi in tutta una serie di aziende dove a farla da padrone era lo sfruttamento e il lavoro nero. «In quasi tutti i casi abbiamo ottenuto un accordo», conclude Arturo.

Pronto moda

A pochi passi dalla sede del sindacato, si staglia una delle ciminiere che bucano il cielo di Prato, tracce che ricordano che questa città ha fatto del tessile la propria ragione d’essere da secoli. È quella dell’ex Cimatoria Campolmi, un tempo fabbrica per la lavorazione dei tessuti e oggi museo che racconta la storia manifatturiera di questa città operaia spesso paragonata a Manchester, simbolo della rivoluzione industriale in Inghilterra. Prato è tuttora il più grande distretto tessile europeo.

Negli ultimi decenni, tuttavia, si è assistito a un cambio di modello. La produzione di tessuti ha subito un duro colpo e, contemporaneamente, è esplosa l’industria del pronto moda, con la materia prima che arriva dall’estero e che qui viene solo lavorata, etichettata e imballata per poi essere venduta a commercianti e catene dell’abbigliamento a basso costo. Oggi, la maggior parte delle circa 7 mila aziende del settore è in mano a imprenditori originari di Wenzhou, la capitale cinese del tessile. Sono stati loro, a partire dalla fine del secolo scorso, a sviluppare questo modello produttivo basato sulla velocità e sullo sfruttamento della manodopera.

Attenzione, però, a non trarre conclusioni affrettate: «La crisi del tessile ha cause strutturali da ricercare nella fine dell’Accordo Multifibre nel 2003, che per anni aveva garantito un certo protezionismo, e nella crisi finanziaria del 2008-2009 che hanno devastato un settore già esposto alla competizione globale», ci spiega Fabio Bracci, sociologo esperto del distretto industriale.

Lo incontriamo in un bar vicino a piazza Mercatale, una delle piazze medioevali più grandi d’Italia, in compagnia dell’antropologo Massimo Bressan, anch’egli grande conoscitore del territorio e della società pratense. Per entrambi la narrazione dominante che ha fatto dei cinesi i capri espiatori è contradditoria: «Il paradosso è che mentre si agitava lo spettro del “distretto parallelo” cinese contrapposto al “distretto sano” italiano, i due mondi stavano convergendo».

Lo conferma un recente studio che stima che le confezioni cinesi realizzate su ordini diretti di marchi del sistema moda toscano raggiungano un volume d’affari di mezzo miliardo di euro all’anno. «Dopo il 2010 – spiegano i due ricercatori – i cinesi hanno cominciato a lavorare con griffe della moda italiana, diventando un anello indispensabile anche per la produzione di numerose linee del cosiddetto lusso industriale».

Macrolotti

«È come se io mettessi il ketchup sugli spaghetti». Due ragazzine cinesi scherzano parlando un italiano toscano con due compagni italiani su come mangiare le varie leccornie che girano sul tavolo. Siamo da Liu, un ristorante tutto arredato di viola, con accesso dalla corte posteriore situato nel cuore pulsante della Chinatown. Uscendo dal locale ci si ritrova in una realtà più vivace rispetto al sonnacchioso centro storico. Molti degli oltre 33 mila cinesi di Prato vivono in questo quartiere che si annida attorno a via Pistoiese, poco fuori le mura.

Tra ristoranti, pescherie e negozi di ogni tipo, nel cosiddetto Macrolotto Zero, si notano le prime tracce di attività legate al tessile. Ma questa è solo l’anticamera. Risalendo in macchina e percorrendo pochi chilometri verso ovest, il paesaggio cambia radicalmente: benvenuti al Macrolotto Uno, un labirinto industriale moderno dove il pronto moda è ovunque. Oltre a numerosi furgoni, incrociamo tantissime Tesla. Al loro interno uomini e donne dai tratti asiatici, nuovi yuppie del Made in Italy. I cinesi sono sia sfruttatori che sfruttati: ce lo ricorda una lapide in memoria dei sette operai cinesi morti asfissiati nel 2013 nello stabile di Teresa Moda, una fabbrica-laboratorio chiusa dall’esterno.

Oggi, attorno a laboratori e maglifici la presenza umana è rara: gli operai sono all’interno, lontani da occhi indiscreti, assorbiti a dare un’identità italiana ad abiti venuti da lontano. Scorgiamo decine di insegne di aziende dai nomi femminili scritti sia in italiano che in mandarino. La nostra meta è Lara Moda, un’azienda che importa abiti dalla Cina che qui vengono etichettati e rimpacchettati. All’esterno sventolano le bandiere di SUDD Cobas.

«Oggi è chiuso per sciopero» spiega la militante sindacale Bianca Cortini ai vari clienti, per lo più esteuropei, che arrivano in auto per scegliere i vestiti Made in Italy che proporranno nelle loro boutique per la nuova stagione primaverile. «Dopo anni di turni massacranti grazie al sindacato siamo riusciti ad ottenere un contratto, ma poi siamo stati licenziati» ci dice Alì, un operaio pakistano sotto al gazebo nel quale ha passato le ultime notti. Una situazione non certo priva di rischi: «Negli ultimi mesi ai picchetti abbiamo subito molte aggressioni da parte dei datori di lavoro», ci dice Bianca. Intimidazioni che, per l’attivista, «finiscono per rafforzare il movimento».

Macchina dello sfruttamento

«Prato è una polveriera, un laboratorio dove le dinamiche globali – migrazioni, dominii economici, conflitti – si concentrano in pochi chilometri quadrati». Elisabetta Parrinello ci accoglie assieme alla collega Elena Bruni in un locale del centro storico. Le due donne lavorano per il SATIS, il sistema antitratta toscano che, a Prato, offre uno sportello specifico per chi è esposto allo sfruttamento lavorativo. Lo sportello è aperto due volte a settimana con operatori e mediatori culturali: una scelta strutturale per abbattere le barriere linguistiche e costruire fiducia con persone spesso prive di documenti e profondamente diffidenti verso le istituzioni. La presa in carico è a 360 gradi – legale, sanitaria, professionale – ma il nodo più difficile è la dimensione mentale: «Quasi tutti i casi recenti passano dalla psichiatria, perché questi lavoratori si portano dietro traumi migratori enormi» ci dice Elena.

Lo scorso anno lo sportello ha preso a carico 37 persone, prevalentemente uomini pakistani e bengalesi attivi nel tessile: «È un dato che fotografa la trasformazione del distretto, dove la prima generazione cinese è invecchiata e il vuoto di manodopera è stato riempito da lavoratori del subcontinente indiano, già abituati a condizioni di sfruttamento e con competenze tessili pregresse», spiega Elisabetta. Per l’operatrice, i lavoratori migranti vengono indirizzati a Prato sin dall’arrivo in Italia, perché «qui c’è un sistema organizzato che si autoproduce attirando nuova manodopera sfruttabile». «Il distretto tessile è al tempo stesso motore economico e macchina dello sfruttamento», aggiunge la sua collega.

Responsabilità della filiera

 A Montemurlo, poco a nord di Prato, raggiungiamo un altro picchetto sindacale, ultima tappa del nostro viaggio in Toscana. Davanti ai cancelli chiusi della stireria L’Alba c’è una tenda da campeggio, lisa e rattoppata. Osama, un giovane pakistano, ci vive da diversi mesi. «Ho lavorato per quattro anni sei giorni su sette, 9-10 ore al giorno, senza malattia, senza ferie», ci dice, indicando con un cenno il capannone vuoto alle sue spalle. I titolari, dopo aver subito uno sciopero che aveva fatto saltare una sfilata a New York, hanno svuotato la fabbrica aprendo una società fantasma per continuare a soddisfare le stesse commesse, sbarazzandosi dei lavoratori regolarizzati e sindacalizzati. SUDD Cobas ha risposto con un presidio a oltranza, rivendicando gli arretrati che gli operai aspettano da sei mesi. L’azienda lavorava per marchi della fascia medio-alta, come Patrizia Pepe.

«Nel settore della moda, a fare profitti sullo sfruttamento sono aziende italiane, brand internazionali che stanno in cima alle filiere, come dimostra anche il caso Montblanc che ci ha portato fino in Svizzera», ci spiega la sindacalista Francesca Ciuffi. Per anni una settantina di lavoratori migranti hanno prodotto accessori per il marchio del lusso Montblanc in subappalto, lavorando fino a dodici ore al giorno per 900 euro al mese; quando si sono sindacalizzati con il SUDD Cobas e hanno ottenuto contratti regolari, il marchio svizzero ha rescisso il contratto con il loro datore di lavoro, la Z Production, e la fabbrica ha chiuso (leggi qui).

La risposta degli operai è arrivata fino a Ginevra, dove una delegazione ha protestato davanti all’assemblea generale di Richemont, il gruppo elvetico che controlla il marchio le cui borse vengono vendute a oltre mille euro l’una. Per il SUDD Cobas non si tratta di una crisi industriale ma di una delocalizzazione interna al territorio toscano, alla ricerca di nuovi subappaltatori disposti a tornare allo sfruttamento: la prova che i brand del lusso, non meno di quelli del fast fashion, basano la propria filiera sulla stessa logica.

Reportage pubblicato nella testata ticinese Area, quindicinale di critica sociale e del lavoro, edizione cartacea del 27 marzo 2026

 
Corriere dell’italianità


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