Italia e Svizzera su un piano inclinato
Il rapporto fra i due Paesi è scivolato verso una linea di frattura contrassegnata dall’infausta discordia a seguito del dramma di Crans-Montana. Ma nel momento in cui il recente ritorno dell’Ambasciatore d’Italia a Berna punta a ricucire lo strappo riposizionando l’Italia e la Svizzera su un asse in equilibrio, è emersa una nuova controversia frontaliera in ambito fiscale.
Di Guido Gozzano 24 aprile 2026
Non si è mai davvero sopita la tensione fra Italia e Svizzera, sembrava però quasi archiviata nove mesi fa. Tajani e Cassis si adulavano a vicenda a Berna, era il 19 agosto, una giornata soleggiata, placida, a tratti tediosa nel «sottolineare l’eccellenza dei rapporti politici e economici tra il governo italiano e la Svizzera», parole del ministro degli Esteri italiano.
Poi è arrivato lui, lo stramaledetto rogo di Crans-Montana, sprigionando fiamme e fumi mortali per sei vittime italiane e ventidue elvetiche, e nuovi veleni tossici fra i due Paesi. L’auspicio di Tajani di «avere relazioni sempre più strette ed amichevoli» sembrerebbe oggi una battuta di cattivo gusto, ma il ministro era sincero quel 19 agosto, e Ignazio Cassis, il suo omologo svizzero agli Esteri, sorrideva rilassato. La pace e la serenità di quella giornata restano un pallido ricordo e chissà, l’attuale capo della Farnesina probabilmente non rimetterà più piede nel territorio elvetico, almeno da ministro degli Esteri.
Negli annali rimarranno sicuramente queste altre sue incoraggianti parole: «In un mondo fuori asse, la nostra forte amicizia è ancora più preziosa. Il nostro confine non ci deve dividere, ma ci deve unire». Per parte sua Cassis rammentava il suo impegno, sin da quando era un consigliere nazionale, nel ricucire le relazioni fra i due Paesi. Il ministro elvetico ricordava come l’Italia fosse per lungo tempo percepita come «un vicino distante e spesso problematico». Negli anni si è costruita una migliore intesa: «Ora abbiamo svuotato i cassetti delle questioni pendenti».
Peccato che quei cassetti si stiano di nuovo riempiendo di controversie. Mettiamo per ora da parte l’increscioso attrito generato dal richiamo dell’ambasciatore d’Italia a Berna. La decisione dal forte valore simbolico «ufficializzava uno stato di crisi», commentava la testata tvsvizzera.it. Era il 24 gennaio, settantadue giorni dopo, Gian Lorenzo Cornado è rientrato in Svizzera nella sera del 6 aprile: «Sono tornato perché è cambiato il clima». E infatti sembra che alcune incomprensioni si stiano appianando. Ma se non è più rovente come nello scorso gennaio, l’atmosfera rimane comunque tesa.
Ed è in questa fase contrassegnata da profonde lacerazioni che si è aperta una nuova fase di scontro fra il Canton Ticino e le zone frontaliere. In risposta alla tassa sulla salute imposta nel 2024 dal governo italiano ai cosiddetti «vecchi frontalieri», ossia quei lavoratori a contratto in Svizzera prima del luglio 2023, un gruppo di parlamentari ticinesi del centro-destra hanno chiesto, in segno di protesta, di sospendere in tutto o in parte i famosi «ristorni frontalieri». Lo hanno fatto tramite una recente mozione firmata da rappresentanti dell’Udc, della Lega dei ticinesi, del Centro e del Plr.
Riavvolgendo il nastro, per capire di cosa stiamo parlando, la tassa sulla salute ai vecchi frontalieri è un contributo fiscale destinato a finanziare il sistema sanitario nazionale italiano. La quota è stabilita in proporzione al reddito percepito in Svizzera, sulla base di un prelievo compreso tra il 3% e il 6% del reddito netto annuo, con un tetto minimo di 30 euro e massimo di 200 euro mensili.
Ora a detta del consigliere di Stato Christian Vitta (Plr), capo del dipartimento ticinese delle Finanze e dell’Economia, «la tassa sulla salute costituirebbe una violazione dell’art. 9 della Convenzione sottoscritta dai due Paesi ai fini dell’imposizione fiscale delle persone che vivono in Italia, e lavorano in Svizzera». Lo ha dichiarato in una recente intervista al Corriere del Ticino, sottolineando come le relazioni con il Belpaese «stiano di nuovo vivendo una fase di forte tensione».
Come rammenta la testata online tvsvizzera.it, l’articolo 9 stipula «che la forza-lavoro frontaliera deve essere tassata esclusivamente in Svizzera, l’imposta sulla salute sarebbe dunque illegittima». Cosa c’entrano i ristorni frontalieri con la tassa sulla salute? In base all’accordo italo-elvetico, la Confederazione versa a titolo di compensazione dei contributi, i cosiddetti «ristorni», alle regioni frontaliere. E sempre in base allo stesso accordo, «l’Italia ha diritto di ricevere questi contributi a condizione però che non imponga tasse ai lavoratori in Svizzera». Ecco dunque il vulnus evidenziato dalla mozione ticinese.
Entrata in vigore nel gennaio 2024, l’applicazione della tassa sulla salute è rimasta in attesa dei decreti attuativi regionali. Fra le quattro regioni frontaliere della Svizzera, Piemonte, Val d’Aosta, Trentino-Alto Adige e Lombardia, soltanto quest’ultima ha applicato la tassa sulla salute, le altre non hanno per ora seguito l’iniziativa del governo Meloni. Da notare che alla regione Lombardia, «il Ticino versa ogni anno una cifra pari a oltre 100 milioni di franchi», sottolinea tvsvizzera.it : «I ristorni ticinesi sono essenziali per i bilanci dei comuni di frontiera lombardi».
Al giornale La Regione, il sindaco di Lavena Ponte Tresa, Massimo Mastromarino, nonché presidente dell’Associazione Comuni di frontiera, ha recentemente messo in evidenza un’altro articolo della Convenzione, il numero 6, che recita: «I due Paesi faranno del loro meglio per risolvere per via amichevole qualsiasi questione inerente all’interpretazione o all’applicazione dell’accordo». Conclude allora Mastromarino: «Prima di sfasciare tutto, percorriamo le strade istituzionali».
Sulla frontiera lombardo-ticinese, se oggi si è scavata una nuova trincea è perché la fiducia fra i due Paesi è stata molto incrinata dalla furiosa polemica scaturita a seguito del dramma di Crans-Montana. Con il ritorno di Cornado a Berna, si è ora in grado di ricucire l’intesa italo-svizzera. Un’intesa che, sempre in tema di frontalierato, prima della tragedia di Capodanno, «aveva permesso di raggiungere un accordo amichevole sul telelavoro, con il quale viene ora consentito ai pendolari transfrontalieri italiani di continuare a lavorare dal proprio domicilio fino al 40% del tempo previsto contrattualmente», rammenta tvsvizzera.it.
A testimonianza degli stretti rapporti che intercorrono tra i due Paesi, la testata tvsvizzera.it, molto attenta alle dinamiche transfrontaliere, rammenta che per gli svizzeri e le svizzere «il Belpaese rimane una meta privilegiata per lo shopping e le vacanze mentre in Svizzera hanno trovato un’occupazione parecchi laureati e ricercatori trascurati dalla madrepatria, collaboratori di vario livello del settore sanitario, nonché un numero cospicuo di frontalieri e frontaliere». E proprio sul numero cospicuo di frontalieri si è da poco tornato a parlare.
Il mese scorso, il Corriere del Ticino, consultando la banca dati aggiornata dell’Ufficio federale di statistica, ha messo in evidenza che: «Dal 2015 al 2025, il numero totale di lavoratori con il permesso G provenienti dall’Italia è aumentato di oltre 20 mila unità (+30%), passando dai 70.157 frontalieri conteggiati nel primo trimestre del 2015 ai 91.246 conteggiati nell’ultimo trimestre dello scorso anno». La stragrande maggioranza, esattamente 68.371, arriva dalla Lombardia.