Venezuela, memoria dell’emigrazione italiana
Il rapporto tra Italia e Venezuela è stato a lungo un connubio forte e profondo. Riflessioni su una crisi che viene da lontano attraverso il ricordo di una famiglia.
Di Antonio Scolamiero 30 gennaio 2026
Non conosco il Venezuela per esperienza diretta, non ci sono mai stato. Eppure, nella mia vita e nella mia comunità, il Venezuela è sempre stato presente. Nel mio piccolo paese dell’Irpinia, Sant’Andrea di Conza, fino a qualche decennio fa in quasi ogni famiglia c’era un parente emigrato in Venezuela o vi abitava ancora. Il Paese del Sud America era una presenza costante nei racconti, nei ricordi e nei legami familiari che attraversavano l’oceano.
Anche la mia famiglia è parte di questa storia. Mio padre emigrò in Venezuela nel 1949, in un’Italia ancora segnata dalla povertà del dopoguerra. In seguito, fu raggiunto da mia madre e proprio in Venezuela nacquero due dei miei fratelli. La nostra famiglia fece ritorno in Italia nel 1970, ma il legame con quella terra non si è mai spezzato. Ecco perché, anche senza averlo mai visitato, il Venezuela ha sempre fatto parte della mia vita.
Per generazioni di concittadini, soprattutto del Sud, ha rappresentato una terra di opportunità, una destinazione di speranza. Le navi che partivano dall’Italia trasportavano decine di migliaia di persone in cerca di lavoro e dignità. Era un Paese percepito come ricco: di risorse naturali – petrolio, oro, minerali – ma anche di opportunità di crescita industriale, agricola e commerciale, e di sviluppo sociale.
Il rapporto tra Italia e Venezuela è stato a lungo un connubio forte e profondo. Gli italiani hanno contribuito in modo significativo allo sviluppo del Paese caraibico: nell’edilizia, nell’industria, nella ristorazione, nel commercio. Hanno costruito città, infrastrutture, imprese. Ancora oggi, in Venezuela, i cognomi italiani sono diffusissimi, così come i ristoranti, le tradizioni culturali, le aziende fondate da famiglie di origine nostrana. Si stima che oltre 300mila italiani siano arrivati nel Paese nel secondo dopoguerra, trovando una terra accogliente.
Negli anni ho avuto la fortuna di incontrare, proprio nel mio paese, Giovanni Ricciardiello, immobiliarista e costruttore di Mérida, con uffici anche a Caracas, purtroppo venuto a mancare molto presto. Una persona straordinaria, che attraverso i suoi racconti mi ha restituito l’immagine di un Venezuela dinamico, aperto, profondamente legato all’Italia e alla sua comunità emigrata. Un Paese in cui si parlava italiano, si faceva impresa con mentalità europea e si guardava al futuro con fiducia.
Nel giro di pochi decenni, quella realtà si è trasformata profondamente. Con l’avvento del chavismo, a partire dalla fine degli anni Novanta, e successivamente con la presidenza di Nicolás Maduro, il Venezuela ha imboccato una strada complessa e controversa. È innegabile che il progetto chavista sia nato con l’intento dichiarato di ridurre le disuguaglianze sociali e redistribuire la ricchezza. Allo stesso tempo, però, molti osservatori – dentro e fuori dal Paese – hanno evidenziato come il progressivo accentramento del potere, la gestione opaca delle risorse e l’indebolimento delle istituzioni democratiche abbiano contribuito a una crisi profonda.
Così quella che per decenni era stata una terra di accoglienza e opportunità, è diventata, per molti, un luogo da cui fuggire. Il potere si è concentrato nelle mani di pochi, mentre una parte consistente della popolazione ha visto peggiorare drasticamente le proprie condizioni di vita. Anche la comunità italiana, un tempo numerosa e radicata, si è ridotta, segnata da partenze, difficoltà economiche e incertezze.
Raccontare oggi la situazione politica del Venezuela significa tenere insieme memoria e realtà, evitando semplificazioni. Significa riconoscere ciò che il Paese è stato, con il contributo fondamentale degli emigrati – italiani compresi – e allo stesso tempo interrogarsi su come una nazione così ricca di risorse e di capitale umano sia potuta arrivare a una situazione così critica.
Il Venezuela non è solo una questione geopolitica o ideologica: è un Paese fatto di persone, di famiglie, di storie intrecciate anche con le nostre. Per chi, come me, è cresciuto ascoltando racconti di emigrazione e di speranza, il Venezuela resta una parte importante della nostra memoria collettiva. Ed è forse proprio da questa memoria che può nascere uno sguardo più umano, più rispettoso e più consapevole su una delle crisi politiche e sociali più complesse del nostro tempo.
L’auspicio, da cittadino e figlio di una storia di emigrazione, è che il Venezuela possa tornare quanto prima alle urne, perché il voto resta l’unico, indispensabile strumento per restituire la parola ai cittadini e scegliere il loro futuro. Elezioni libere, trasparenti, monitorate e garantite da osservatori internazionali rappresenterebbero un primo passo concreto per ridare al Paese stabilità, libertà e piena dignità democratica.
L’auspicio è anche che l’Italia possa tornare a svolgere un ruolo importante, così come è avvenuto nel secondo dopoguerra: un partner affidabile, culturale ed economico, in grado di contribuire alla ricostruzione civile e produttiva di una terra bellissima e ricca di potenzialità.
Un Venezuela finalmente pacificato e democratico sarebbe non solo una speranza per i suoi cittadini e residenti, ma anche l’occasione per chi come me – e come tanti altri figli dell’emigrazione – sogna di poterlo visitare senza paura, senza pressioni e senza il timore di non poter più fare ritorno a casa.