«Mattmark è stata per troppi anni una Marcinelle dimenticata nell’immaginario collettivo italiano»
Storico di Mattmark, autore di un libro monografico di riferimento e diversi articoli scientifici incentrati sulla tragedia del 1965, Toni Ricciardi è deputato Pd e presidente del Gruppo interparlamentare Italia-Svizzera. Pubblichiamo il suo discorso in occasione dell’inaugurazione del Memoriale a Saas-Grund.
Di Redazione 29 agosto 2026
Toni Ricciardi, storico di Mattmark, è oggi deputato Pd e presidente del del Gruppo interparlamentare Italia-Svizzera. © DR / Saas-Grund, 29 agosto 2026
Sehr geehrte Damen und Herren, signore e signori, autorità religiose, diplomatiche, politiche, sindacali, associative, di rappresentanza di base delle italiane e degli italiani in Svizzera.
Ogni volta che veng qui, rivedo persone amiche, persone alle quali devo anche il mio percorso professionale. La prima è Domenico Mesiano, per il lavoro che ha fatto in tutti questi anni. Perché non è facile avere delle persone come Mesiano, Kurt Regotz e tutto il gruppo che conosco da sempre.
Siamo nell’anno 2026 e qualche settimana fa, l’8 agosto, si commemoravano i 70 anni della tragedia di Marcinelle in Belgio. Marcinelle ha un luogo fisico che Mattmark fatica ancora ad avere in quelle dimensioni. E il passaggio che voi oggi fate qui è aggiungere un tassello di un lavoro che ancora dovrà continuare in futuro.
E l’Associazione Bellunesi nel Mondo nasce esattamente per ricordare Mattmark e le vittime di Mattmark. E il lavoro che «la Bellunesi nel Mondo» — io amo chiamarla così — ha fatto in questi anni, grazie ad Oscar De Bona, grazie a chi lo ha preceduto, ma anche grazie al suo direttore Marco Crepaz e tutto lo staff di nuove leve e d’innovazione della memoria, del ricordo del mondo associativo... Facciamo un bel plauso a Marco! Lui e la sua équipe sono riusciti, sotto la guida di Oscar De Bona, a innovare la memoria e a tramandarla alle future generazioni.
Potrei dire tante cose. Voglio iniziare da una data simbolica: quando nel 1954 un articolo di giornale della stampa locale annunciava questa grande opera — immaginate, la diga di Mattmark era la diga in terra più grande d’Europa del tempo e ncora oggi produce energia e fornisce energia ad oltre 150 mila nuclei familiari, allora voi capite l’imponenza e l’importanza di quest’opera — ma quando nel 1954 la stampa locale annunciò l’opera, disse: «Finalmente i figli di questa terra, i figli dell’Alto Vallese, non dovranno più emigrare». Pensate il paradosso.
I lavori della diga di Mattmark rappresentarono improvvisamente l’incontro tra le marginalità, tra i poveri del Vallese e i poveri che provenivano dalla provincia italiana, che si incontravano qui, fino su a 2.200 metri, per costruire il futuro.
E allora perché voglio ricordare e partire da qui? Noi viviamo in una fase storica dove — attenzione — sempre più quotidianamente si fa un richiamo all’identità. Noi viviamo in una fase storica dove è più importante ricostruire o annunciare una finta o presunta identità, invece che affrontare temi concreti della quotidianità.
Quello che accadde nove anni prima a Marcinelle, quello che accadde il 30 agosto del 1965 qui a Mattmark, furono incidenti sul lavoro, tragedie che non furono figlie dell’imprevedibilità. La tragedia di Mattmark non fu una tragedia naturale. Questo, scientificamente e storicamente, ce lo possiamo dire.
Tu non puoi prevedere a che ora si stacca il ghiacciaio, non puoi prevedere a che ora arriva la scossa di terremoto. Ma se la casa è costruita bene con i parametri antisismici, probabilmente non corri rischi; se la casa è costruita male, invece... Questo significa che il ruolo umano, dell’azione umana, va spiegato. Ma la storia non serve per fare i processi al passato, serve per capire che cosa siamo oggi e come siamo diventati quello che siamo oggi.
All’indomani di quella tragedia, si costruì il «modello Mattmark» e i ghiacciai iniziarono ad essere controllati. E oggi se gli abitanti di Blatten si sono salvati, è perché si fece un’adeguata prevenzione e fu introiettato il concetto del rischio. Allora tu devi prevedere il rischio, cosa che probabilmente 61 anni fa non accadde.
Ma ritorniamo al concetto di identità. Cosa accomuna Marcinelle e Mattmark? Perché io le accomuno sempre? Perché Mattmark è stata per troppi anni una Marcinelle dimenticata nell’immaginario collettivo italiano. Quando accade la tragedia, la tragedia non ti chiede il passaporto, non ti chiede la nazionalità, non ti chiede se vieni dal nord Italia o dal sud Italia. Questa fu una tragedia che ebbe la capacità anche di unire il Paese: 17 vittime della provincia di Belluno, 7 vittime di San Giovanni in Fiore in provincia di Cosenza... E attraverso la tragedia si unì, come spesso è accaduto nella storia, anche l’Italia al di fuori dell’Italia.
Ma questo luogo... guardatelo. Questo luogo oggi non rappresenta solo un memoriale, un tributo alle vittime, rappresenta plasticamente la costruzione di un’identità. E l’identità di questi luoghi è un’identità che è fatta di italiani, di tedeschi, di vallesani, di svizzeri che insieme hanno realizzato quell’opera, che insieme sono morti per quell’opera e che soprattutto oggi sono qui a rivendicare — convertiamolo in positivo — quanto il contributo dell’altro è servito ed è stato determinante in questi luoghi.
Non è un caso: il Canton Vallese anni fa inserì «l’italianità» nel patrimonio culturale immateriale ai sensi della Convenzione Unesco, a testimonianza del riconoscimento più alto che tu possa dare all’altro. E allora, per questa ragione, momenti come questi diventano fondamentali. Perché se noi dobbiamo vivere nell’epoca dell’identità, allora l’identità di questi luoghi, l’identità dei nostri Paesi non è altro che l’incrocio, la contaminazione, il vivere insieme.
Oggi si combattono guerre per le fonti energetiche. Qui sono morte persone per le fonti energetiche. La cronaca delle tragedie, che purtroppo continuano, crea distanze, ma luoghi e momenti come questi debbono servire a riappacificare e riavvicinare le comunità, i popoli, le culture. Perché non esiste la civiltà svizzera, la civiltà italiana, la civiltà vallesana o bellunese: esiste la civiltà umana.
E noi esattamente in questo luogo dobbiamo quotidianamente ricordarla, conservarla, approfondirla con nuove ricerche, entrare ancor più nel dettaglio, ma ricordare sempre a tutte e tutti noi, come detto dalla responsabile dell’archivio di Mattmark: «Wir müssen aus unseren Fehlern etwas lernen» (Dobbiamo trarre insegnamento dai nostri errori).
Allora impariamo dai nostri errori. E concludendo mi rivolgo alle autorità religiose che incontro ogni anno quando vengo qui. Credo che serva un messaggio di pace, e questo luogo e questo momento di raccoglimento credo che possa contribuire a questo.