Dalla memoria dell’emigrazione alle sfide del lavoro globale

In occasione degli ottant’anni dall’accordo italo-belga del 1946, denominato «uomini in cambio di carbone», una grande serata pubblica a Bruxelles ha messo in evidenza come la Repubblica italiana ha fatto dell’emigrazione uno degli strumenti fondamentali per la rinascita economica. L’incontro è stato anche l’occasione di guardare oltre i confini europei e interrogarsi sulle prospettive future.

Di Valeria Camia Bruxelles

 

Ottant’anni dopo l’accordo che portò migliaia di italiani a lavorare nelle miniere belghe, Italia e Belgio tornano a confrontarsi con una delle pagine più significative della storia migratoria del dopoguerra. Lo si è fatto a Bruxelles, lo scorso 24 giugno, dove diverse organizzazioni italiane – Inca, Cgil, Acli, Arci, Anpi, Pd, Avs e M5s – hanno tenuto una serata pubblica dedicata all’intesa bilaterale del 23 giugno 1946: duemila e cinquecento tonnellate di carbone per ogni mille lavoratori inviati. Un accordo che avrebbe segnato la vita di intere comunità e che ancora oggi solleva interrogativi sul rapporto tra mobilità, lavoro e diritti. All’incontro hanno partecipato rappresentanti del mondo associativo, sindacale, politico e istituzionale, tra cui Francesco Varriale, console generale d’Italia a Bruxelles: «Oggi ricordiamo le donne e gli uomini che partirono con poche valigie e molte speranze», contribuendo alla crescita sociale, civile, economica del Belgio «mantenendo al tempo stesso vivo il legame con l’Italia». L’iniziativa ha ricostruito quella stagione dell’emigrazione italiana, mettendo in dialogo la memoria dei lavoratori del passato con le sfide poste dalle migrazioni contemporanee.

L’accordo con il Belgio – ha sottolineato nel suo intervento di apertura Toni Ricciardi, deputato Pd e storico dell’emigrazione – arrivò appena ventuno giorni dopo il referendum del 2 giugno 1946, quando venne scelta la Repubblica e le donne votarono per la prima volta. «Dal Regno d’Italia alla Repubblica, passando per il periodo fascista», ha continuato Ricciardi, «la possibilità di favorire la partenza dei lavoratori ha rappresentato più volte una risposta alle trasformazioni economiche e sociali del Paese». L’Italia aveva quindi una lunga storia migratoria e così anche il nuovo Stato repubblicano, ancora alle prese con le ferite della guerra, individuò nell’emigrazione una risposta alla crisi economica e occupazionale del dopoguerra. L’Italia disponeva di manodopera in eccesso e il Belgio aveva bisogno di lavoratori per rilanciare il settore carbonifero, una risorsa strategica anche per il futuro progetto europeo nato attorno a carbone e acciaio. Tra il 1946 e la metà degli anni Cinquanta, circa 140 mila italiani partirono per il Belgio, reclutati attraverso i «manifesti rosa».

Quella stagione migratoria, che fu parte integrante della ricostruzione del continente, portò con sé il peso di condizioni difficili. «L’idea che degli uomini potessero essere scambiati con il carbone e il pensiero delle condizioni di vita che trovarono in Belgio ci scandalizzano ancora oggi», ha osservato Toni Ricciardi. Molti lavoratori italiani, ad esempio, furono ospitati nelle cosiddette “cantine”, alloggi ricavati dalle ex baracche dei campi di concentramento. Eppure, per tanti emigrati, la realtà trovata in Belgio (fatta di contratti rigidi, lavoro a cottimo e limitazioni alla possibilità di cambiare occupazione) rappresentava comunque un miglioramento rispetto alla povertà lasciata in Italia: una Penisola ancora prevalentemente agricola, segnata dalla mancanza di servizi essenziali come acqua corrente ed elettricità. La storia dei minatori italiani in Belgio resta quindi una vicenda ambivalente: sfruttamento, speranza, fatica, integrazione e marginalità convivono nello stesso racconto.

Proprio da questa complessità nasce il confronto con le migrazioni di oggi. «Chiediamoci se fosse più precaria la condizione di quei lavoratori che scendevano nelle miniere o quella di tanti giovani che oggi arrivano nelle capitali europee e vivono per anni in una situazione di precarietà», ha affermato Toni Ricciardi, aggiungendo che «dobbiamo avere il coraggio di attualizzare questa nostra storia migratoria e utilizzare questi eventi non solo come memoria del passato, ma come chiave per leggere il presente». Una prospettiva che invita dunque a interrogarsi sul modo in cui oggi vengono raccontate le migrazioni e sulle condizioni di chi cerca nuove opportunità dentro e fuori dall’Europa.

E proprio guardando oltre i confini europei, Emiliano Manfredonia, presidente delle Acli, ha allargato la riflessione alle nuove risorse strategiche del XXI secolo, come litio, cobalto e terre rare, indispensabili per la trasformazione digitale ed ecologica, che rischiano però di riprodurre dinamiche di sfruttamento già vissute con il carbone nell’Europa del dopoguerra. Nei Paesi del Sud del mondo, dalla Repubblica democratica del Congo al Madagascar fino all’America Latina, migliaia di lavoratori, compresi minori, sono impiegati in condizioni di grave vulnerabilità, esposti a rischi per la salute e privati di adeguate tutele, «in nome di una transizione che non garantisce diritti e protezione alle persone».

Da Bruxelles, dunque, la memoria dell’accordo «Uomini in cambio di carbone» diventa una chiave per leggere le trasformazioni del lavoro globale. Dalle miniere belghe del dopoguerra alle catene produttive internazionali di oggi, la questione centrale rimane la stessa: garantire che lo sviluppo economico sia fondato sul rispetto dei diritti, sulla sicurezza e sulla dignità delle persone. «Il lavoro, non la rendita, non il privilegio, non lo sfruttamento», ha ribadito la segretaria confederale della Cgil Daniela Barbaresi. Un principio richiamato anche dal presidente dell’Inca Michele Pagliaro, che ha concluso sulla centralità di ricordare come «dietro ogni spostamento, ieri come oggi, non ci siano soltanto numeri o forza lavoro, ma persone con storie, diritti e aspirazioni».

 
Corriere dell’italianità


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