Oltre la fuga e la retorica, l’Italia delle mobilità
A sei mesi dalla pubblicazione continua a far discutere la XXa edizione del Rapporto Italiani nel Mondo, il cui scopo era superare la disinformazione, far capire che non c’è frase più errata di quella che afferma che l’Italia si è trasformata da Paese di emigrazione a Paese di immigrazione.
Di Delfina Licata* curatrice del Rapporto Italiani nel Mondo
Nella percezione collettiva, anche a causa di una comunicazione talvolta distorta, prevale l’idea che l’Italia sia un Paese soggetto a pressioni migratorie eccezionali e difficilmente gestibili. Ciò accade nonostante ci sia stata una crescita esponenziale di studi specifici sulla mobilità umana, e italiana in particolare, legati agli ambiti disciplinari più diversi – dall’economico allo storico, dall’antropologico al sociologico, dal giuridico all’ambito letterario e artistico – i messaggi che arrivano all’opinione pubblica sono distorti rispetto alla realtà, sia per quanto riguarda i dati che per quel che concerne le caratteristiche. L’opinione pubblica, così condizionata, finisce per essere essa stessa portatrice di informazione ingannevole e distorta, senza averne però la consapevolezza.
Se venti anni fa la mobilità italiana era un argomento relegato a limitate nicchie di studiosi e centri di, oggi sicuramente il tema vive un revival e per motivi diversi. Ci troviamo di fronte a un numero certamente superiore di studiose e studiosi che si sono dedicati ad approfondire questo argomento, ma siamo anche dinnanzi a un grande paradosso. Lo scopo del Rapporto Italiani nel Mondo era superare la disinformazione, far capire che non c’è frase più errata di quella che afferma che l’Italia si è trasformata da Paese di emigrazione a Paese di immigrazione. Piuttosto, l’Italia da sempre è Paese di emigrazione e oggi è Paese delle mobilità plurime in entrata e in uscita. Crocevia di movimenti, l’Italia vede le partenze, i ritorni e le ripartenze di uomini, donne, bambini, anziani, famiglie che vivono da protagonisti l’era delle migrazioni.
L’Italia si racconta anche come il Paese della grande fuga dei giovani altamente qualificati, definiti paradossalmente proprio con lo squalificante appellativo di «cervelli in fuga». È d’obbligo fare due considerazioni: la prima ci riporta all’uso delle giuste parole e al senso di responsabilità nel mediare messaggi soprattutto quando parliamo di altri, di persone. Parlare di «cervelli» è offensivo per chi parte, in quanto viene invocato unicamente per le competenze possedute, per quello che sa e per ciò che sa fare ma non per chi è. Allo stesso tempo, però, è offensivo per chi resta in quanto accusato indirettamente di essere un «non cervello», quindi inferiore, meno capace, meno brillante.
A ciò si aggiungano i dati, che ci raccontano una realtà estremamente più complessa. Negli ultimi vent’anni il flusso di cittadini italiani verso l’estero si è progressivamente ringiovanito, fino a concentrarsi nella fascia di età 25-34 anni: tra il 2006 e il 2024 la loro incidenza aumenta in modo quasi continuo (dal 27,1% al 37,5%) e, nell’ultimo biennio, alimenta il nuovo picco degli espatri. In altre parole, la mobilità internazionale è diventata un tassello ordinario dei percorsi di avvio carriera: spesso si parte per consolidare competenze e reti che in Italia faticano a valorizzarsi con la stessa velocità.
L’estero è, letto in questa dimensione, qualcosa di molto più articolato di una frettolosa fuga. Esso diventa un’opportunità di crescita personale, formativa e professionale che non ha nulla di eccezionale. Fa parte di un percorso generazionale diffuso tra i giovani europei e, più in generale, tra coloro che abitano lo spazio globale contemporaneo: un contesto meticciato e interdipendente in cui la costruzione delle relazioni, delle competenze e delle identità avviene dentro reti transnazionali e spazi digitali ormai interiorizzati.L’Italia all’estero oggi è l’unica a crescere rispetto a un Paese ripiegato su stesso che fatica a scrollarsi il peso di persistenti fragilità sociali ed economiche come i divari territoriali, gli squilibri demografici, le difficoltà di occupazione. L’allarme fuga, dunque, nasce dalle fragilità di un contesto nazionale segnato da forte denatalità e altrettanto robusto invecchiamento a cui si associano le preoccupazioni per la tenuta economica del prossimo futuro.
La vera sfida, dunque, non è fermare la mobilità, ma chiederci come rendere l’Italia un luogo attrattivo in cui le persone possano scegliere di restare e progettare il proprio futuro. Diventa urgente diventare Paese accogliente, ripensando il proprio modello di sviluppo e orientandolo a generare nuove energie demografiche, sociali ed economiche.