Tre secoli di presenza italiana in Tunisia
Dai pescatori di corallo genovesi agli ebrei livornesi, all’arrivo di centomila braccianti meridionali nell’Ottocento, la presenza italiana in Tunisia è stata massiccia, fino all’indipendenza nel 1956. Fra pro e contro l’Unità d’Italia, fascisti e antifascisti, la scena politica è sempre stata molto vivace e ci sono stati fino a 125 giornali in italiano. Ne ripercorriamo la storia in occasione del 70° anniversario del Corriere di Tunisi, unica testata superstite.
Di Isolda Agazzi Tunisi
Murale dell’attrice Claudia Cardinale nel quartiere popolare della «Petite Sicile», nel comune portuario «La Goulette» presso Tunisi. Foto © Isolda Agazzi / Tunisi, aprile 2026
«Gli italiani sono arrivati in Tunisia soprattutto nel Settecento. Era prevalentemente una presenza genovese, perché i Lomellini, una delle principali famiglie aristocratiche della città, avevano avuto in concessione dalle autorità beilicali l’isola di Tabarka per la pesca del corallo», ci spiega Silvia Finzi, professoressa di storia italiana all’Università della Manouba di Tunisi. Incontriamo la docente, nonché presidente del comitato locale della Società Dante Alighieri, ad un evento da lei organizzato nello scorso maggio per celebrare il 70° anniversario del Corriere di Tunisi, fondato da suo padre poco dopo l’indipendenza della Tunisia, nel 1956.
La famiglia Finzi, di origine livornese, fa parte della seconda ondata di immigrazione italiana in Tunisia, arrivata nella prima metà dell’Ottocento. Dopo il congresso di Vienna del 1815, le grandi potenze puntano a una maggiore stabilità e controllo del Mediterraneo e nel 1819 aboliscono la «corsa». Fino ad allora, i corsari facevano razzie sui mari e le economie delle reggenze vivevano essenzialmente dei loro bottini. «Era così da ambedue le parti del Mediterraneo», precisa la storica: «Entriamo in un periodo in cui per sostituire questa guerra di corsa si usano i trattati. Una delle nazioni più attive all’epoca è il Granducato di Toscana, che voleva ridare una vivacità economica al porto di Livorno attraverso gli scambi commerciali».
Arrivano allora in Tunisia molti livornesi complessivamente di origine ebraica. Livorno aveva accolto gli ebrei in fuga dall’inquisizione spagnola, che avevano in cambio dato un fortissimo impulso alle attività portuali della città. «Gli ebrei livornesi svolgono un ruolo importante nel riscatto degli schiavi cristiani. Comincia così a costituirsi una micro-collettività di commercianti, industriali, medici, che sarà la prima ossatura della collettività italiana. Aprono i primi oleifici, le prime industrie, e si intensificano gli scambi commerciali», prosegue Silvia Finzi. «All’inizio dell’Ottocento arrivano anche molti esuli garibaldini, carbonari e mazziniani. Fra i mazziniani c’è il mio antenato, che viene nel 1829 per motivazioni politiche, non commerciali. E sarà costituito a Tunisi un gruppo patriottico e repubblicano che accoglierà Garibaldi».
Nella tipografia del suo antenato si comincia a stampare il primo giornale in lingua italiana, il primo in assoluto in Tunisia. Seguono altre testate, fino ad arrivare a 125 nell’arco di due secoli anni. Nell’Ottocento i «bey», regnanti di origine turo-ottomana, e i loro cortigiani avevano spesso madri italiane, a cominciare da Giuseppe Raffo, ministro degli esteri di Ahmed I°, bey di Tunisi dal 1837 fino alla sua morte nel 1855, il quale favorì gli italiani. Raffo era anche un uomo politico molto intraprendente, aprì una tonnara a Sidi Daoud, facendo venire dei pescatori trapanesi.
Alla fine dell’Ottocento, la tipologia dell’immigrazione cambia completamente. «I miei nonni sono arrivati a Mahdia nel 1884 da Trapani. In Sicilia c’era una miseria nera, mentre prima l’isola era ricca. Ma al momento dell’unità d’Italia sono stati sposseduti di tutto perché il nord ha accaparrato il benessere e lo ha portato in Piemonte», ci racconta senza mezzi termini Gaby Torre, 85 anni, che incontriamo al Saf Saf, storico caffè della banlieue di Tunisi. «I miei nonni costituirono una società a Mahdia per mettere sotto sale le alici e le sardine», aggiunge. Come loro molti altri siciliani e meridionali si istallarono in Tunisia, ai primi del Novecento si contavano ben 110 mila italiani – più dei francesi. Erano operai, tecnici, manovali, qualche laureato, pochi imprenditori. «Mio padre faceva l’autotrasportatore, aveva dei camion e riforniva la Tripolitania di farina e caffè. È morto a 54 anni disfatto, faceva avanti e indietro da Tripoli con un camion senza auto sterzo che andava a 50 km all’ora», continua l’arzillo ottantenne.
Quando nel 1881 la Francia istaura un protettorato in Tunisia, si fa sentire il bisogno di manodopera nelle miniere, l’agricoltura e l’edilizia. Arrivano così tantissimi italiani, 90% dal meridione, vengono aperte diverse scuole e un ospedale italiano. «Mentre i primi immigrati erano pro-unitari, questi invece sono i delusi dell’unità d’Italia. Sbarcano gruppi di anarchici, sindacalisti, comunisti che creeranno giornali», precisa Silvia Finzi: «Poi arriva il fascismo, che prenderà in mano la collettività e cercherà di portare al culmine massimo la rivalità franco-italiana. Ma ci sono anche tanti antifascisti, sia di matrice anarchica che di matrice comunista, che aprono altri giornali».
Quando nel 1943 l’asse germano-fascista perde la guerra in Africa, la collettività italiana subisce espropriazioni, espulsioni, divieto di pubblicare giornali in italiano, chiusura delle scuole, degli ospedali e di tutte le istituzioni italiane. All’epoca i francesi erano minoritari rispetto gli italiani, decidono così di concedere la naturalizzazione automatica: tutti i figli di italiani nati in Tunisia possono allora diventare francesi. Fra i pochi che rifiutano, c’è il padre di Claudia Cardinale, celebre attrice nata a La Goulette, presso il quartiere della «Petite Sicile» (vedi foto). Se negli anni 1950, le relazioni fra Italia e Francia si normalizzano, nel 1956 c’erano ancora 85 mila italiani in Tunisia, una comunità a favore dell’indipendenza del Paese.
In seguito nel 1964 vengono varate le leggi di esproprio dei beni agricoli e molti italiani lasceranno la Tunisia. Una parte andrà in Francia, una parte in Italia dove otterranno lo statuto di profughi, ed i primi tempi saranno molto difficili. «Una piccola parte rimane in Tunisia, fra cui noi», precisa Silvia Finzi. «La mia famiglia è partita nel 1964, dopo la nazionalizzazione delle terre», racconta Gaby Torre, «i siciliani erano in ansia perché, secondo le nuove leggi, chiunque potesse essere sostituito da un tunisino perdeva il lavoro, come le mie due sorelle che lavoravano in grandi aziende francesi. Era una situazione straziante perché gli italiani, al contrario dei coloni francesi, non avevano quasi nulla, avevano acquisito al massimo fra i 20 e i 25 ettari di terra. I siciliani producevano solo vino».
Gaby Torre prosegue: «Con la mia famiglia siamo andati a Torino, ma non mi ci sono mai trovato bene. Ho fatto fatica a trovare lavoro, mi davano del terrone, ma alla fine sono stato assunto come traduttore in una casa editrice perché conoscevo il francese. Dopo pochi anni, sono tornato in Tunisia, dove ho messo su varie attività, fra cui dei ristoranti e delle aziende. Noi italiani non ci possiamo lamentare, non abbiamo mai avuto la cittadinanza tunisina, ma siamo sempre stati trattati bene».
Oggi della comunità storica in Tunisia rimangono meno di mille persone fra i circa 10 mila italiani che vivono nel Paese. A partire dagli anni 1970, la Tunisia ha creato un quadro giuridico molto favorevole agli investimenti stranieri, che prevede fra l’altro importanti sgravi fiscali. Rafforzato nel 1993 con il Code d’incitation aux investissements, ha attirato molti italiani che hanno aperto imprese e contratto spesso matrimoni misti, con figli binazionali. Ma la maggioranza degli italiani in Tunisia è oggi composta da pensionati.
Qui la lingua e la cultura italiana rimangono ancora vive. «La Tunisia è un caso esemplare, forse unico al mondo, dove l’italiano è una lingua insegnata all’università, amata da persone che la scelgono come finestra sul mondo. L’identità non è una gabbia, ma è una radice. E le radici non ci incatenano», affermava Alessandro Masi, segretario generale della Società Dante Alighieri, in apertura al 70° anniversario del Corriere di Tunisi. Un giornale nato nel periodo d’oro della stampa italofona in Tunisia, oggi chiamato ad adeguarsi per stare al passo coi tempi.