«In Europa, il No ha prevalso nei principali Paesi di insediamento della migrazione italiana»

Fra gli italiani in Svizzera e Belgio si è osservata una chiara bocciatura della riforma della magistratura, più forte che in Germania, Francia e Regno Unito, osserva lo storico delle migrazioni e deputato Pd Toni Ricciardi, che ora punta il dito sull’insufficienza dei fondi, le schede annullate e il malfunzionamento.

Di Valeria Camia & Alessandro Vaccari 27 marzo 2026

 

Il deputato Toni Ricciardi è stato un punto di forza per il Pd nella battaglia contro la riforma della magistratura, ha svolto una strenua campagna recandosi in diversi Paesi in Europa, dove il No ha vinto con il 56,24%, un risultato da mettere a confronto con il voto complessivo all’estero, che ha invece premiato la proposta di Nordio e Meloni, con il Sì al 56,34%.

Quali fattori spiegano il No in Europa, segnato da differenze tra Paesi?
Toni Ricciardi: Anzitutto in Europa il No ha prevalso nei principali Paesi di insediamento della migrazione italiana, Svizzera e Belgio, seguiti da Germania, Francia e Regno Unito, dove si contano le comunità più numerose. La Svizzera è il Paese dove si è votato di più e dove in termini assoluti il No ha ottenuto più voti, da Ginevra a Basilea a Zurigo, con 78.581 schede contro la riforma. Con l’eccezione del canton Ticino dove, come nella vicina Lombardia, ha vinto il Sì. Tra l’altro, analizzando le province di confine, va notato che tutte hanno votato a favore del Sì. Invece nei Paesi più lontani dalla ‘mediaticità quotidiana tradizionale italiana’ si è imposto il rifiuto della riforma. Penso al Belgio che ha registrato un ottimo risultato a favore del No.

Lei stesso alla chiusura della campagna è stato a Bruxelles. In che misura la mobilitazione del Pd e delle reti associative italiane in Europa ha inciso sull’affluenza e sull’esito del referendum?
Indubbiamente ha contribuito soprattutto a indirizzare il voto. Ovunque nei principali Paesi europei si sono costituiti comitati del No, composti da membri di formazioni politiche, dal Partito democratico all’Avs, passando per le reti associative non politicizzate e i patronati, fino all’Anpi.
Sulla partecipazione, la situazione è diversa. Ad esempio, in Belgio il risultato finale è molto chiaro a favore del No, ma nella circoscrizione consolare di Charleroi ha vinto per poche centinaia di voti il Sì. Il No recupera nella circoscrizione di Bruxelles che, ricordo, si estende ben oltre la capitale belga. Lasciatemi ricordare come il caso del Belgio, tra l’altro, metta in luce anche un altro problema, quello della partecipazione al voto nei Paesi dell’emigrazione storica italiana. In questi, le seconde e le terze generazioni stentano a votare. Si tratta di un tema che bisogna affrontare immaginando modalità diverse di partecipazione. Va aggiunto, infine, un altro dato spesso sottovalutato: le schede annullate preventivamente. Solo in Europa sono state oltre 50mila e questo influisce significativamente sulla partecipazione complessiva.

Guardiamo al resto del mondo, all’America del Nord e all’Oceania, ma in particolare al Sud America dove si è registrato un voto in netta controtendenza rispetto al dato nazionale. Perché secondo lei?
Il 73% di elettori che in Sud America hanno votato Sì non rappresenta un risultato per così dire fisiologicamente accettabile, come può esserlo in America del Nord e in Oceania, dove il Sì ha raggiunto il 53-54%. Il dato, evidentemente sproporzionato, va legato alle reti organizzate che gestiscono il voto. È una questione che va affrontata, in fretta, soprattutto mentre si moltiplicano proposte di modifica del voto all’estero proprio da parte dei partiti della coalizione di destra, che sono beneficiari di tali sospette «anomalie». Si tratta, a ben vedere, di un problema che riguarda anche l’Europa. Ricordo che ci sono state difficoltà oggettive, come buste non consegnate, ad esempio nel Regno Unito, a Londra e Manchester. Lì la situazione è stata gravissima.

Può spiegare meglio cosa è successo nel Regno Unito?
I fondi stanziati erano palesemente insufficienti. A tal punto che, il 13 marzo, con il voto già in corso, il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha istituito una task force alla Farnesina: ma era solo un numero di telefono e una mail. Riducendo gli stanziamenti, la macchina organizzativa non può funzionare, e i problemi emergono inevitabilmente. Da notare, facendo un solo esempio, che dal 2018 le spese postali e di stampa sono aumentate, non diminuite.

Tornando al risultato del voto, qual è il significato politico? Può essere letto come un sostegno al centrosinistra?
Anzitutto nessuno può pensare che questo voto si travasi naturalmente nel campo del centrosinistra o nella sua offerta politica attuale. Tuttavia, il risultato è un grande segnale nei confronti del governo. Siamo al quarto anno della legislatura e tre riforme importanti sono state bocciate. L’autonomia differenziata della Lega, bloccata dalla Corte Costituzionale; il premierato, accantonato perché non esiste al mondo l’elezione diretta del premier senza contrappeso del presidente della Repubblica; e la riforma della giustizia, che sembrava più abbordabile ma è stata respinta sonoramente. Questo voto, benché non significhi la bocciatura automatica del governo, ha provocato oggettive conseguenze: dimissioni di ministri e sottosegretari, e, mentre stiamo parlando, il governo deve ancora riempire tre o quattro caselle per sostituire i dimissionari e anche quella del ministero del turismo, per la successione di Daniela Santanché. Di fatto, «il re è nudo».

 
Corriere dell’italianità


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