«A Ginevra, il Centro Saint-Boniface è una piccola Svizzera, italiana di cuore»

Il Centre Saint-Boniface accoglie ogni anno un numero crescente di studenti universitari italiani. Il direttore Cyrille Moreau rivendica un ruolo sociale e di assistenza oltre che di residenza a costi contenuti.

Di Matteo Galasso 29 ottobre 2026

 

Con la rentrée universitaria, per gli studenti stranieri torna l’annosa questione del trovare un alloggio a Ginevra. Per molti giovani italiani il trasferimento significa anche vivere in una città costosa, agganciarsi a nuovi punti di riferimento e costruirsi una rete sociale. Il Centre Saint-Boniface accompagna da oltre un secolo questo passaggio. Nato per accogliere apprendisti germanofoni, nel tempo si è aperto a studenti provenienti da tutto il mondo, e ora mantiene un legame particolare con la comunità italiana. Ne abbiamo discusso con il direttore Cyrille Moreau.

Il Centre Saint-Boniface dà la priorità agli studenti universitari che arrivano a Ginevra per la prima volta. Per quale ragione?

Cyrille Moreau: A diciotto anni lasciare il nido familiare non è semplice, lo è ancora meno per chi si trasferisce all’estero. La barriera della lingua, le pratiche amministrative, le differenze culturali sono altrettanti ostacoli da superare. Per questo la priorità va a chi inizia un ciclo di formazione a Ginevra e vi soggiorna per la prima volta. Attraverso la comunità Saint-Boniface, i giovani ricostruiscono in fretta una rete sociale e di reciproco aiuto. Ogni anno si rinnova circa un terzo della residenza.

Saint-Boniface nasce come realtà germanofona. Come è diventata una residenza universitaria aperta a studenti di tutto il mondo?

Il Centro nasce alla fine dell’Ottocento dalla volontà degli apprendisti di lingua tedesca, giunti a Ginevra per lavorare, che volevano ritrovarsi in una stessa comunità linguistica e celebrare insieme la fede. Nel 1927 il sacerdote della comunità raccolse fondi presso alcune grandi famiglie ginevrine per acquistare i terreni che occupiamo oggi e costruirvi la chiesa. Vennero poi edificate la Pensione per ragazze e la Casa per ragazzi. La specificità germanofona, che all’inizio riguardava soprattutto giovani della Svizzera tedesca, si è attenuata man mano che si sviluppavano gli studi universitari e diminuivano gli apprendisti svizzero-tedeschi. L’apertura internazionale di Ginevra ha trasformato la composizione della residenza.

Gli studenti italiani sono oggi la terza comunità della residenza. Che rapporto avete con loro e, più in generale, con la comunità italiana di Ginevra?

Il Centre Saint-Boniface è una piccola Svizzera: germanofona d’origine, francofona di lingua, ma italiana di cuore. Gli italiani sono sempre stati numerosi e partecipano molto alla vita della comunità. Anche quest’anno sono la terza comunità per numero, dopo gli svizzeri e i francesi. Da tre anni due suore orsoline di Verona risiedono sul posto e organizzano attività con gli studenti. Suor Pina opera presso la Missione Cattolica Italiana, mentre suor Giulia si divide tra l’Istituto Internazionale di Lancy e la pastorale giovanile.

Con quali criteri selezionate i residenti?

Cerchiamo la parità tra ragazze e ragazzi e diamo la priorità agli svizzeri dei cantoni lontani e agli studenti internazionali. Quest’anno contiamo 36 nazionalità. Cerchiamo anche di diversificare i percorsi di formazione, scientifici, economici, artistici, e anche di istituti privati come Dance Area o il SAE Institute. Accogliamo inoltre uno o due apprendisti all’anno e un nuovo rifugiato o una nuova rifugiata, che accompagniamo in modo più personalizzato. Attualmente ne accogliamo quattro in tutto, tre dei quali iniziano quest’anno un apprendistato. È questo il nostro tratto distintivo; conoscere i residenti fa parte della nostra missione: «Accompagnare i giovani nella creazione di un futuro portatore di speranza», è una priorità per i Gesuiti che hanno sviluppato il Centro.

Come mantenete l’equilibrio economico proponendo affitti inferiori a quelli del mercato?

Disponiamo di 120 camere in sei categorie, da 490 franchi al mese a 1150 per un monolocale interamente attrezzato: circa un terzo delle camere è di piccole dimensioni. Per noi è essenziale permettere a ogni giovane di studiare, indipendentemente dalle origini, dalla religione, dall’orientamento sessuale e dalle possibilità economiche. Saint-Boniface è un’opera diretta dai Gesuiti dell’Europa centrale, che hanno investito molto in passato, in particolare nelle ristrutturazioni del 1998 e del 2003, quest’ultime quasi trent’anni fa. Teniamo l’equilibrio economico perché gestiamo le spese al centesimo, ma avremo bisogno di sostegno per i lavori che si annunciano indispensabili.

Parallelamente sono diventati centrali servizi come la connessione internet stabile, ormai indispensabile. Ma cresce anche la richiesta di spazi e attività che permettano di incontrarsi, fare attività sportive. Proponiamo gratuitamente anche momenti conviviali e iniziative dedicate al benessere. Non conta tanto la singola attività quanto la possibilità di creare una vita collettiva all’interno della residenza e di non restare isolati nella propria camera.

Che cosa cercano i giovani studenti in una residenza universitaria? E come riescono a far fronte al costo elevato della vita a Ginevra?

Molti candidati arrivano con l’idea di una camera «tutto comfort», magari un monolocale con angolo cottura o servizi privati. Poi, confrontandosi con il costo della vita, rivedono rapidamente le proprie priorità e preferiscono spendere meno per l’alloggio. Un residente, per esempio, aveva iniziato i suoi tre anni nella sistemazione più costosa, un monolocale attrezzato con soppalco. È poi passato a una camera con servizi privati e infine a una piccola camera standard.

Credo che Ginevra e la Svizzera non abbiano colto fino in fondo i cambiamenti di comportamento di famiglie, studenti e imprese. Il costo della vita è diventato insostenibile per uno studente, ancor più per una famiglia con più figli negli studi superiori. L’economia ginevrina oggi non offre abbastanza «lavoretti» per permettere agli studenti di finanziarsi gli studi o alleggerire i genitori. Alcuni residenti, tra svizzeri e frontalieri, dopo qualche mese all’università si accorgono che molti corsi sono online. Finiscono così per lasciare Ginevra e rinunciare alla vita studentesca, seguendo i corsi da casa dietro uno schermo. Per chi arriva da Paesi lontani la situazione è ancora più difficile: ogni franco conta. Purtroppo, da tre o quattro anni, vediamo studenti abbandonare gli studi per ragioni finanziarie.

Qual è il suo auspicio per il futuro di Saint-Boniface, quale impronta lasciare?

Il mio auspicio è che Saint-Boniface potrà ingrandirsi, offrendo a più studenti condizioni che permettano loro di studiare serenamente, ma anche di costruirsi come persone. Il Centro deve restare un luogo d’incontro, nel quale chi arriva a Ginevra possa sentirsi accolto e integrato. L’impronta sarà inevitabilmente diversa per ciascuno. Spero soprattutto che il passaggio da Saint-Boniface lasci tre impronte in ogni studente: maggiore tolleranza, rispetto degli altri e fiducia in se stessi.

 
Corriere dell’italianità


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