Al 22.Zurich Film Festival, il cinema più toccante degli ultimi anni

Dal 24 settembre al 4 ottobre, undici giorni fra pellicole di grande spessore e star internazionali. Noi ne abbiamo visto alcuni e incontrato attori leggendari come Andy Garcia. Qui, un resoconto.

Di Antonella Montesi 6 ottobre 2026

Cerimonia Golden Eye Award. © Zurich Film Festival. 2026

 

Cominciamo dall’inizio. Quando ventidue anni fa venne fondato il Zurich Film Festival (ZFF), ci furono varie perplessità e fra i titoli cubitali di giornali, mi ricordo ancora di quello del Tages-Anzeiger: il quotidiano si chiese se la Svizzera, dopo Soletta, Locarno, Winterthur, avesse bisogno dell’ennesimo festival del cinema. Nato sotto una cattiva stella, dunque? In una città a forte connotazione finanziaria e calvinista, celebrare l’effimero, la settima arte, sembrava un po’ un azzardo. Invece la scommessa è stata vinta, Zurigo non è più pensabile senza il ZFF, senza la kermesse cinematografica che per vari giorni trasforma la Sechsenläutenplatz in un centro festivaliero, con propaggini che si diramano nei cinema di altri quartieri della città.

Ancora oggi, chi lo critica, dice che il festival non riesca comunque a coinvolgere la città, a far sentire le proprie vibrazioni. Sì e no. È vero, intanto, perché comunque un festival rimane un evento per appassionati e non per tutti; la colpa, se c’è una colpa di questo festival, è quella di limitarsi molto ad un pubblico proveniente dagli sponsor, che per forza di cose sono del settore commerciale, banca, industria automobilistica, e che quindi traghettano spettatori che con il cinema hanno poco in comune. Nonostante ciò, per i cinefili, per chi il cinema lo ama e sa quanto sia difficile vedere film al di fuori dei circuiti di distribuzione, ecco per loro è una benedizione. Sono giorni in cui ti alzi, bevi un caffè e poi ti vedi la masterclass con Tom Hiddleston, che ha aperto il festival, presentando il suo bellissimo film Tenzing, sulla prima scalata dell’Everest.

Poi fai una pausa e ti godi un documentario, come quello di Erik Shirai, regista nippo-americano, sui lottatori giapponesi di sumo, dal titolo Sumo: Spirit Weights Nothing, tra i più toccanti visti in questi ultimi anni. Tutto girato in una pellicola color seppia, segue per un anno la vita di questi giovani atleti, che tra tradizione e sacrificio, portano avanti questo sport millenario. Il documentario segue in particolare le biografie di alcuni di loro: Hiradoumi, il 24enne promessa del Sumo, che ammette avrebbe voluto dedicarsi al judo. Kosei, il più piccolo sia per età, 15 anni, che stazza, solo 68 chili e di bassa statura, con però un gran talento. E poi il campione in carica, Hakuno: di origine mongola, è diventato cittadino giapponese solo nel 2019.

Storie di gran sacrificio come dicevamo: le quantità esagerate di cibo ingurgitate per aumentare di peso ed arrivare ai 150-200 chili che nel Sumo sono la norma. Le conseguenze fisiche di questo stile di vita, Hakuno che si fa riprendere mentre si inietta insulina per il diabete e cortisone per i dolori a ginocchia e spalle, ammette di sapere che il Sumo gli sottrae dieci, venti anni di vita. La sensazione che lascia questo film è quello di una grande gentilezza, gentilezza d’animo, davvero lo spirito non pesa, Spirit Weights Nothing, come recita il titolo.

 

Sumo: Spirit Weights Nothing. © ZFF 2026

 

I film ed i premi

Oltre al concorso vero e proprio, il festival presenta diverse sezioni. Offre inoltre una serie di incontri e masterclass ed assegna vari premi alla carriera, il Golden Eye, a personalità di spicco. Anche quest’anno non è mancato il glamour. Attori con carriere consolidate che hanno accompagnato i loro film.

Dopo Tom Hiddleston è toccato a John Turturro, indimenticabile interprete di film diretti da Spike Lee – Do the right thing, 1989, - e dai fratelli Cohen – The big Lebowski, 1998. Turturro, protagonista di un delicato film ambientato a New York, The only living picketpocket in New York, si concede senza riserve durante la cerimonia di premiazione per il Golden Eye Award. Newyorkese con radici pugliesi e siciliane, nel suo discorso cita Cesare Pavese: Happiness is in the beginning, frase tratta dai diari dello scrittore, qui riportata in originale: «L’unica gioia al mondo è cominciare. È bello vivere perché vivere è cominciare, sempre, ad ogni istante. Quando manca questo senso – prigione, malattia, abitudine, stupidità –, si vorrebbe morire».

Questi sono i regali inattesi che può farti un festival ormai giunto a maturità. Per chi, come noi, lo frequenta dall’inizio, sente come la manifestazione abbia raggiunto una consapevolezza di sé che lo rende più godibile.

Tra i film, ci è piaciuto molto il sudcoreano Possible Love, cast bravissimo e regia del celebrato Lee Chang-dong, e le pellicole premiate Flesh and Fluel, film vincitore nella categoria «Concorso», e Bucks Harbor, miglior film nella categoria «Documentario». Il premio della critica per la migliore opera prima svizzera è andato al documentario di Heinz Bütler Ebjä! Adolf Wölfli, dedicato al pioniere dell’Art Brut.

Flesh and Fluel , opera del francese Pierre Le Gall, è un film antico ed attuale contemporaneamente. Antico perché parla di uno dei mestieri più tradizionali che esistano, l’autista di tir sulle grandi distanze, si tramanda ancora di padre in figlio, con una vita che si svolge per lo più nel cabinato del mezzo e nelle aree di sosta delle autostrade. Moderno, perché segue l’innamoramento di due giovani autisti, il francese Ètienne ed il polacco Bartosz, un amore vissuto e difeso tra turni massacranti e tratte chilometriche.

Bucks Harbor, del fotografo e regista Pete Muller, mostra la dura vita di questo paese di pescatori di astici situato nel Maine, caratterizzato da condizioni climatiche rigide e severe regole sociali, soprattutto dei padri verso i figli. Il film, con immagini bellissime – Pete Muller lavora tra l’altro per il National Geographic - degli astici, creature che più volte, nel corso della loro lunga vita , possono arrivare fino a cento anni ed anche oltre, cambiano il carapace, rendendosi così vulnerabili nel momento della muta: gli astici, che accompagnano il racconto nel corso della storia, diventano simbolo di crescita, cambiamento e vulnerabilità sotto un guscio duro.

 

Andy Garcia. Foto © Tim Hughes for Zurich Film Festival 2026

 

Andy Garcia: l’intensità fatta persona

Lo lasciamo per ultimo, non solo perché con la sua presenza ed il suo nuovo film Diamond ha chiuso il festival, ma perché è stato davvero l’emozione più intensa e profonda di questi giorni. Che fosse una leggenda, un’icona, uno degli attori più bravi che esistano, lo sapevamo già. Che sia un uomo di grande spessore, carisma ed empatia lo abbiamo provato con mano in una giornata in cui si è dato completamente, non risparmiandosi mai.

Arriva al Filmpodium per la masterclass. Nel faccia a faccia con il direttore del ZFF, Christian Jungen, si presenta come un affabulatore carismatico. Tanti gli aneddoti dalla sua lunga ed intensa carriera, dal set del Padrino III, indimenticabile Vincent Mancini-Corleone, il figlio illegittimo di Sonny Corleone, che Michael – Al Pacino – designerà suo successore.

Andy Garcia ha una voce roca e profonda. Parla con tranquillità e racconta di come sia stato a lungo perseguitato dal malinteso di essere italiano, forse per i ruoli interpretati, il mafioso del Padrino, ma anche Modigliani. È invece cubano, e alle sue origini, alla sua famiglia, in questo incontro, dedica ampio spazio. Arrivato in Florida bambino da Cuba, in seguito alla rivoluzione d Fidel Castro, dopo le ambizioni di una carriera sportiva stroncata da un infortunio comincia a lavorare a teatro e in tv con piccoli ruoli. Il salto di qualità avviene con Gli intoccabili, 1987, di Brian De Palma, dove interpreta il giovane agente italo-americano George Stone. Da lì al ruolo di Vincent Mancini del Padrino III il passo è breve: voluto dal presidente della Paramount, Frank Mancuso, Garcia fa un provino in cui, con talento e carisma, convince Francis Ford Coppola.

Il ruolo di Vincent Mancini è valso ad Andy Garcia una nomination all’Oscar del 1991 come Miglior attore non protagonista. In quell’occasione il premio viene vinto da Joe Pesci per il film Quei bravi ragazzi. Garcia parla con trasporto di quella notte degli Oscar: quella sera ci portò suo padre, per lui, l’Oscar fu questo. E del padre ne parla a più riprese, con grande rispetto e ammirazione: un avvocato scappato da Cuba con tutta la famiglia e che in Florida diventerà un ricchissimo imprenditore commerciando profumi all’ingrosso. Cuba è comunque nel cuore di Andy Garcia, cubano in esilio. Alla domanda del pubblico: qual è il suo sogno? La risposta è immediata: «Free Cuba».

La sera, ritroviamo Andy Garcia per la cerimonia di premiazione e la proiezione di Diamond, di cui è regista, produttore ed interprete. Garcia sale sul palco con un sigaro cubano in mano. Con grande disinvoltura, risponde alle domande dell’attore svizzero Max Loong, che lo introduce come è giusto che sia come the one and only, destreggiando nella stessa mano microfono e sigaro.

Il film: è un giallo, da vedere e di cui non possiamo rivelare nulla, diciamo solo che è soprattutto un atto d’amore verso il noir americano degli anni ’40-’50, accompagnato da una colonna sonora jazz che segue l’andamento lento e avvolgente dell’indagine. Diamond è un film che vive di atmosfera, amore cinefilo e piccoli scarti narrativi. Andy Garcia racconta che pensava a questo progetto da quindici anni ed ora ci consegna un’opera che, in un cinema in cui tutto è già superato appena uscito, conserva un carattere di atemporalità.

 
Corriere dell’italianità


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