Il 25 aprile: due storie, una data
Il 25 aprile del 1945 e il 25 aprile del 1974 sono date simboliche nella storia di due Paesi, ma rivelano anche come si costruiscono gli eventi storici rivoluzionari.
Di Sandro Cattacin professore ordinario di sociologia dell'Università di Ginevra 25 aprile 2026
La fine del fascismo in Italia e la caduta dell’Estado Novo (il regime autoritario fondato da Salazar e proseguito da Caetano) in Portogallo segnano l’inizio della democrazia nei rispettivi Paesi. In entrambi i casi, il popolo scese in piazza per celebrare la libertà ritrovata. I due eventi sono legati anche dal simbolo dei fiori: i garofani rossi in Portogallo e, in Italia, i fiori della canzone partigiana «È questo il fiore del partigiano, morto per la libertà».
Vi sono differenze importanti. Le guerre sono diverse – la Seconda guerra mondiale da un lato, le guerre coloniali dall’altro. L’insurrezione italiana è partigiana, diretta contro l’occupazione nazifascista e sostenuta dagli Alleati; quella portoghese è un colpo di Stato militare, anzi dei capitani, contro la dittatura interna. Anche il prezzo in vite umane diverge: anni di guerra sanguinosi in Italia e, dall’altra parte, la cosiddetta «rivoluzione incruenta». Eppure, come ha mostrato Philippe Schmitter analizzando le transizioni dal regime autoritario alla democrazia, i percorsi dell’Europa meridionale e orientale, per quanto diversi nelle modalità, condividono logiche profonde comuni (Karl e Schmitter 1991; Schmitter 1999).
Le lotte per il riconoscimento: una chiave di lettura
Se si osservano, da sociologo, gli elementi che portarono a queste rivoluzioni, i casi si avvicinano in modo sorprendente. Il filosofo Axel Honneth, nella sua Lotta per il riconoscimento (1992), individua tre sfere fondamentali in cui l’essere umano cerca il riconoscimento e tre corrispondenti forme di disprezzo (Missachtung) che, quando diventano sistematiche, scatenano le lotte di emancipazione. Lo studio storico dei movimenti sociali conferma questa intuizione: ai cambiamenti della struttura statale ha sempre corrisposto una modificazione dei movimenti sociali; inversamente, i movimenti hanno giocato un ruolo cruciale nelle trasformazioni dello Stato (Cattacin, Giugni e Passy 1997). Le rivoluzioni del 25 aprile non fanno eccezione. Le tre forme di disprezzo honnethiane – la violazione del corpo, la negazione dei diritti, l’umiliazione della dignità culturale – sono tutte presenti come detonatori nelle storie che portarono ai due 25 aprile. Vediamole una per una.
Il corpo violato: l’oppressione fisica
La prima forma di disprezzo – Misshandlung nella terminologia di Honneth – colpisce l’integrità fisica della persona: tortura, violenza, detenzione arbitraria, uccisione. È il livello più elementare e brutale del misconoscimento, quello che nega alla persona il diritto fondamentale alla sicurezza del proprio corpo.
L’Italia dopo l’8 settembre 1943 precipitò nel caos. Con l’armistizio, l’esercito si dissolse, il re fuggì a Brindisi e il Paese si spaccò in due. I tedeschi occuparono rapidamente il Centro-Nord, instaurando un regime di terrore: rastrellamenti casa per casa, deportazioni nei campi di concentramento, rappresaglie feroci contro la popolazione civile. Le stragi di Marzabotto, delle Fosse Ardeatine, di Sant’Anna di Stazzema entrarono nella memoria collettiva come ferite che non si rimarginano. In questo clima di violenza quotidiana, la rabbia popolare si trasformò in resistenza organizzata. Bande partigiane composte da soldati sbandati, antifascisti storici, operai, contadini, studenti e donne presero le armi sulle montagne e nelle città.
Il Comitato di Liberazione Nazionale (CLN) – che riuniva le forze politiche antifasciste – coordinò le azioni politiche e militari. Quando, nell’aprile del 1945, gli Alleati sfondarono la Linea Gotica nell’Appennino, il CLN proclamò l’insurrezione generale. Le città del Nord – Milano, Torino, Genova, Bologna – insorsero prima ancora dell’arrivo degli Alleati, liberandosi da sole. Mussolini, travestito da soldato tedesco, tentò la fuga verso la Svizzera, ma fu riconosciuto, catturato dai partigiani e fucilato il 28 aprile 1945.
Anche il Portogallo conobbe decenni di repressione sistematica. Quarantotto anni di dittatura sotto l’Estado Novo, fondato nel 1926 e consolidato da António de Oliveira Salazar a partire dal 1932. Il regime si reggeva sulla censura capillare, sulla polizia politica – la temuta PIDE, che disponeva di una rete di informatori capace di penetrare ogni ambito della vita sociale – e su una povertà diffusa che rendeva la popolazione docile per necessità. Il fascismo in Italia, il regime franchista in Spagna e la dittatura di Salazar in Portogallo, fra i regimi autoritari instauratisi in Europa nel ventesimo secolo, ricorsero a tutti i mezzi disponibili, compresa la forza, per eliminare ogni opposizione (Cattacin, Giugni e Passy 1997). Dopo la morte politica di António de Oliveira Salazar nel 1968, Marcelo Caetano ne proseguì la linea senza sostanziali aperture. La repressione toccava ogni aspetto della vita: libri censurati, riunioni sorvegliate, oppositori incarcerati o esiliati.
Murales nella metropolitana di Lisbona che ricordano l’importanza della conoscenza e della cultura nella lotta contro gli autoritarismi. Foto © Sandro Cattacin (2024)
A questa repressione interna si aggiungeva il peso delle guerre coloniali. Dal 1961 il Portogallo combatteva contemporaneamente su tre fronti – Angola, Mozambico e Guinea-Bissau – per mantenere un impero coloniale che il corso della storia aveva reso anacronistico. La violenza del regime, paradossalmente, crea i suoi nemici: più si reprime, più cresce la volontà di rivolta.
I diritti negati: la sofferenza economica e giuridica
La seconda forma di disprezzo (Entrechtung) colpisce la persona in quanto soggetto di diritto: esclusione dalla cittadinanza piena, negazione dei diritti fondamentali, ma anche la distruzione delle condizioni materiali che rendono possibile una vita dignitosa. Nella storia dei movimenti sociali, il paradigma distributivo, in cui i conflitti vertono su una distribuzione più equa delle ricchezze, è stato il motore delle grandi lotte del XIX e XX secolo (Raschke 1985).
In Italia, la guerra portò fame, razionamento, mercato nero e città bombardate. La popolazione civile pagava un prezzo atroce: le famiglie operaie e contadine del Nord occupato vivevano in condizioni disperate, tra la penuria alimentare e il terrore dei bombardamenti alleati. I costi bellici devastarono quel che restava dell’economia italiana. Fu in questo contesto che esplosero i grandi scioperi operai del marzo 1943 e poi del marzo 1944 a Milano e Torino – un fenomeno unico nell’Europa occupata dai nazisti. Centinaia di migliaia di operai incrociarono le braccia, sfidando disarmati i nazifascisti e rischiando la deportazione nei campi di concentramento. Molti furono infatti deportati. Quegli scioperi rappresentarono un atto di coraggio collettivo straordinario, che dimostrava come la sofferenza materiale, quando diventa insostenibile, spinga all’azione anche in assenza di armi.
Il Portogallo, dal canto suo, nel 1974 era il Paese più povero dell’Europa occidentale. L’analfabetismo raggiungeva il 30% della popolazione. L’emigrazione era una costante: generazioni di portoghesi lasciavano il Paese per cercare lavoro in Francia, Germania, Brasile. I contadini dell’Alentejo vivevano in condizioni semifeudali. E intanto, le guerre coloniali consumavano circa il 40% del bilancio statale: tredici anni di conflitto su tre fronti contemporaneamente, con migliaia di giovani soldati che morivano nelle foreste africane o tornavano traumatizzati a un Paese che non aveva nulla da offrire. Scuole, ospedali e infrastrutture erano sacrificati sull’altare di un impero che stava crollando. Le proteste erano represse, ma il malcontento covava nelle campagne, nelle fabbriche, nelle caserme.
La cultura umiliata: il disprezzo della dignità sociale
La terza forma di disprezzo (Entwürdigung) è forse la più sottile ma la più potente, perché agisce sulle coscienze. Colpisce la dignità sociale, i modi di vita, l’identità culturale di individui e gruppi. Come mi insegnò Philippe Schmitter, che dedicò una parte della sua carriera anche allo studio della transizione portoghese dal regime autoritario alla democrazia (Schmitter 1999), senza la dimensione culturale una rivolta resta reazione istintiva, priva di progetto e di orizzonte. Come osservò Alberto Melucci, «i conflitti sociali si spostano dal sistema economico-industriale tradizionale al terreno culturale: investono l’identità personale, il tempo e lo spazio della vita quotidiana» (Melucci 1985).
In Italia, nonostante vent’anni di regime, l’antifascismo intellettuale non si spense mai del tutto. Antonio Gramsci scrisse i suoi Quaderni dal carcere dalla cella in cui il fascismo lo aveva rinchiuso, un’opera monumentale che avrebbe nutrito il pensiero critico per decenni. Piero Gobetti, morto giovanissimo in esilio a Parigi, lasciò scritti che ispirarono generazioni. Benedetto Croce mantenne dalla sua cattedra una posizione di indipendenza intellettuale. Ferruccio Parri, futuro presidente del Consiglio, combinò la riflessione con l’azione clandestina. Accanto a queste figure, una rete capillare di letteratura clandestina – giornali partigiani, volantini, fogli ciclostilati – mantenne viva la controcultura. E Radio Londra, con le sue trasmissioni in italiano, rappresentò per milioni di persone l’unica finestra su un mondo libero. Il fascismo aveva cercato di plasmare l’italiano «nuovo», disciplinato e obbediente: la Resistenza fu anche un rifiuto profondo di quell’identità imposta. Non a caso, dopo la Liberazione, nacque la straordinaria stagione del Neorealismo, con Rossellini, De Sica, Vittorini, Pavese o Fenoglio, come elaborazione culturale collettiva dell’esperienza della Resistenza.
In Portogallo, la musica divenne lo strumento privilegiato della resistenza culturale. I cantautori della canção de intervenção – José Afonso, Zeca Afonso, Adriano Correia de Oliveira – usavano la musica folk e popolare per veicolare messaggi di libertà, aggirando con l’arte e l’allegoria la censura del regime. Non a caso, fu proprio una canzone – Grândola, Vila Morena di José Afonso – a dare il segnale dell’insurrezione nella notte del 25 aprile. La letteratura resisteva anch’essa: autori come José Saramago (il futuro premio Nobel) si opposero al regime attraverso la parola scritta, pagando il prezzo della marginalizzazione. La dittatura tentò di combattere questa resistenza culturale con l’arma più brutale: l’ignoranza. Salazar dichiarò notoriamente che l’istruzione era pericolosa. Mantenere il popolo analfabeta era una strategia deliberata di controllo. Salazar temeva la cultura più dei cannoni.
La scultura in bronzo «Prüfung» (Prova) della scultrice Edith Breckwoldt è situata nel complesso commemorativo della Chiesa di San Nicola ad Amburgo. Rappresenta San Nicola in lutto e accovacciato su un basamento di vecchi mattoni. La scultura è dedicata al memoriale dell’ex campo di Sandbostel, che durante la Seconda Guerra Mondiale fu uno dei più grandi campi di prigionia tedeschi e causò la morte di oltre 50.000 persone provenienti da molti paesi. Gli studenti di Sandbostel hanno costruito il basamento della scultura utilizzando i mattoni delle fondamenta delle baracche del campo. Foto © Sandro Cattacin, Amburgo 2022
Il triangolo della liberazione
Le tre forme di disprezzo individuate da Honneth – violazione del corpo, negazione dei diritti, umiliazione della dignità culturale – formano un triangolo dinamico che si retroalimenta: L’oppressione genera miseria e reprime la cultura. La miseria alimenta il malcontento e spinge alla ribellione. La cultura dà senso, identità e direzione alla lotta – trasforma la rabbia in un progetto.
Senza la dimensione culturale, come ha dimostrato Charles Tilly analizzando la Vandea, una rivolta resta reazione istintiva, destinata a spegnersi senza lasciare traccia. È la cultura che trasforma la sofferenza in coscienza, e la coscienza in azione organizzata. È la cultura che permette il passaggio storico da movimenti reattivi, locali e patronati, a movimenti proattivi, autonomi e capaci di visione (Tilly 1990).
Questo triangolo si ritrova in quasi tutti i grandi movimenti di liberazione della storia moderna: in India (oppressione coloniale britannica, povertà endemica, filosofia non-violenta di Gandhi), in Sudafrica (apartheid, disuguaglianza economica strutturale, cultura della resistenza incarnata da Mandela, dalla musica e dalla letteratura), nella Primavera di Praga e nella Rivoluzione di Velluto (repressione sovietica, stagnazione economica, intellettuali come Havel che tennero accesa la fiamma del dissenso).
Quando il triangolo non basta
Ma questi tre elementi sono condizioni necessarie e non sufficienti. La storia offre casi in cui il triangolo era presente – oppressione, miseria, umiliazione culturale – eppure la rivoluzione non scoppiò, o fu schiacciata. La Corea del Nord è forse il caso più estremo. Oppressione brutale e totalitaria, carestie devastanti negli anni 1990 che causarono la morte di centinaia di migliaia di persone, indottrinamento sistematico e cultura completamente repressa. Eppure nessuna rivoluzione. Perché? I nordcoreani vivono in un isolamento assoluto: non esiste internet, non esiste stampa libera, non esistono contatti con l’esterno. Non sanno come si vive altrove. Non esiste uno spazio – né fisico né mentale – dove la resistenza possa germogliare. Il controllo è così totale che il terzo elemento del triangolo – la lotta culturale – è stato soffocato alla radice. Senza la possibilità di condividere la sofferenza e di darle un nome, il disprezzo non si trasforma mai in coscienza collettiva.
La Cina offre un altro scenario, per certi versi ancora più istruttivo: Piazza Tienanmen, 1989, lo stesso anno in cui cadde il Muro di Berlino. Tutti e tre gli elementi del triangolo erano presenti: l’oppressione di un regime a partito unico, una crisi economica con inflazione alle stelle e corruzione dilagante, e una vibrante lotta culturale portata avanti da studenti e intellettuali che eressero la celebre Dea della Democrazia al centro della piazza. Il movimento crebbe fino a coinvolgere milioni di persone in tutto il Paese. Ma il regime scelse la via della repressione militare brutale: i carri armati del 4 giugno schiacciarono la protesta nel sangue. Nei mesi successivi, il Partito Comunista strinse un patto implicito con la popolazione: «Vi diamo prosperità economica, voi rinunciate alla libertà politica.» Il formidabile boom economico degli anni Novanta e Duemila disinnescò il malcontento, dimostrando che un regime può sopravvivere ai tre elementi del triangolo se riesce a soddisfare – almeno parzialmente – le aspirazioni materiali della popolazione.
L’Iran nel 2022 offre un caso ancora diverso, in cui i tre elementi si presentarono con una forza e una visibilità particolari. Il 16 settembre, la morte di Mahsa Jina Amini – una giovane donna curda di ventidue anni, arrestata dalla polizia morale per il presunto uso improprio del velo e morta in custodia – scatenò il movimento «Donna, Vita, Libertà» (Zan, Zendegi, Azadi). La violazione del corpo di una donna divenne il simbolo di un regime teocratico che pretende di controllare i corpi dei suoi cittadini, soprattutto quelli delle donne. La crisi economica, aggravata da anni di sanzioni internazionali, strangolava la popolazione. E una straordinaria controcultura clandestina – fatta di musica proibita, poesia underground, arte di strada e social media come spazi di libertà espressiva – diede identità e direzione alle proteste. Per mesi, donne e giovani scesero in piazza togliendosi il velo, ballando, sfidando un regime armato fino ai denti, mostrando un coraggio che commosse il mondo intero. L’Iran illustra anche una dinamica nuova, tipica dell’era contemporanea: nell’epoca della soggettivazione digitale, la sofferenza individuale può diventare mobilitazione collettiva planetaria; L’individuo sofferente esce dalla propria intimità quando realizza che la sofferenza tocca la sua sicurezza ontologica, e i media sociali permettono la condivisione di questa sofferenza senza mediazione istituzionale né temporale, in una varietà di supporti – video, foto, testi – che rende il controllo sempre più difficile per i regimi. Ma non impossibile: le forze armate iraniane restarono fedeli al regime e la repressione fu feroce. Il triangolo c’era, ma il detonatore no.
La Bielorussia nel 2020 completa il quadro. Le elezioni presidenziali palesemente fraudolente di Lukashenko provocarono un’ondata di proteste pacifiche senza precedenti nella storia del Paese. Centinaia di migliaia di persone – operai, studenti, pensionati – scesero in piazza. Una nuova cultura civica prese forma in poche settimane, incarnata dalla candidata Svetlana Tikhanovskaya, dalle «donne in bianco» che formavano catene umane, dalla creatività di una protesta che usava la musica, l’umorismo e i social media come armi. Ma Lukashenko fu salvato dall’intervento di Vladimir Putin, che garantì il sostegno economico, politico e militare necessario a tenere in piedi il regime. Le forze armate bielorusse, sostenute dall’esterno, non cambiarono lato. La rivoluzione pacifica fu schiacciata da una violenta repressione.
Una vista degli interni dell'Hôtel de la Poste a Saint-Louis, in Senegal; un hotel che incarna l'architettura coloniale francese, ma anche la prepotenza dei colonizzatori. Foto © Sandro Cattacin 2025.
Il quarto elemento: il detonatore
Cosa manca, dunque, quando il triangolo è presente ma la rivoluzione non riesce? Manca quello che possiamo chiamare il quarto elemento: le condizioni abilitanti. I tre elementi – oppressione, miseria, lotta culturale – creano il combustibile, ma serve anche la scintilla giusta: una frattura nelle forze armate, un contesto internazionale favorevole, l’accesso all’informazione, l’unità dell’opposizione, le opportunità politiche. Come ha mostrato Schmitter studiando le transizioni dell’Europa meridionale e orientale, i modi di passaggio dal regime autoritario alla democrazia dipendono in modo cruciale dalla configurazione delle élite al potere e dalla loro eventuale frammentazione (Karl e Schmitter 1991). La storia dell’Europa dell’Est conferma questa lezione: i regimi del socialismo reale seppero conservare il potere per decenni, malgrado l’oppressione, la miseria e il dissenso culturale. Fu necessario attendere trasformazioni all’interno degli Stati stessi – l’arrivo di Michail Gorbačëv alla testa dell’URSS nel 1985, le forti divisioni interne ai regimi satelliti – perché la contestazione popolare, approfittando di queste opportunità, producesse cambiamenti drastici (Cattacin, Giugni e Passy 1997).
Lo stesso schema si ritrova nei nostri due 25 aprile. In Italia, l’insurrezione partigiana poté trionfare grazie alla convergenza di più fattori: l’avanzata inarrestabile degli Alleati, la disgregazione dell’esercito tedesco e il crollo delle strutture fasciste. In Portogallo, il detonatore fu ancora più esplicito: furono i giovani ufficiali stanchi di una guerra coloniale senza senso a organizzare il Movimento das Forças Armadas (MFA) nel 1973 e a rovesciare il regime dall’interno. La scintilla fu il libro del generale António Spínola, Portugal e o Futuro, pubblicato nel febbraio 1974, che affermava pubblicamente l’impossibilità di una soluzione militare. Nella notte del 24-25 aprile, quando la radio trasmise Grândola, Vila Morena – il segnale convenuto –, le truppe del MFA occuparono i punti strategici di Lisbona senza quasi sparare un colpo. Caetano si arrese e andò in esilio. I cittadini scesero in strada per abbracciare i soldati, e la fioraia Celeste Caeiro distribuì garofani che finirono nelle canne dei fucili – un’immagine che divenne il simbolo mondiale della rivoluzione pacifica.
Nell’era contemporanea, i media sociali hanno aggiunto una nuova dimensione a questa dinamica. Come i quotidiani furono gli acceleratori dei movimenti operai nel XIX secolo e la radio e la televisione accompagnarono i nuovi movimenti sociali del XX, i media sociali sono gli acceleratori dei movimenti contemporanei. Permettono la condivisione della sofferenza e dell’indignazione a una velocità e su una scala senza precedenti. Ma neppure la tecnologia basta a fare una rivoluzione. Si può spegnere come tentano i regimi autoritari.
I tre elementi – oppressione fisica, miseria, lotta culturale – sono come la polvere da sparo: senza di essa non c’è esplosione. Ma la polvere da sparo da sola non esplode – serve un detonatore. E il detonatore più potente della storia sembra essere uno: quando chi ha le armi – l’esercito – cambia lato o si divide. È ciò che accadde in Italia nel 1945 e in Portogallo nel 1974. È ciò che non accadde a Piazza Tienanmen, a Teheran né a Minsk.
Bibliografia
Cattacin, Sandro, Marco Giugni e Florence Passy (1997). États et mouvements sociaux. La dialectique de la société politique et de la société civile. Arles: Actes Sud.
Cattacin, Sandro e Fiorenza Gamba (2026). Mobilisations politiques à l’ère des subjectivations. Genève: unpublished manuscript.
Honneth, Axel (1992). Kampf um Anerkennung. Zur moralischen Grammatik sozialer Konflikte. Frankfurt am Main: Suhrkamp [trad. it. Lotta per il riconoscimento, Milano: Il Saggiatore, 2002].
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Melucci, Alberto (1985). «The Symbolic Challenge of Contemporary Movements», Social Research, 52(4), 789-816.
Raschke, Joachim (1985). Soziale Bewegungen. Ein historisch-systematischer Grundriss. Frankfurt am Main/New York: Campus.
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Spínola, António de (1974). Portugal e o Futuro. Lisboa: Arcádia.
Tilly, Charles (1990). La France conteste. Paris: Fayard.
Tilly, Charles (2005). Social Movements, 1768-2004. Boulder: Paradigm.