Bolgheri, la storia del terroir italiano che si rinnova e resiste

Chi dice Bolgheri evoca un terroir iconico. Incontro con un’identità culturale secolare e con il cambiamento che non risparmia neanche il mondo del vino.

Di Antonella Montesi 24 aprile 2026

 

Il territorio di Bolgheri in Toscana si pone da anni come una palestra che non teme confronti. La forza di questo emblematico terroir si fonda sulla tradizione vinicola, stimatissima, affiancata da un altrettanto apprezzata innovazione, perseguita con lungimiranza e caparbietà nella lunga trasformazione del mondo del vino.

A Bolgheri sono nati i vini Sassicaia, Ornellaia e Masseto, alcuni dei supertuscan che hanno ridefinito il panorama internazionale dei rossi. Spesso sono nati da una sfida alla tradizione, come appunto l’Ornellaia. Parte negli anni Ottanta la volontà di sperimentazione di Lodovico Antinori, figlio ribelle della casata, forte di una storia vinicola di seicento anni. Lodovico ama l’avventura. Lo troviamo fotogiornalista nel Laos durante la guerra. Si trasferisce poi negli Stati Uniti, arriva nella Napa Valley, in California, dove apprende le tecniche sia commerciali che vinicole.

Tornato a Bolgheri e ispirato dal successo del Sassicaia, prodotto dal cugino Nicolò Incisa della Rocchetta, individua il potenziale del territorio per i vitigni bordolesi - Cabernet Sauvignon, Merlot, Cabernet Franc -, forte delle competenze dell’enologo russo André Tchelistcheff, uno dei winemaker più influenti dell’America post-proibizionismo, laureatosi all’Università del vino di Bordeaux e attivo negli anni Trenta proprio nella Napa Valley, dove sperimenta con il cabernet sauvignon, piantandone in una vigna cloni diversi per vedere quale desse la miglior resa. Lodovico lo porta a Bolgheri. Nasce così l’Ornellaia, che prende il nome dagli ornelli, dei frassini presenti in loco in una piccola macchia. Il vino, ottenuto da un’attenta selezione di Cabernet Sauvignon, Merlot, Cabernet Franc e Petit Verdot, fu proclamato dal mensile americano Wine Spectator il miglior vino del mondo (il millesimo 1998).

La strada dell’Ornellaia è stata comunque impervia. La prima annata viene messa in commercio nel 1984 solo per il Giappone. In Italia il primo Ornellaia arriva nel 1989 con l’annata 1985. La critica reagisce male, non lo capisce e lo stronca. Nel frattempo Lodovico sviluppa il progetto di un merlot in purezza che nel 1988 esordisce con il nome di Masseto, sul modello del Pomerol bordolese. Un trionfo immediato che fa decollare anche il primogenito Ornellaia, e da qui è storia scritta nei libri.

Da vent’anni la tenuta Ornellaia è passata di mano. Lodovico Antinori ha venduto alla famiglia Frescobaldi, altro casato nobile con una lunga tradizione nel mondo vinicolo. Perché è ormai una questione di prestigio possedere una tenuta qui, anche se hai già ottenuto un grande successo altrove. Ed allora ecco Feudi di San Gregorio, di Antonio Capaldo. La più grande azienda vinicola del sud Italia, trenta milioni di fatturato l’anno, e la prima del sud ad acquistare al nord – in genere è il contrario – ora presente a Bolgheri con Campo alle Comete, acquistata di recente, nel 2016, dal principe Girolamo Guicciardini Strozzi, primo presidente nonché fondatore del Consorzio della Vernaccia.

I lombardi Giovanni e Ambrogio Folonari acquistano la tenuta Campo al Marte, e il piemontese Angelo Gaja quella di Ca’ Marcanda nel 1996, due anni dopo la tenuta di Montalcino. A causa delle trattative senza fine che hanno portato a questa acquisizione, la tenuta è stata appunto chiamata Ca’ Marcanda, la casa delle negoziazioni infinite. Ispirato al dialetto piemontese, ca’ significa casa e marcandè significa mercanteggiare. All’inizio, la famiglia fondò l’azienda con l’intenzione di introdurre pratiche biologiche fondamentali per la lavorazione della terra e la viticoltura della regione. Oggi il loro vino Ca’ Marcanda, un Bolgheri Dop, 50% Merlot, 25% Cabernet Sauvignon, 25% Cabernet Franc, raggiunge quotazioni altissime.

A Bolgheri sono approdati anche gli stranieri. Come l’imprenditore austriaco Stanislaus Turnauer, che dal 2015 ha acquistato la tenuta Argentiera, situata al sud del territorio bolgherese, vicino Donoratico, dove le brezze marine sono più presenti, conferendo maggior sapidità e mineralità ai vini. E poi la famiglia americana Kendall-Jackson con Villa Arceno, e la famiglia coreana Lee, che ha comperato la cantina Cerbaia nella vicina Montalcino. C’è chi, dopo una fortuna accumulata con il petrolio, vive la propria passione per il vino, e così l’argentino Alejandro Bulgheroni, uno degli uomini più ricchi del mondo, investe e produce vini nel Chianti Classico, a Montalcino ed a Bolgheri. E poi il miliardario russo Konstantin Nikolaev ed altri ancora.

Ma prima di tutto ci sono loro, i marchesi Antinori, presenti sul territorio da secoli ed imparentati con altre casate nobili: «La storia della mia famiglia a Bolgheri è profondamente intrecciata con due grandi famiglie, gli Incisa della Rocchetta e i della Gherardesca, per via di matrimoni incrociati che risalgono ai miei bisnonni. In origine eravamo un’unica realtà agricola, solo alla fine degli anni Quaranta avvenne la divisione tra le due famiglie», racconta Albiera Antinori, la maggiore delle tre figlie con Allegra e Alessia del marchese Piero Antinori, fratello di Lodovico, di cui abbiamo già parlato.

 

Albiera Antinori (a sinistra), presidente della Marchesi Antinori, con Antonella Montesi. © Zurigo, 2 febbraio 2026

 

Albiera Antinori, presidente della Marchesi Antinori, l’abbiamo incontrata a febbraio a Zurigo in un evento dedicato al vino. Insieme al resto della famiglia oggi porta avanti una tradizione lunga ventisei generazioni, iniziata nel 1385, da quando Giovanni di Piero Antinori entrò a far parte dell’Arte Fiorentina dei Vinattieri. Rappresentano un futuro antico, come si definiscono nel loro sito web. Albiera Antinori ci spiega come, nei primi anni Settanta si sia aperto un capitolo decisivo non solo per Bolgheri, ma per tutta la viticoltura toscana e italiana: «Si passò da un’agricoltura ancora legata alla mezzadria ad una gestione più estensiva, moderna, inizialmente non sempre orientata alla qualità» premette la presidente: «Fu un’epoca di grande trasformazione, in cui l’idea di “vino” cominciò a cambiare profondamente: fino ad allora, era spesso percepito come un prodotto contadino, poco curato, trasportato in fiaschi dal produttore al consumatore senza garanzie sulla conservazione. Poi ci fu un salto culturale e tecnico, e nacque il desiderio di dare al vino italiano una dignità internazionale, di raccontare il territorio attraverso le bottiglie».

Così la Marchesi Antinori è divenuta un mondo a sé, con aziende sparse sul territorio italiano e nel resto del mondo, dal Cile alla California, oltre che in varie nazioni europee. Produttori di supertuscan con le due etichette emblematiche Solaia e Tignanello, hanno dato vita all’iconico Guado al Tasso, un Bolgheri Doc Rosso Cont’Ugo, 2023, prodotto nella tenuta situata nell’Anfiteatro Bolgherese: una serie di colline che racchiudono la pianura che si affaccia sul mare, capace di creare un microclima unico, con grandi escursioni termiche, dove l’aria fredda che, di notte, scende dalle colline, rinfresca i filari.

La doppia personalità del terroir Bolgheri è proprio questa, una realtà in cui convivono due dimensioni, quella capitalista, portata avanti da imprenditori per lo più giovani, per lo più non locali, se non stranieri, e quella agricola, basata sulle famiglie nobili presenti da secoli sul territorio. Che però hanno saputo portare avanti una certa visionarietà, basti pensare ai prestigiosi nuovi vini da loro creati e al fatto che, fino ad alcuni decenni fa, il territorio di Bolgheri era dedito alla mezzadria ed alla produzione di frutta ed ortaggi.

E comunque sono sempre più le zone grigie, una via di mezzo tra l’approccio capitalista e quello tradizionale, la contraddizione è solo apparente. Qui, sulla stessa strada, convivono piccole aziende agricole e grandi gruppi vinicoli, alcuni venuti a Bolgheri per diversificare la propria gamma di vini.

Il sostrato agricolo non sparisce nonostante la nuova dimensione internazionale ed il successo di questa strategia è dimostrato dal fatto che Bolgheri sia oggi la denominazione che in Italia possiede il valore medio delle proprie bottiglie più alto ed una produzione pienamente assorbita dal mercato.

 
Corriere dell’italianità


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