Crans-Montana, il meglio dei salotti televisivi italiani
«In Italia i gestori di un locale in cui si consuma un rogo mortale, avrebbero chiesto loro di essere arrestati!». Questa e altre sparate demagogiche brillano da settimane nei talk show, nello scontro fra il Belpaese, spacciato come modello di virtù, e la Svizzera reputata inaffidabile.
Di Fabio Lo Verso 24 febbraio 2026
Nella tragedia di Crans-Montana, i talk show televisivi italiani hanno dato il meglio di sé, sigillando a destinazione della Confederazione le più autorevoli e definitive conclusioni. Nella trasmissione In Altre Parole su La7, con fare saccente e eloquio severo, Massimo Gramellini e Beppe Severgnini garantiscono: «La Svizzera non è un Paese affidabile». Nel salotto di Quarta Repubblica su Rete4 è svelata una tremenda verità: «La giustizia svizzera fa acqua da tutte le parti». Se fosse accaduto in Italia «ci sarebbero stati sequestri e confische», una certezza per la trasmissione Realpolitik su Rete4.
Con eguale supponenza autoreferenziale, in altra sede televisiva l’ambasciatore in Svizzera Gianlorenzo Cornado afferma: «Se fosse accaduto in Italia», i proprietari del locale di Crans-Montana dove si è consumata la tragedia di Capodanno, «sarebbero già stati arrestati». Ma è smentito a mezzo stampa dalle famiglie delle 43 vittime del ponte Morandi: «Al momento, con processo in corso, nessuno degli imputati per la strage del 14 agosto 2018 a Genova è stato ancora arrestato».
Il retropensiero di queste sparate demagogiche è che nel Belpaese, va da sé, la vicenda sarebbe andata nel verso giusto. Nientemeno, Jacques e Jessica Moretti «in Italia avrebbero chiesto loro di essere arrestati», dà per certo Tommaso Cerno, direttore del Giornale, in collegamento con Quarta Repubblica di Mediaset. Cerno è lo stesso che ha dichiarato: «Sono fiero di non essere svizzero», svelando al mondo che si può essere orgogliosi di non essere qualcosa o qualcuno.
Attraverso le sequenze dei talk show in cui si è argomentato sul dramma di Crans-Montana, si tocca con mano, quasi fosse reale, l’immagine di un’Italia colma di rettitudine morale, dotata di un sistema giudiziario rapido ed efficace. Un Paese dove vige una totale aderenza alle norme di sicurezza, il cui rango è situato ben più in alto rispetto alla Svizzera in termini di affidabilità e decoro politico-istituzionale.
Ora l’inferiorità elvetica non si riflette però, come dovrebbe, nel livello degli stipendi, ed è questa una ragione di sdegno per il giornalista Antonio Caprarica nella trasmissione Diritto e rovescio, in prima serata sempre su Rete4. L’ex corrispondente della Rai a Londra scopre che «il sindaco di Crans-Montana si porta a casa uno stipendio annuale della stessa dimensione del presidente della Repubblica italiana per guidare un comunello di diecimila abitanti».
Stizzito al cubo Caprarica attacca: «Ma un po’ di dignità, la politica svizzera la vuol mostrare o no?». Qualcuno obietta che forse il quesito sarebbe da ribaltare: com’è possibile che il presidente di una delle maggiori potenze mondiali guadagni quanto un piccolo sindaco elvetico? E scatta subito l’imitazione caricaturale: «Ma un po’ di dignità, la politica italiana la vuol mostrare o no?».
Se li osservi molto da vicino, la natura dei talk show italiani, dove si è capaci di fomentare lo scontro fra Paesi e popoli amici più che nelle stanze segrete del Pentagono o del Cremlino, non c’entra con la morale o l’etica, semmai con la geometria. Nei salotti televisivi, c’è sempre questa perfetta convergenza simmetrica fra la presunzione di capire meglio di chiunque altro come funziona il mondo e il senso di superiorità dei protagonisti.
Nel caso che riguarda la Confederazione, la prova provata della sagacia che gronda nei talk show consiste nell’aver colto che il mito elvetico, uno e trino, della perfezione, precisione e efficienza non esiste. Alcuni sembrano esprimere un sincero stupore: «Abbiamo sempre pensato che la Svizzera fosse il Paese della perfezione, quindi ci deve consentire che siamo molto sorpresi», dichiara al conduttore di Quarta Repubblica Simonetta Matone, deputata alla Camera per la Lega.
Il solito Tommaso Cerno, direttore del Giornale dallo scorso dicembre, fra i più nevrotici istigatori alla crociata antisvizzero, azzera ogni merito del sistema elvetico di soccorso e assistenza a Crans-Montana e tesse un elogio a senso unico al sistema nostrano, beninteso il solo ad aver reagito nelle prime ore fatidiche: «Il mito svizzero non è mai estito in questo campo (soccorso e assistenza: ndr), io vedo la protezione civile italiana essersi mossa subito, gli ospedali italiani prendersi subito cura di questi ragazzi».
C’era bisogno di allestire così tante puntate televisive e spendere decine di ore in collegamenti video per declamare quello che gli abitanti della Confederazione sanno già? Il mito di una Svizzera perfetta, precisa e efficiente, non soltanto non esiste e non è mai esistito, ma è sorto fuori dal loro Paese, nella narrazione idealizzata, soggettiva e a volte esaltata, che milioni di immigrati hanno espresso della loro esperienza nel Paese elvetico.
A chi si rivolgono allora i campioni televisivi dell’isteria antisvizzera? Alle decine di migliaia di italiani che varcano ogni giorno il confine per lavorare nella Confederazione? Ai 660 mila iscritti all’Aire che non si rendono conto di vivere in un Paese «inaffidabile», sprovvisto di dignità politica, dove «la giustizia fa acqua da tutte le parti» e i criminali non sono messi in prigione mentre in Italia «chiederebbero loro stessi di essere arrestati»?
Si rivolgono, a quanto pare, ai fautori di un «marcato clima anti-italiano presente in Ticino». Le parole di un ex ambasciatore in un’intervista al Corriere del Ticino delineano il fronte invisibile dello scontro, tracciato sul versante elvetico da quei media populisti nella Svizzera italiana che sparano a zero sul Belpaese. Marco Del Panta racconta come, durante il suo mandato a Berna tra il 2016 e il 2019, avesse dovuto affrontare «critiche ingiuste rivolte all’Italia, persino calunniose, articoli indegni che parlavano di un Paese che cadeva a pezzi, e degli italiani come criminali al volante». L’ex ambasciatore non nasconde di essere rimasto sorpreso: «Mi domandavo, da dove proveniva questo senso di superiorità dei ticinesi e degli svizzeri in generale?».
Risposta facile: dalle trincee demagogiche che in ogni Paese si scavano dalla politica ai media, dalla bolgia populista dove ribolle il senso di superiorità, l’antagonismo fra nazioni, la competizione fra popoli, in cui tutto passa attraverso il prisma deformante della generalizzazione. Un mostro teorico, un dinosauro speculativo che si credeva estinto.
Si può onestamente pensare che quanto accaduto nel locale Le Constellation, con tutti i suoi oscuri addentellati nella giunta di Crans-Montana e nella procura vallesana, sia rappresentativo del modo di vivere, di comportarsi, di funzionare di un’intera nazione?
Questo tratto irrazionale, per alcuni versi patologico, è comune alla schiera di commentatori da salotto con il compito puerile di ergere il proprio Paese al di sopra di qualunque altro. In Italia o in Svizzera condividono la stessa sottocultura regressiva.