«A Monte Verità, l’Europa ha creduto di poter reinventare sé stessa»
Con Il fuoco e le falene. Otto Gross, psicoanalisi, anarchia e sogno di libertà, lo scrittore e saggista Marco Minoletti riporta alla luce la figura di Otto Gross e l’esperienza di Monte Verità, presso Ascona in Ticino, laboratorio di libertà e utopie del primo Novecento. In questa intervista racconta perché ha scelto oggi di restituire voce a una comunità che ha tentato di reinventare la vita dalle fondamenta.
Di Matteo Galasso 24 febbraio 2026
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Lo scrittore italiano Marco Minoletti è approdato con curiosità al festival dei libri italiani Sconfinamenti, ideato a Basilea nel 2023, promosso dal Comites e dal GIR–Giovani in Rete: «Mi interessa l’idea di una piattaforma che dia voce a una letteratura nata fuori dai confini stretti dell’Italia ma che continua a parlare italiano. C’è una Svizzera italiana e una comunità italiana in Svizzera che usano l’italiano in modi nuovi, vivi, quotidiani. Merita spazio». Il 20 febbraio scorso, vi ha presentato il suo ultimo romanzo, Il fuoco e le falene. Otto Gross: psicoanalisi, anarchia e sogno di libertà, dedicato a un’esperienza in bilico fra rivoluzione e invenzione di senso.
Otto Gross e Monte Verità, una vicenda mitica del primo Novecento tra psicoanalisi, utopie e comunità alternativa nata in una collina del Ticino. Perché riportare questa storia alla luce?
Marco Minoletti: Mi interessava raccontare un momento in cui l’Europa ha davvero creduto di poter reinventare sé stessa. Con Otto Gross, Monte Verità è stato un laboratorio di libertà radicale quasi sconosciuto in Italia. Il fuoco e le falene è il primo romanzo storico italiano dedicato a una figura così visionaria e utopica. Raccontare questa vicenda è stato come restituire il respiro a un pezzo di storia che ci riguarda.
Come colloca il Monte Verità nel contesto attuale di crisi dell’Europa e dell’Occidente?
Il Monte Verità nasce come risposta radicale a una crisi che non era solo economica o politica, ma come oggi esistenziale. Tra fine Ottocento e primo Novecento, l’Europa vive un collasso di certezze, l’industrializzazione accelera, le città esplodono, le gerarchie sociali si incrinano, la fiducia nel progresso si trasforma in inquietudine. Il Monte Verità è una comunità che tenta di reinventare la vita dalle fondamenta. Non è un rifugio, ma un laboratorio, si mettono in discussione la famiglia borghese, la proprietà privata, la morale sessuale, il rapporto con il corpo, la relazione con la natura. È un luogo in cui si cerca una via d’uscita dalla crisi non attraverso la politica istituzionale ma attraverso la trasformazione dell’esistenza quotidiana. È un luogo in cui convergono anarchici, riformatori della vita, artisti, psicoanalisti, teosofi, vegetariani, nudisti, femministe. Ecco perché Otto Gross vi trova un terreno naturale. La sua critica al patriarcato, alla famiglia autoritaria, alla repressione sessuale e alla violenza delle istituzioni psichiatriche non è un’utopia compiuta, ma un cantiere aperto.
Monte Verità fu un laboratorio per l’avvento di una comunità europea. Guardando oggi alla Basilea multiculturale ad esempio del quartiere di Erlenmatt, osserva ancora qualche eco di quella ricerca di nuovi modi di convivere?
I tempi rispetto all’avventura di Monte Verità sono molto mutati. Erlenmatt, tutte le volte che ci sono stato, mi ha dato la sensazione di una comunità in movimento, lingue, culture, stili di vita che cercano un equilibrio. Non c’è più un’utopia radicale, ma c’è ancora l’invenzione quotidiana di un vivere comune.
Otto Gross fu un outsider radicale, ai margini della psicoanalisi ufficiale. In che modo si collega al tema dello «sconfinamento», al centro del festival di Basilea, inteso come passaggio tra lingue, ruoli sociali e modelli familiari?
Gross era uno che non riusciva a stare dentro nessun confine, né linguistico, né professionale, né affettivo. Era un ribelle naturale, e il suo pensiero nasceva proprio da questi attraversamenti. È un personaggio perfetto per il tema del festival, uno che viveva nelle soglie.
A Basilea ha incontrato una comunità che vive soprattutto attraverso un’altra lingua, ma sceglie di ascoltare questa storia in italiano.
A Basilea l’italiano non è la lingua dominante e proprio per questo diventa una scelta libera, identitaria. Mi ha colpito questa comunità che vive in tedesco tornare all’italiano per ascoltare letture di saggi o racconti, è come se la lingua diventasse un luogo in cui ci si riconosce, un piccolo spazio mentale dove si torna a casa.
Che cosa direbbe a un ragazzo italo-svizzero di Basilea che legge poco in italiano per invogliarlo a scoprire Monte Verità e Otto Gross?
Gli direi che Monte Verità è la storia di persone che hanno osato essere altro. Un po’ come chi cresce tra due lingue, ad ognuna non appartiene mai del tutto e proprio per questo può scegliere. Non serve una conoscenza perfetta dell’italiano, serve la curiosità di vedere come, cento anni fa, qualcuno ha provato a inventare un nuovo modo di vivere il quotidiano, qualcosa che può risuonare nel mondo di oggi.