Tra algoritmi e identità: il valore della radio nell’era dello streaming

A differenza delle piattorme come Spotify o YouTube, che operano secondo logiche prevalentemente commerciali e algoritmiche, la radio pubblica mantiene ancora oggi per la musica un approccio editoriale preservando la diversità culturale.

a cura di Marco Ambrosino responsabile contenuti editoriali SSR.CORSI

 

«In principio era la radio»: potrebbe recitare così l’incipit di una storia dei mezzi di informazione che hanno segnato la nostra epoca. Insieme alla carta stampata, la radio è stata infatti per lungo tempo uno dei principali strumenti attraverso cui le persone si tenevano informate e seguivano l’attualità: come nel 1954, quando la popolazione svizzera doveva accendere la radio per seguire i Campionati mondiali di calcio disputati nel nostro Paese, oppure nel 1939 e nel 1945 per sentire in diretta gli annunci dello scoppio e della fine della Seconda guerra mondiale. In quella fase storica, la radio rappresentava un mezzo capace di creare un forte senso di partecipazione collettiva, unendo gli ascoltatori in tempo reale attorno ai grandi eventi del mondo.

Il nuovo ruolo della radio

Con l’arrivo della televisione, la dimensione della cronaca si è progressivamente spostata verso il nuovo mezzo audiovisivo e la radio ha visto ridimensionato il proprio ruolo, pur mantenendo una forte presenza nel panorama mediatico. Il contesto attuale è però ulteriormente cambiato: oggi la radio è uno dei molti strumenti disponibili per accedere a contenuti informativi, sportivi o culturali. L’offerta mediatica si è moltiplicata e le piattaforme digitali stanno progressivamente modificando le abitudini del pubblico, spingendo il servizio pubblico radiotelevisivo a riflettere sulla propria missione: quale ruolo può ancora assumere la radio in un contesto mediatico complesso, in cui a dominare sono la quantità di contenuti e il loro consumo rapido e individuale?

Per rispondere a questo quesito ci può venire in soccorso uno degli ambiti più connessi con l’attività del servizio pubblico radiotelevisivo e della radio stessa, ovvero quello della musica. A differenza delle piattaforme di streaming, che operano secondo logiche prevalentemente commerciali e algoritmiche, la radio pubblica mantiene ancora oggi per la musica un approccio editoriale. La selezione musicale non dipende unicamente dal successo globale dei brani, ma anche da criteri di qualità, varietà e rappresentanza culturale.

In questo senso, l’offerta radiofonica di servizio pubblico svolge un ruolo che lo streaming difficilmente potrà rimpiazzare: dare spazio ad artisti locali, emergenti o di nicchia, che spesso non trovano visibilità nei circuiti commerciali globali. La musica trasmessa in radio è anche costruzione di identità collettiva e culturale. A sostegno di questa riflessione, ho trovato calzanti le parole di Veronica Fusaro, giovane musicista svizzera, prossima rappresentante all’Eurovision Song Contest che si disputerà a Vienna, che ha ricordato come «agli inizi, non si è mai commerciali: la radio è un mezzo potente che permette ai giovani artisti di esprimersi e far sentire la loro voce».

Due modelli diversi di promozione musicale

Il confronto con le piattaforme digitali può aiutarci a mettere in luce due modelli diversi di promozione musicale e a capire perché, anche con l’esplosione di piattaforme come Spotify o YouTube, la radio giochi e debba ancora svolgere un ruolo centrale nel sistema musica. Da un lato, lo streaming musicale offre un accesso quasi illimitato ai contenuti, ma tende a privilegiare la personalizzazione e la logica del consumo individuale. Le playlist algoritmiche, pur efficienti, tendono a ridurre la diversità culturale a favore di ciò che è già popolare o facilmente monetizzabile. La radio pubblica, al contrario, può assumersi il rischio di proporre contenuti meno immediatamente commerciali, ma culturalmente significativi, contribuendo così alla diversificazione dell’offerta musicale e alla valorizzazione del territorio.

Un baluardo per la ricerca musicale

Proprio per questa ragione il ruolo della radio, seppur con un impatto diverso da quello che poteva avere nella prima metà del XX secolo, è di fondamentale importanza per la promozione musicale, anche su scala regionale. Non sorprende infatti che, durante la campagna contro l’iniziativa «200 franchi bastano!», molti musicisti della Svizzera italiana abbiano sostenuto con forza il servizio pubblico radiotelevisivo e, in particolare, l’offerta radiofonica della RSI e della SSR.

Pur in un sistema governato sempre più da piattaforme digitali, lo spazio radiofonico non solo è uno spazio da mantenere, ma è forse l’ultimo angolo protetto per i giovani musicisti, un’oasi in mezzo un deserto di algoritmi e numeri di ascolto. A sostenere questa causa sono i musicisti stessi, anche i più giovani, che pure fanno uso di piattaforme musicali come Spotify, come ha ricordato la giovane musicista Kety Fusco: «La radio pubblica può essere uno dei pochi spazi dove il valore del progetto conta più dell’algoritmo. In un territorio come la Svizzera italiana, l’offerta radiofonica ha anche una funzione identitaria: sostiene la scena locale, crea rete, mette in dialogo artisti, pubblico e istituzioni. (…) Per questo i passaggi in radio non sono un dettaglio promozionale, ma parte di un ecosistema che permette ai giovani artisti di esistere senza dover rincorrere solo logiche di mercato».

Il principio della scelta editoriale

Il sostegno dimostrato dal mondo della musica per l’offerta e lo spazio radiofonico del servizio pubblico si riassume in una visione tanto semplice quanto decisiva: le piattaforme offrono tutto, mentre il servizio pubblico fa una scelta. Ed è proprio in questo diverso modus operandi che si opera la distinzione tra ciò che è servizio pubblico e ciò che non lo è: l’indipendenza editoriale, la certezza di un servizio che non opera al servizio di nessuno, che sceglie secondo criteri di qualità, valore artistico e rappresentatività culturale, senza prediligere né il valore economico né logiche di mercato o tendenze dettate da un algoritmo. L’autonomia editoriale – si tratti di contenuti informativi, culturali o sportivi – è e deve restare la garanzia di un servizio pubblico radiotelevisivo solido. Anche per la musica.

 
Corriere dell’italianità


Dal 1962 la voce della comunità italiana in Svizzera

https://corriereitalianita.ch
Avanti
Avanti

«Il No chiude una fase di confronto acceso. Ora si apre quella della responsabilità»