Quel dottorato «honoris causa» a Mussolini
L’Università di Losanna non ha mai voluto ritirare il titolo conferito al duce, mentre la società civile continua a chiedere di onorare la memoria di chi si oppose a quella onorificenza. Il futuro della mostra svizzera che ne ha ricostruito il contesto storico.
Di Annalisa Izzo 24 ottobre 2025
Il 21 settembre scorso, all’Università di Losanna, si è conclusa la mostra Docteur Mussolini. Un passé sensible. Chi ha potuto visitarla è cosciente di aver avuto accesso a un pezzo importante della storia del XX secolo, una pagina che ha messo in luce come gli anni svizzeri siano stati determinanti alla futura svolta fascista di Benito Mussolini e alla costruzione del suo mito. E se quel riconoscimento, promosso da un’élite vicinissima al duce, fu strumento per la sua legittimazione culturale e politica, fu anche il sintomo delle ambiguità di un paese neutrale che guardava all’ascesa del fascismo con ammirazione.
La vicenda del dottorato honoris causa, tutt’ora non ritirato dall’Università di Losanna, è fatta di colpi di scena, insabbiamenti e ipocrisie durate fino al 2021, quando in occasione di una mostra sull’immigrazione italiana in Svizzera (Losanna-Svizzera: 150 ans d’immigration italienne à Lausanne) fu esposta per la prima volta una copia del diploma di dottorato rilasciato dall’Università di Losanna al dittatore italiano nel 1937.
Il mondo dell’associazionismo antifascista in Svizzera – Anpi Ginevra, Colonia libera italiana di Losanna e Comitato XXV aprile di Zurigo – rappresentato dalla deputata Elodie Lopez, si mobilitò allora con una petizione al Gran Consiglio, accompagnata da 1200 firme, per chiedere il ritiro del titolo da parte dell’Università e avanzare contestualmente la richiesta di onorare la memoria del solo professore dell’ateneo che si oppose alla proposta di conferire l’onorificenza al duce: Jean Wintsch. Il rettorato dell’Università, tuttavia, ha scelto di non ritirare il titolo ma di mettere in atto una politica memoriale, che si è avviata proprio con l’inaugurazione della mostra nell’autunno 2024.
Di queste vicende è stato protagonista Claudio Cantini (foto seguente). un emigrato italiano, livornese per l’esattezza, oggi 96enne, a cui si deve la riscoperta del dottorato e la conseguente campagna per il ritiro dell’onorificenza. Arrivato a Losanna appena ventenne, Cantini ha sempre lavorato come infermiere psichiatrico all’Hôpital de Cery. Tra i suoi pazienti, negli anni Settanta, ce ne fu uno che, quando lo incontrava nei viali del giardino o nei corridoi, gli dava una spallata e urlava: «Salve Mussolini!». Quando Cantini gli chiese perché insistesse a chiamarlo in quel modo, scoprì, proprio da quel degente, che il capo del fascismo era stato onorato con un dottorato honoris causa.
Ora, il padre di Claudio Cantini (foto sopra) era stato un convinto antifascista che aveva perso il lavoro ai cantieri Ansaldo di Livorno per non aver preso la tessera del partito. Non servì altro all’infermiere per avviare, da storico autodidatta, una ricerca che sarebbe durata per anni, il cui esito è rimasto nei molti articoli da lui pubblicati sull’organizzazione del fascismo nella Svizzera degli anni Trenta. Non solo: con i suoi interventi pubblici, Cantini mobilitò la società civile affinché l’Università di Losanna ritirasse quel titolo.
Nel 1976 Claudio Cantini – che ormai tutti chiamavano «Claude» – chiese al rettore di poter consultare gli archivi relativi al dottorato. Dominique Rivier gli negò il consenso con questa giustificazione: «Le passioni che questo episodio ha suscitato non sono ancora del tutto placate. Il rettorato considera che la pubblicazione dei documenti di questo dossier è prematura». E per frapporre un ostacolo definitivo a quell’intraprendenza che avrebbe potuto coprire di onta la prestigiosa istituzione, aggiunse: «Abbiamo inoltre appreso che un professore della nostra Università si riserva il diritto di poter far uso di questi documenti al momento opportuno, per uno studio che effettuerebbe nell’ambito delle sue ricerche. Dobbiamo dunque tutelare i diritti di questo nostro docente». Fu una strategia di insabbiamento, perché il professore di storia Jean-Charles Biaudet, che ricevette il dossier dalle mani del rettore, non se ne occupò mai.
Cantini tornò alla carica nel 1987 e ottenne che Pierre Ducrey, rettore in quel momento, trasmettesse il dossier a un ricercatore in storia, Olivier Robert, con il mandato di pubblicare fonti e documenti sull’affaire. Uscirono il Livre blanc seguito da Matériaux pour servir à l’histoire du d.h.c. décerné à Benito Mussolini en 1937, una raccolta di documenti d’archivio – oggi accessibili online attraverso il sito dell’Università. Intanto un comitato civico, nel giugno 1987, presentò una petizione al Gran Consiglio del Canton Vaud, chiedendo che l’ateneo rendesse pubblici tutti gli archivi sul caso, riconoscesse l’infondatezza scientifica e accademica del conferimento del titolo e provvedesse al suo annullamento. La petizione venne ignorata.
In questo contesto, il 13 novembre 2024, l’Università di Losanna ha inaugurato la mostra Docteur Mussolini. Un passé sensible, che ripercorre questa vicenda attraverso moltissimi documenti finalmente resi pubblici. Un gesto importante non solo per il suo valore simbolico. Se è vero infatti che l’Università ha deciso di non ritirare l’onorificenza, ha accettato però di aprire una riflessione sul peso del passato e sulla gestione, da parte delle istituzioni, di riconoscimenti oggi non più condivisibili. Cosa fare di un patrimonio culturale divenuto ingombrante? Come confrontarsi con artisti, intellettuali, uomini (ma anche donne) di scienza che hanno avuto un peso nello sviluppo del sapere e che oggi ci appaiono indecenti perché, per esempio, vicini a idee razziste, compromessi per comportamenti irrispettosi di altri gruppi o individui?
Insomma, con questa mostra, l’Università di Losanna ha accettato di entrare nel vivo del dibattito sulla politica memoriale e sulla pericolosità della cosiddetta cancel culture. Un percorso non facile e, come si è già avuto modo di capire nei mesi scorsi, costellato di contraddizioni: una petizione della società civile, promossa da Anpi Ginevra, e rivolta all’ateneo nella primavera 2025, ha chiesto al rettore Fréderic Herman di commemorare la figura di Jean Wintsch, il professore che disse di no al conferimento di quel dottorato. La data proposta dalla petizione per la commemorazione era proprio l’8 aprile, giorno in cui nel 1937 una delegazione dell’Università, guidata da Emile Golay, rettore dell’epoca, si recò a Palazzo Venezia a consegnare il titolo. La richiesta è rimasta inascoltata ai piani alti del campus di Dorigny.
Nell’attesa dei dati relativi all’affluenza di pubblico, la curatrice dell’esposizione, Olga Canton Caro, in occasione dell’ultima visita, organizzata lo scorso 18 settembre, dall’associazionismo antifascista, ha anticipato la sua soddisfazione tanto per la frequenza delle visite guidate prenotate nei fine settimana quanto, soprattutto, per il forte il coinvolgimento delle scuole, degli insegnanti e alunni.
Si sa per certo, invece, che le associazioni antifasciste, Anpi Ginevra, Comitato XXV aprile, Federazione delle Colonie libere e Fondazione Margherita – che un importante ruolo hanno avuto quali interlocutrici della commissione scientifica che ha ideato e curato l’esposizione – si stanno impegnando affinché la mostra possa arrivare anche in Italia, dove alcune sedi istituzionali hanno già mostrato interesse ad accoglierla.
Come afferma lo storico Simone Visconti, il periodo svizzero di Mussolini (1902-1904) ha offerto materia decisiva per la costruzione del suo mito, a cominciare dalla prima biografia, DUX, della giornalista, e amante, Margherita Sarfatti. Conoscere e capire la rete che Mussolini costruì a Losanna in quegli anni, l’amicizia che riuscì a instaurare con le élites conservatrici elvetiche (nel 1934 il generale Henri Guisan scriveva: «Non è né il regime politico, né l’esercito che dobbiamo invidiare all’Italia, ma l’uomo geniale che presiede al suo destino»), il mutuo appoggio tra istituzioni, fatto di visite, scambi di doni e di onorificenze, nonché la diffusione, negli anni Venti e Trenta, di un solido movimento fascista elvetico, permetterebbe, anche al pubblico in Italia, di capire meglio non solo il prestigio di cui ha goduto in Europa lo stato autoritario di Mussolini (che due mesi prima di ricevere il dottorato honoris causa, nell’avventura coloniale in Etiopia, aveva sterminato con armi chimiche poco meno di ventimla mila civili: la sovranità dell’Italia sull’Etiopia era stata riconosciuta dalla Svizzera già nel dicembre 1936), ma potrebbe aprire nuove piste di ricerca sul progetto di una internazionale fascista a cui si lavorò proprio sulle placide rive del lago Lemano.