«Un Sì il 14 giugno sarebbe fatale per i diritti dei lavoratori»

Il popolo svizzero vota sull’iniziativa «No a una Svizzera da 10 milioni!». Ne abbiamo discusso con Thomas Bauer, responsabile della politica economica di Travail.Suisse, evidenziando le conseguenze per i lavoratori, l’economia e la vita di tutti i giorni.

Di Michael Steinke ufficio stampa Syna 22 maggio 2026

 

Ci troviamo davanti all’Inselspital, un luogo che non si associa immediatamente all’iniziativa. Non è un caso, vero?
Thomas Bauer: Assolutamente no: ci troviamo in un luogo in cui le conseguenze sarebbero chiaramente visibili. Nella sanità lavorano moltissimi professionisti stranieri. A seconda del cantone, oltre la metà del personale di cura si è formata all’estero. L’invecchiamento della popolazione e la necessità di garantire un’assistenza sanitaria di qualità comportano un fabbisogno elevato di personale che non può essere soddisfatto unicamente con la manodopera indigena, anche se formiamo molte persone. Se in futuro arrivassero meno stranieri in Svizzera, avremmo rapidamente un problema molto concreto proprio nell’assistenza sanitaria. Ma è solo un esempio: l’iniziativa toccherebbe molti altri ambiti.

Cosa chiede esattamente l’iniziativa?
In sostanza il testo punta a limitare la popolazione residente permanente a un massimo di 10 milioni di abitanti. Verrebbe fissato un tetto demografico invalicabile. È una proposta piuttosto estrema e, con una popolazione che invecchia, una pessima idea. Non appena si raggiungerà la soglia di 9,5 milioni di abitanti, il Consiglio federale dovrebbe adottare misure per frenare l’immigrazione.

E quali potrebbero essere tali misure?
In una prima fase saranno introdotte restrizioni al ricongiungimento familiare o al diritto di soggiorno, e questo anche per le lavoratrici e i lavoratori provenienti da Germania, Italia o Francia. Ora così facendo la Svizzera violerebbe gli accordi con l’Ue. L’Udc parla molto dell’asilo, ma il 93% dell’immigrazione non riguarda l’asilo, ma i lavoratori e i loro familiari. La maggior parte dei flussi proviene da Paesi dell’Ue e dell’Aels. Se si vogliono davvero ridurre i numeri, una disdetta della libera circolazione delle persone sarebbe inevitabile. E secondo i calcoli attuali, ciò avverrebbe relativamente in fretta, già attorno al 2031, tra un quinquennio. Ora l’Ue è sempre stata chiara: la libera circolazione delle persone non è negoziabile. Una disdetta da parte della Svizzera metterebbe a rischio l’insieme degli accordi bilaterali con l’Ue.

Cosa significherebbe concretamente per l’economia?
Ci sono due effetti maggiori. La prima è evidente: sarebbe molto più difficile accedere al mercato interno dell’Ue, il nostro principale partner commerciale. La Svizzera è fortemente orientata all’export, soprattutto nell’industria, solo nel settore MEM, meccanico, elettrotecnico e metallurgico, due terzi delle esportazioni sono destinati all’Ue. Se queste relazioni si incrinassero o venissero meno, i posti di lavoro finirebbero sotto pressione. Probabilmente le imprese sposterebbero la produzione e la ricerca all’estero. Per le grandi aziende fa poca differenza produrre in Svizzera o nell’Unione europea, ma per l’occupazione locale la fa, eccome.

E il secondo problema?
Non è altrettanto evidente, ma è estremamente importante: la tutela dei salari e delle condizioni di lavoro. Con la libera circolazione delle persone sono state introdotte misure collaterali fra cui, ad esempio, la legge sui lavoratori distaccati. Questa legge obbliga le imprese estere a rispettare i salari e gli standard usuali in Svizzera. Quel che spesso si dimentica è che queste regole si applicano anche alle aziende elvetiche, anche loro devono rispettarle. Complessivamente si effettuano circa 35 mila controlli all’anno, se gli accordi bilaterali fossero aboliti, il sistema collasserebbe. La questione riguarda tutti noi, non solo le imprese estere. I controlli verrebbero meno e con essi una protezione fondamentale contro il dumping salariale. Tutto questo aumenterebbe la pressione complessiva sui salari e sulle condizioni di lavoro.

Non si potrebbero introdurre nuove regole?
In teoria, sì. Ma nella pratica è molto complicato. Se l’iniziativa venisse accolta, ci troveremmo in una situazione completamente nuova. Probabilmente non si farebbero quasi più controlli e la protezione dei salari verrebbe notevolmente indebolita. Inoltre l’Udc ha più volte affermato di essere contraria ai contratti collettivi di lavoro e ai controlli. Il suo obiettivo è indebolire questi meccanismi di tutela. Secondo la logica dell’Udc, ogni dipendente dovrebbe negoziare il proprio salario direttamente con il datore di lavoro. Ma noi sindacati sappiamo fin troppo bene che solo l’unione fa la forza. C’è quindi il grosso rischio che le nuove regole siano meno efficaci delle attuali – o che non vedano mai la luce.

Com’era la situazione ante libera circolazione?
Era nettamente peggiore. All’arrivo di un lavoratore le autorità esaminavano il salario, ma poi non si facevano più controlli. I datori di lavoro potevano tranquillamente pagare salari diversi da quelli dichiarati alle autorità. Questa pressione sui salari tirava verso il basso anche le paghe dei lavoratori indigeni. Da quegli anni sappiamo quanto sia importante il principio «parità di salario per le stesse mansioni nello stesso luogo». Se i datori di lavoro possono comprimere i salari dei dipendenti stranieri, l’effetto si ripercuote negativamente sull’intera forza lavoro. Le lavoratrici e i lavoratori stranieri avevano pochissimi diritti. Ricordiamoci dello statuto di «stagionale»: soggiorni brevi, forte dipendenza dal datore di lavoro e, per molto tempo, nessun ricongiungimento familiare, con conseguenze drammatiche: famiglie divise, bambini nascosti in Svizzera per anni. Per molte persone è stato un periodo molto difficile e anche traumatico. Queste esperienze mostrano quanto siano importanti regole chiare e meccanismi di tutela.

È anche la dimostrazione che il mercato del lavoro svizzero ha bisogno dell’immigrazione.
Sì, assolutamente. La manodopera straniera è da decenni una componente centrale della nostra economia e anche della nostra società. In Svizzera senza dipendenti stranieri non si costruirebbero né case né strade, non si servirebbero pasti e molte persone anziane rimarrebbero senza assistenza. Senza un’immigrazione moderata, la popolazione attiva sarebbe destinata a ridursi mentre aumenta il numero di anziani. Tutto questo avrebbe conseguenze sulle nostre assicurazioni sociali e sui premi dell’assicurazione malattie. Ci servono lavoratrici e lavoratori in numero sufficiente per far funzionare il sistema e, in questa fase di ricambio generazionale, un’immigrazione moderata è una parte essenziale della soluzione.

L’iniziativa tocca tasti dolenti, come l’aumento delle pigioni. Sono preoccupazioni giustificate?
Questi problemi esistono. L’aumento delle pigioni o la pressione sulle infrastrutture sono preoccupazioni reali che vanno prese sul serio. Ma la vera questione è un’altra: l’iniziativa risolve questi problemi o ne crea di più grandi? La risposta è chiara: ne crea di peggiori. Prendiamo il mercato dell’alloggio: i fattori in gioco sono molteplici e spesso non hanno nulla a che vedere con l’immigrazione: gli investitori realizzano guadagni elevati anche grazie a una regolamentazione blanda; in molte regioni gli appartamenti vengono destinati sempre più spesso ai turisti, un giro d’affari enorme a danno dei residenti; e anche i tassi d’interesse influiscono pesantemente sulle pigioni. Chi crede che con lo stop all’immigrazione gli affitti scendano automaticamente rimarrà deluso.

Riassumendo: qual è la posta in gioco il 14 giugno?
È in gioco molto più di una semplice cifra. L’iniziativa porterebbe incertezza, instabilità e costi elevatissimi. Metterebbe a rischio impieghi, salari, condizioni di lavoro e relazioni economiche oggi stabili. Nell’attuale contesto mondiale, mettere in discussione i rapporti con i nostri partner europei sarebbe fatale. Ma è proprio quello che accadrà se l’iniziativa venisse accolta.

 
Corriere dell’italianità


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