Decreto sicurezza, la tavolozza autoritaria del governo Meloni

Oggetto di accese critiche da parte di giuristi, magistrati e parlementari dell’opposizione che ne evidenziano palesi profili di incostituzionalità, il Decreto sicurezza è ormai a tutti gli effetti legge. Come in una tavolozza impazzita, il governo Meloni fa esplodere i colori del Paese su cui ora appaiono tinte scure. Il nero che avanza, l’autoritarismo che diviene legge.

Di Guido Gozzano 27 maggio 2026

 

«La più grande manifattura di decreti sicurezza». Così l’Italia è dipinta dal quotidiano ticinese La Regione. «Altro che ’il Belpaese non produce più niente’», ironizza il giornale, alludendo al controverso Decreto sicurezza 23/2026, ormai a tutti gli effetti legge 54/2026 con la pubblicazione del testo di conversione in Gazzetta ufficiale lo scorso 24 aprile. Con i suoi trentatré articoli, è la catena di montaggio di un sistema autoritario. L’idea che la nazione sovrana di Meloni non produca più nulla, se non sbarre di ferro per gabbie e penitenziari, è sì un’esagerazione ma riflette comunque una profonda crisi. L’industria è in costante calo, i salari stagnano mentre gonfia il debito pubblico.

Il Paese è al bivio, urge ora un elettroshock per far ripartire l’economia, ma dalle cucine dell’esecutivo si sfornano norme di sicurezza come fossero pizze. A volte l’ironia è una lente di ingrandimento, consente di inquadrare in toto la contraddizione che stringe un intero Paese. Che sia pure una testata svizzera a metterla in sagace evidenza fa riflettere. L’Italia meloniana, pur chiusa in una bolla autoreferenziale, non sfugge allo sguardo esterno.

Trentatré articoli utili per capire quale sia l’idea di sicurezza di Meloni & Salvini, analizzarli uno a uno non è possibile attraverso un articolo. Ma c’è comunque una considerazione da fare: a cosa serve dare una stretta sulle armi da taglio, intrecciare provvedimenti per il contrasto alla violenza giovanile e la tutela della sicurezza urbana, se oggi non si produce più quel «benessere minimo diffuso», in sé antidoto e freno a quel malessere che genera violenza? Nella tavolozza autoritaria del governo si mescolano i colori del Paese, formano una chiazza verde-bianco-rossa su cui ora appaiono tinte scure. Il nero che avanza.

Alle opposizioni unite in Parlamento è stato servito un «pasticciaccio brutto», per dirla con il manifesto che rispolvera un celebre titolo di Gadda. Brutto, perché «palesemente incostituzionale». A dirlo sono in tanti. A cominciare dalla capogruppo Pd Chiara Braga: «Non possiamo consentire che il Parlamento venga umiliato, che approvi una norma palesemente incostituzionale». Per il vice capogruppo Toni Ricciardi, «il testo non rispetta la legge Casati del 1859», altra sferzante ironia: «La legge Casati del 1859 enunciava la necessità di ’saper leggere, scrivere e far di conto’. Sono stati in grado di farlo? O probabilmente cercano l’incidente per accelerare la fine di questa legislatura pressando il presidente della Repubblica a firmare un decreto incostituzionale?». Marco Grimaldi, deputato di Avs: «Non potete chiederci di approvare un testo palesemente incostituzionale». Approvato in precedenza al Senato, dove ha latitato per cinquanta giorni, ebbene sì, il testo è stato proposto e adottato dalla maggioranza.

Cosa può fare ora il capo dello Stato? «Effettuare un controllo preventivo per evitare incostituzionalità palesi, ma non è l’organo deputato a verificare che le leggi ordinarie rispettino il dettato della carta fondamentale. Questo ruolo appartiene alla Consulta», rammenta il manifesto. Il giornale solleva almeno due punti «che potrebbero scricchiolare nel caso, non semplice né immediato, siano sollevati davanti alla Corte costituzionale».

Ma il vero punto cruciale riguarda il fermo preventivo di dodici ore, una norma che consentirebbe di trattenere in questura le persone ritenute «pericolose» prima di manifestazioni e cortei di protesta. Non è una novità, rammenta un avvocato, poiché il codice in casi ben precisi consente di fermare un soggetto per ventiquattro ore. Ma il Consiglio superiore della magistratura ha evidenziato come questa misura si muova «su un crinale costituzionalmente molto sensibile», sottolinea il manifesto, in contrasto con l’articolo 13 della Costituzione: «Per privare qualcuno della libertà personale è prevista una doppia riserva: di legge, ma anche di giurisdizione».

Nel testo invece la doppia riserva scompare e si lascia campo libero al rastrellamento, si potrà fermare «chiunque» sulla base di «indicatori di rischio». Immaginate ora un centinaio di persone in questura, senza disporre del personale per la sorveglianza e l’assistenza: è gia accaduto. Il manifesto ricorda un precedente: «Il fermo di novantuno anarchici della capitale, mandando in tilt procura e questura con una serie di cortocircuiti». È un provvedimento «funzionale a rappresentare una realtà minacciosa, soprattutto là dove le minacce sono minime», osserva un giurista.

Diamo comunque uno sguardo alle principali norme del pacchetto sicurezza. A partire dal porto ingiustificato di armi, con il rischio di scontare da «sei mesi a tre anni di carcere», più l’applicazione dell’aggravante «se il trasporto delle armi vietate avviene nei pressi di scuole, banche, parchi, stazioni ferroviarie e metropolitane oppure in contesti dove si svolgono concorsi o riunioni pubbliche», spiega il Sole 24 Ore. Nel caso in cui, a compiere il reato siano minorenni, la sanzione amministrativa pecuniaria, compresa tra un minimo di 200 e un massimo di 1000 euro, ricade sui genitori o chi esercita la responsabilità genitoriale.

E qui c’è da soffermarsi sui minorenni, vivaio prospero di quel fenomeno crescente che è la violenza giovanile, «con il 12% di ragazzi coinvolto in aggressioni di gruppo e un netto incremento di risse e lesioni tra i 14-17 anni (dati Cnr), spesso legate all’uso di armi bianche», sottolinea la Repubblica. Come misura di contrasto, il nostro Decreto sicurezza introduce il divieto di vendita o cessione di coltelli e, in generale, armi da taglio ai soggetti d’età inferiore ai 18 anni. Sarà davvero efficace?

L’esplosione della violenza giovanile acutizza la questione della «sicurezza urbana», di per sé un grattacapo storico in Italia. A questo scopo il governo implementa una «vigilanza rafforzata» in nuove zone stabilite dal prefetto con «ordini di allontanamento» e «Daspo urbano», ossia il divieto di accedere alle manifestazioni sportive esteso all’ambiente cittadino. In particolare alle stazioni, ai parchi, alle scuole e piazze in cui si commettono atti di disordine e commercio abusivo, ubriachezza molesta e spaccio di droga. Contro quest’ultimo «è introdotta la confisca obbligatoria di autoveicoli e beni mobili utilizzati per i reati di produzione, traffico e detenzione illegale di stupefacenti», rileva il Sole 24 Ore.

E poi arriva il tema più dibattuto, le manifestazioni in luogo pubblico o aperto al pubblico. Il testo prevede l’arresto in flagranza ed estende i poteri di perquisizione delle forze dell’ordine con una novità già menzionata, il noto fermo preventivo di dodici ore. Il quotidiano milanese mette in evidenza i cambiamenti nel sistema sanzionatorio: «Niente più arresto ma multe tra mille e diecimila euro per chi organizza le manifestazioni pubbliche senza preavviso». Chi crea invece scompiglio nei cortei coprendosi il viso, «parte da una sanzione di base di duemila euro». Infine in caso di «disobbedienza all’ordine di scioglimento», cioè il rifiuto di sciogliere la riunione o l’assembramento su ordine della prefettura, si arriva ad una multa di 20mila euro.

 
Corriere dell’italianità


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