Christina Kitsos torna sindaca di Ginevra
Per il suo secondo mandato la socialista ha scelto un filo conduttore che parla del nostro rapporto con le ore: «Il tempo condiviso». Un ufficio dei tempi» mobile percorrerà i quartieri per raccogliere le difficoltà dei ginevrini con i ritmi quotidiani e studiarne le variazioni. Ridare senso al modo in cui viviamo il tempo, sostiene, è anche un modo per costruire una città più giusta e solidale.
Di Matteo Galasso 2 giugno 2026
Da ieri, 1° giugno, Christina Kitsos è di nuovo alla guida della Città di Ginevra. Per la socialista, dal 2020 a capo del dipartimento della coesione sociale e della solidarietà, è la seconda volta da sindaca dopo l’anno 2024-2025. La carica di sindaco a Ginevra ruota ogni dodici mesi fra i cinque membri del governo municipale, il Conseil administratif, e ora tocca di nuovo a lei fino al 31 maggio 2027. Se il primo mandato nel 2024 era stato posto sotto l’insegna di «ciò che ci lega», stavolta Kitsos ha scelto un filo conduttore che parla del nostro rapporto con le ore: «il tempo condiviso».
All’origine c’è una diagnosi. Viviamo in una società in cui tutto accelera, dai ritmi alle attese fino alle relazioni, e a forza di rincorrere le ore, di ottimizzare ogni istante, si finisce per smarrire il senso di ciò che si fa. Persino il progresso tecnologico, che dovrebbe alleggerirci, sembra alimentare la stessa pressione. I bambini non hanno tempo per sognare, i giovani vivono sotto una tensione crescente, gli adulti si dividono fra obblighi professionali e familiari, e neppure la pensione sfugge ormai all’imperativo della prestazione.
A questa «carestia di tempo» la sindaca vuole rispondere restituendo spazi di incontro e di riflessione collettiva aperti a tutti, e affidandosi a un «ufficio dei tempi» mobile, che percorrerà i quartieri per raccogliere le difficoltà dei ginevrini con i ritmi quotidiani e per studiarne le variazioni a seconda dell’età, del genere, delle condizioni di lavoro o delle politiche pubbliche. Ridare senso al modo in cui viviamo il tempo, sostiene, è anche un modo per costruire una città più giusta e solidale.
Non è una parentesi staccata dal resto. Dietro la riflessione sul tempo c’è la stessa preoccupazione che corre lungo tutto il suo mandato, cominciato in piena emergenza sanitaria: la povertà, i diritti sociali, le persone che restano ai margini di una città prospera. L’ingresso nel Conseil administratif coincise con l’inizio del lockdown. «Non riuscivo nemmeno a incontrare la mia équipe», ricorda Kitsos, «mi sono ritrovata subito catapultata dentro una crisi». Quell’esperienza non è rimasta un episodio chiuso: è diventata la lente con cui rileggere bisogni che esistevano già da prima.
Le distribuzioni alimentari organizzate ai Vernets nell’inverno del 2020 portarono allo scoperto lavoratrici e lavoratori che il racconto pubblico aveva tenuto fuori campo: chi puliva gli uffici, chi stava nelle cucine, chi assisteva gli anziani a domicilio, spesso senza uno statuto regolare. Il loro lavoro teneva in piedi la macchina della Ginevra internazionale, i loro redditi non bastavano a tenere in piedi loro stessi. «La crisi del Covid ha messo in luce persone spesso rese invisibili», riassume. Da lì la sua linea politica dichiarata: tornare a parlare di rafforzamento dei diritti sociali e di redistribuzione della ricchezza. Parole impegnative in un cantone che convive con uno dei redditi pro capite più alti d’Europa e, allo stesso tempo, con uno dei tassi di rischio povertà più elevati della Confederazione.
Accoglienza notturna delle persone senza fissa dimora
Un secondo terreno riguarda l’accoglienza notturna delle persone senza dimora. Per anni la risposta era stata in larga parte stagionale: più posti con il freddo, meno posti quando il termometro risaliva. Kitsos lo chiama, con una formula ormai entrata nel dibattito romando, «la politica del termometro». Da qualche mese quel meccanismo è superato: un accordo intercomunale fra i Comuni del cantone garantisce 500 posti d’urgenza per dodici mesi l’anno. «Mette fine alla cosiddetta politica del termometro e offre finalmente stabilità e dignità, tanto alle persone accolte quanto al personale», sottolinea Kitsos. Il richiamo al personale pesa quanto il resto: per anni gli operatori del settore d’urgenza venivano assunti in autunno e licenziati in primavera, con effetti facili da immaginare sulla qualità della relazione con chi accoglievano. La fine della stagionalità è perciò anche una riforma contrattuale, non soltanto una politica sociale.
Sul fronte degli anziani il dato più eloquente è l’aumento, superiore al 23% fra il 2020 e il 2024, delle prestazioni sociali comunali destinate ai beneficiari dell’AVS, il primo pilastro pensionistico svizzero. È una cifra da maneggiare con prudenza, perché vi si intrecciano l’inflazione, il costo dei premi di cassa malati e le scelte amministrative; ma è anche una cifra che Kitsos colloca dentro una preoccupazione esplicita, quella di «una precarizzazione crescente di una parte della popolazione anziana».
La povertà degli anziani raramente fa notizia. Non produce code visibili, non occupa lo spazio pubblico, non bussa alla porta: si manifesta nelle rinunce, nella visita medica rimandata o nell’abbonamento disdetto, nella spesa che si fa più magra. Nella tradizione ginevrina l’assistenza agli anziani indigenti poggia da sempre su una rete fitta di istituzioni pubbliche e private, di fondazioni e di parrocchie, in cui sopravvivono i lasciti della Ginevra protestante e le politiche sociali fra Otto e Novecento. Quel modello regge, ma mostra un’usura nuova, fatta di costo della vita, di isolamento e di legami familiari che si sfilacciano.
Attenzione particolare ai giovani
Ai giovani la sindaca ha riservato un’attenzione particolare, lavorando su due leve. La prima è un aiuto finanziario mirato nei passaggi di vita: l’uscita dalla casa dei genitori, il primo impiego, la ripresa di una formazione interrotta. La seconda è il potenziamento del lavoro sociale «fuori dalle mura», ora esteso alla fascia fra i 12 e i 25 anni. La scelta non è soltanto tecnica. Abbandonare la logica dello sportello, dove spetta al giovane sapersi vulnerabile, riconoscere la porta giusta e bussare, significa spostarsi nei luoghi in cui i giovani davvero stanno. È un cambio di postura istituzionale che in Romandia ha alle spalle trent’anni di storia, ma che va difeso di continuo, anche da chi vorrebbe ridurre la presenza educativa di strada a una pura funzione di sicurezza.
Sotto tutti questi cantieri corre un filo comune: il non-recours, il fenomeno per cui molte persone non chiedono ciò a cui pure avrebbero diritto. Perché non sanno di averne diritto. Perché temono che la domanda inneschi conseguenze, da un controllo a una ricaduta sul permesso di soggiorno, fino al timore di essere giudicate. O perché tra la loro vita e l’istituzione si è scavata una distanza che non vogliono attraversare. È in questa zona grigia che, alla fine, ogni politica di coesione misura la propria efficacia.
Il ragionamento di Kitsos arriva a una conclusione sobria. Il metro di una città si vede nel tempo ordinario più che nell’emergenza: nei bilanci che si ripetono, nei servizi che si consolidano, nelle presenze sul territorio che sopravvivono ai cambi di legislatura. È lì che si capirà se «il tempo condiviso» resterà una formula ben costruita o diventerà la trama di un’amministrazione. Ginevra resta una città ricca, internazionale, attrattiva. E vale la pena prenderla sul serio proprio quando si interroga su chi rimane ai margini della sua prosperità