Sistema Italia. Dove va il Belpaese?

Nella nazione dei sovranisti al governo, è record di industrie finite in mani stranierie. L’Italia è divenuta una fabbrica per conto terzi che arriva in ritardo all’appuntamento con un mondo sempre più connesso all’evoluzione dell’intelligenza artificiale. Mentre aumenta l’economia sommersa, e il tasso d’occupazione rimane il più basso d’Europa, il Paese è penultimo per durata della vita lavorativa.

Di Guido Gozzano 29 ottobre 2026

 

Nel tracciare il destino di una nazione, affermava Winston Churchill, «più si guarda al passato, più si riuscirà a vedere nel futuro». L’Italia di oggi forse farebbe meglio a bendarsi gli occhi. Il declino non ha risparmiato nulla, l’industria degli anni d’oro è ormai un fantasma pallido, il Paese è stretto fra un calo consecutivo di oltre tre anni della produzione, il fenomeno crescente dell’economia sommersa (trainato sempre più dalla sottodichiarazione dei redditi, più che dalla sola tradizionale attività del lavoro nero) e il tasso di occupazione più basso d’Europa.

Come arriva l’Italia all’appuntamento con un mondo sempre più connesso all’evoluzione dell’intelligenza artificiale? Con un futuro segnato da «fabbriche autonome», riduzione del lavoro e modelli predittivi? Qual è il destino del Sistema Italia, da intendere qui come l’intersezione fra il tessuto produttivo, l’impiego e i redditi, e la vita lavorativa?

Se guardando al passato si intravede il futuro, allora nel Belpaese, a queste domande risponderanno in buona parte i nuovi padroni, venuti da fuori per prendersi tutto o quasi. I più critici osservatori parlano di «liquidazione totale», con centinaia di marchi storici del Made in Italy passati negli ultimi anni sotto il controllo di capitali esteri.

L’Italia è divenuta una fabbrica per conto terzi. L’industria che oggi con un certo vezzo di provincialismo si definisce automotive (parola in prestito dalla lingua inglese) appartiene alla multinazionale franco-olandese Stellantis. Alla guida di Fiat, Alfa Romeo, Lancia e Maserati permane ancora un pezzo della famiglia Agnelli, primo azionista di riferimento rappresentato da John Elkann, ma il piano di investimenti per il 2030 presenta «un forte sbilanciamento sul mercato nordamericano», osserva la rivista Rinascita, mentre in Italia restano le incognite sui volumi produttivi.

Da Torino a Amsterdam (dal 2021 sede legale di Stellantis), se l’automotive italiana è rimasta nel girone europeo, che dire ora della Bialetti, dal 2025 proprietà del magnate di Hong Kong Stephen Cheng? Il marchio dell’omino con i baffi è un ibrido sino-lussemburghese: in mano a un miliardario cinese, il capitale frutta infatti nel granducato, dove risiede la holding di investimento Nuo Capital della famiglia Cheng, entrata nel capitale di marchi italiani come il cioccolato Venchi e i prodotti per la rasatura Proraso. «Nell’Italia dei sovranisti al governo è record di industrie finite in mani straniere», nota il giornale Domani: «Tra fine 2022 e inizio 2026 sono state 255 le acquisizioni di maggioranza solo di imprese italiane metalmeccaniche». In uno studio la Cgil osserva che «tra il 2008 e il 2024 abbiamo perso circa 103 mila posti di lavoro». Se la cavano ancora settori come aerospazio, navalmeccanica e difesa. Ma fino a quando?

Intanto non si contano più i designer, artigiani e piccoli imprenditori di prestigio che lasciano il Belpaese: a causa della burocrazia, della mancanza di meritocrazia e di un autentico piano di rilancio nazionale dell’economia, non secondo la logica miope degli egoismi territoriali. Chi si ricorda del «modello» Nordest? Era poco più di un miraggio, l’autoinganno del capitalismo corsaro di provincia lanciato nella sfida alle multinazionali. Lo slogan «piccolo è bello» annunciava solo l’abbattimento dei costi del lavoro, con il corollario della trentennale stagnazione dei salari reali, e i padroncini che credevano addirittura di fare fessi i cinesi e gli indiani. Per anni non si è scritto d’altro.

Il «miracolo» dei macchinari industriali

Invece a prefigurare il futuro saranno loro, i cinesi, seguiti ora dagli indiani con il recente passaggio di proprietà di Iveco Spa al gruppo Tata Motors, con sede a Mumbai, e l’acquisto della quota di maggioranza di Italdesign, celebre azienda di Moncalieri fondata da Giorgetto Giugiaro, dal colosso indiano UST. Al gruppo Mahindra & Mahindra, anch’esso con sede a Mumbai, nel 2015 è andata molto bene con l’acquisizione della storica carrozzeria Pininfarina: oggi è un marchio di auto elettriche di extralusso; si produce in Italia ma gli utili si incassano in India.

C’è un settore in cui l’Italia rimane quasi miracolosamente in vetta, è quello della produzione di macchinari industriali. Si colloca al quarto posto, a livello globale, dopo Cina, Giappone e Germania. La virtù vincente è la «flessibilità artigianale», che al Belpaese non manca. In realtà, però, i capitani di questa industria che sfiora la quota del 9% del mercato mondiale hanno capito prima di tutti che con l’euro si doveva cambiare marcia: non si poteva più sfruttare il vantaggio competitivo derivante dalle svalutazioni della lira.

Se il destino dell’automotive si gioca all’estero, quello della costruzione di navi da crociera e yacht di lusso rimane invece saldamente in mani italiane, attraverso la Fincantieri, il più grande costruttore navale del Belpaese e leader mondiale nella costruzione di navi da crociera. Con sede a Trieste, è controllata a maggioranza pubblica tramite la Cassa Depositi e Prestiti. In Italia resta pure Azimut|Benetti, il più grande produttore privato di yacht e megayacht al mondo. L’industria nautica va forte ma nel 2012, quando il gruppo statale cinese Weichai è divenuto l’azionista di controllo di Ferretti Group, che produce yacht di lusso, si è avvertita una forte scossa. Per istinto di sopravvivenza dei competitor nostrani, non si è convertita in uno tsunami.

Tornando al quesito iniziale, come si presenta l’Italia all’appuntamento con un mondo sempre più connesso all’evoluzione dell’intelligenza artificiale, c’è da dire che l’IA è integrata nelle automazioni industriali a vantaggio della produzione di macchinari. Ma nel ramo della tecnologia in sé, il Paese arriva in ritardo. Per fatturato, il mercato dell’intelligenza artificiale ha raggiunto il valore di 1,8 miliardi di euro nel 2025, poca roba rispetto al valore stimato del mercato tedesco di oltre 28 miliardi nel 2026, e di 14 miliardi in Francia.

Basso livello di preparazione all’IA

Ma il punto è un altro: l’Italia è pronta all’impatto dell’IA sull’occupazione? Gli studi realizzati nel 2026 stimano che nel Paese circa 425 mila posti di lavoro siano già stati interessati da tagli legati direttamente o indirettamente all'intelligenza artificiale. Nello scorso settembre, il Fmi evidenziava che «l’Italia si trova in una posizione complessa, occupando il 21° posto per livello di preparazione all’IA, significativamente indietro rispetto a nazioni europee come Danimarca, Olanda o Germania», riassume l’inviata del Corriere della Sera a Dublino, dove lo studio del Fmi, dal titolo «L’impatto dell’IA e la preparazione dell’economia alle sfide del futuro», è stato presentato ai ministri delle Finanze dei Ventisette.

Ora l’allarme IA scatta nel momento in cui il tasso di occupazione italiano è salito al suo massimo storico, a circa il 63% tra 15 e 64 anni. Il dato è sbandierato dal governo che parla di «pieno impiego»: la realtà è che nonostante la crescita degli ultimi anni, riguardo al tasso di occupazione, l’Italia permane all’ultimo posto nell’Ue. Guardando ora alla durata media della «vita lavorativa», il periodo è fra i più bassi d’Europa. «Peggio solo la Romania», sottolinea il Sole 24 Ore. «Il problema è che i giovani entrano tardi al lavoro». Lo rivela un’indagine realizzata da CNA Area Studi e Ricerche,

Quanto dura allora la cosiddetta «vita lavorativa»? In Italia è di 32,8 anni. All’opposto in Olanda è di 43,8 anni, «la più virtuosa», segnala il Sole 24 Ore, seguita dalla Svezia (43 anni) e Danimarca (42,5 anni). La Germania arriva a 40 anni, la Francia a 37,2 anni (nella perfetta media europea) mentre la Spagna a 36,5 anni. Secondo il report della CNA, «è questa la mina che, a dispetto di trent’anni di riforme pensionistiche, rimane innescata sotto i conti della previdenza pubblica nazionale». Cioè meno si lavora, meno si contribuisce al sistema pensionistico. Solo una giusta, equa, lunga durata lavorativa può determinare un buon equilibrio tra chi finanzia il sistema, cioè i lavoratori attivi, e chi ne beneficia, ossia i pensionati.

C’è in Italia qualcosa che al sistema pensionistico nuoce di più, è l’economia sommersa, sottrae le risorse finanziarie utili per garantire la sostenibilità della previdenza sociale. Il fenomeno è in aumento, vale 197,6 miliardi nel 2023 (ultimo dato disponibile), il 12,6% in più del 2021. «Sono circa 2,7 milioni i lavoratori irregolari, e vengono pagati mediamente quasi la metà dei colleghi regolari», rilevava lo scorso settembre il Sole 24 Ore, menzionando il Focus Censis-Confcooperative. Dal titolo «L’economia sommersa. Il costo dell’irregolarità per l’economia italiana», il rapporto è da capogiro.

Il sommerso, pari al 9,2% del Pil italiano

La somma di 197,6 miliardi rappresenta una «immensa riserva invisibile» sufficiente a coprire «l’intera spesa sanitaria pubblica nazionale per più di un anno», nota il Sole 24 Ore, un servizio vitale che ogni anno richiede circa 142 miliardi di euro. Per cogliere l’entità della somma, il giornale dà un altro esempio: «Distribuendo equamente i 197,6 miliardi di euro tra tutti i cittadini italiani – dai neonati agli anziani – lo Stato potrebbe erogare un assegno individuale di ben 3.350 euro».

Lo studio rileva la principale natura ingannevole del fenomeno: la crescita del sommerso è trainata sempre più dalla sottodichiarazione dei redditi, più che dalla tradizionale attività del lavoro, cioè «dalle imprese, dai professionisti e lavoratori autonomi che dichiarano al fisco meno di quanto guadagnano, evadendo imposte su produzione, redditi e Iva», sottolinea il Sole 24 Ore. In soldoni, la sottodichiarazione equivale a un ammanco di 108,2 miliardi. Ora tra il 2019 e il 2023 questa componente è cresciuta del 21,6%, si legge nello studio.

Sul sommerso italiano incidono anche altri due fattori: mancano 77,2 miliardi di euro per lavoro irregolare, ossia rapporti di lavoro non registrati o soltanto in parte dichiarati, mentre 12,2 miliardi di euro derivano da altre componenti, affitti in nero e mance non dichiarate in ristorazione, alberghi, servizi alla persona. «Il lavoro sommerso è un’economia che non si vede e non si tassa, è un moltiplicatore di diseguaglianze, colpendo prima di tutto chi lavora senza tutele. È una voragine che inghiotte, fa sparire nel nulla una ricchezza pari al 9,2% del Pil del Paese», commenta al Sole 24 Ore Maurizio Gardini, presidente di Confcooperative.

Nel Paese in cui l’industria produce sempre più per conto terzi, e il lavoro non produce più ricchezza sociale, «è un macigno che si scarica sulle generazione future».

 
Corriere dell’italianità


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