L’intelligenza artificiale, una leva per condizioni di lavoro più eque?

Si può plasmare la svolta tecnologica a vantaggio delle lavoratrici e dei lavoratori? L’economista Thomas Bauer spiega quali sono le condizioni quadro necessarie per trasformare l’IA in un punto di forza, a ritroso dell’opinione generale.

Di Michael Steinke 29 gennaio 2026

 

Thomas Bauer, responsabile della politica economica presso Travail.Suisse, ha studiato economia politica all’Università di Berna e rappresenta gli interessi delle lavoratrici e dei lavoratori in diverse commissioni del Parlamento federale. Secondo l’economista, l’intelligenza artificiale (IA) non rappresenta necessariamente una minaccia per l’occupazione in Svizzera.

Il multimiliardario Elon Musk considera che con l’emergenza dell’IA in futuro non ci saranno più posti di lavoro. Ci resterà dunque solo il tempo libero?
Thomas Bauer
: Affermazioni del genere sembrano drammatiche, e probabilmente è proprio questo lo scopo. Catalizzano l’attenzione e attirano investitori. La realtà è però più complessa. L’IA cambierà il nostro lavoro, ma non potrà mai sostituire completamente le persone. Non si tratta quindi di sapere se in futuro avremo ancora un lavoro, ma di capire come cambierà il lavoro e se i cambiamenti saranno socialmente sostenibili.

Quindi i timori attuali di un futuro senza lavoro sarebbero esagerati?
I timori sono comprensibili, tuttavia il lavoro non mancherà mai del tutto. L’IA può sostituire determinate professioni, ma in molte occupazioni assumerà soprattutto compiti parziali, quantunque sempre più complessi. Il lavoro umano annovera ancora molte attività che non possono essere standardizzate nemmeno con l’IA. Per la risoluzione di molti problemi, l’essere umano con la sua esperienza, la sua capacità di giudizio, la sua comunicativa, le sue capacità emotive e manuali continua ad essere indispensabile.

Quali categorie professionali sono maggiormente interessate dal fenomeno?
A risentirne particolarmente sono, al momento, le professioni di traduzione e di grafica. Inoltre, sono sempre più interessate attività commerciali quali l’amministrazione, la contabilità o il servizio clienti. Constatiamo anche una crescente automazione della pianificazione dei turni nella vendita o dei percorsi nella logistica, o anche dei compiti di controllo. Il settore informatico e le diagnosi mediche sono altri ambiti con notevoli possibilità di automazione. Il potenziale è quindi davvero elevato e ampio.

Nello stesso tempo, i sistemi professionali basati sull’IA sono costosi. Significa che sono accessibili essenzialmente alle grandi aziende?
Esatto. I sistemi di IA professionali sono costosi da sviluppare, richiedono personale specializzato ed enormi quantità di dati. È un lusso che possono permettersi soprattutto le grandi aziende: gruppi internazionali, grandi fornitori di servizi finanziari o compagnie di assicurazione. Le piccole e medie imprese spesso non dispongono né dei dati né dei mezzi finanziari necessari. Grandi attori come la SUVA utilizzano già sistemi di IA, ad esempio per la verifica delle domande o il controllo delle fatture. La decisione finale in caso di rifiuto spetta comunque a un essere umano. È un aspetto molto importante.

Significa che l’essere umano rimane importante proprio per la sua capacità di reagire in modo flessibile?
Il mondo del lavoro è complesso. Spesso richiede l’uso della testa, delle mani e del cuore, non solo quando si ha a che fare con l’IA, ma anche e soprattutto nel contesto dell’automazione. Un falegname che montando una cucina si accorge che una parete è storta trova una soluzione grazie alla sua esperienza, alla sua abilità manuale e forse anche nel dialogo con il cliente. Questa versatilità è troppo complessa per le macchine che, in questo senso, attualmente hanno al massimo una testa. Lo stesso vale per il mestiere di parrucchiere: tagliare i capelli richiede un alto livello di motricità fine, percezione e senso estetico, compiti che almeno per ora non possono essere svolti completamente da una macchina. E poi, chi mai vorrebbe parlare con un robot mentre si fa acconciare? Anche se fosse possibile farsi tagliare i capelli da una macchina, non credo che questa pratica possa generalizzarsi.

Se le macchine non raggiungono questa versatilità, l’approccio umano rimane indispensabile?
Questo evidenzia il fattore probabilmente più importante che distingue l’uomo dalla macchina: l’umanità stessa. Un operatore sanitario percepisce quando qualcuno ha bisogno non solo di assistenza pratica, ma anche di incoraggiamento, vicinanza emotiva e fiducia. Questo contatto interpersonale ha un valore intrinseco: emotivo, sociale e spesso anche curativo. Proprio nell’assistenza infermieristica o in un asilo nido non è possibile ottimizzare i processi con le macchine senza perdere aspetti importanti del lavoro. È evidente anche in altre professioni. Allo stesso tempo, l’IA viene utilizzata sempre più spesso come supporto, in quasi tutti i campi d’attività. Può essere utile se ciò avviene in modo sensato ed equo. Tuttavia, comporta anche dei rischi.

Quali rischi comporta?
Ad esempio la sorveglianza. Un esempio drastico è quello di Amazon negli Stati Uniti, dove le addette e gli addetti ai magazzini sono costantemente filmati. I movimenti vengono analizzati da sistemi di IA. Chi si ferma troppo spesso o sta troppo a lungo in bagno viene ammonito. La produttività dei lavoratori viene misurata automaticamente. Un incubo per il personale! Tali sistemi possono essere introdotti anche in forma più sottile, ad esempio attraverso la registrazione digitale dell’orario di lavoro con valutazione delle prestazioni. Occorrono regole chiare: il mondo del lavoro non deve scivolare in un controllo digitale permanente. La tecnologia dovrebbe alleggerire il carico di lavoro dei dipendenti e renderli più forti, non controllarli e privarli della loro autonomia.

Vengono utilizzati algoritmi anche per il reclutamento di personale. Con quali implicazioni per le lavoratrici e i lavoratori?
I sistemi automatizzati filtrano le candidature in parte sulla base di criteri predefiniti. Chi non rientra nella griglia, come le persone di una certa età o in riconversione professionale, viene rapidamente escluso. Si tratta di una velata discriminazione. Allo stesso tempo, alle persone non viene spiegato il motivo per cui sono state scartate. Ecco perché è necessaria trasparenza: le candidate e i candidati devono sapere quando viene utilizzata l’IA. E ogni decisione deve essere verificabile da un essere umano. Gli algoritmi non devono determinare in modo definitivo le opportunità nella vita. Inoltre, in Svizzera la protezione contro la discriminazione, ad esempio basata sull’età, è debole. Con il crescente utilizzo dell’IA nelle procedure di candidatura, questa protezione diviene ancora più importante.

Cosa dovrebbero considerare le imprese che introducono l’IA nella gestione dei processi aziendali?
Riteniamo fondamentali quattro principi. Eccoli. Informazione e trasparenza: i dipendenti devono sapere quando, dove e come viene utilizzata l’IA. Cogestione: ossia i cambiamenti non devono essere decisi senza consultare le lavoratrici e i lavoratori. Spesso i dipendenti sanno esattamente come migliorare i processi aziendali. Pertanto, è importante coinvolgerli quanto prima nell’utilizzo di nuove tecnologie. Ciò va anche a vantaggio dell’azienda.

Quale ruolo rivestono i sindacati in questo contesto?
I sindacati si impegnano concretamente nelle aziende affinché questi principi vengano applicati, ad esempio richiedendo trasparenza e partecipazione, informando le lavoratrici e i lavoratori sui loro diritti e garantendo che venga offerta formazione continua e che si evitino licenziamenti. Aiutano il personale ad essere coinvolto tempestivamente nei cambiamenti tecnologici e a non perdere influenza.

Inoltre, fanno in modo che l’IA non venga utilizzata come strumento di sorveglianza. A livello politico, rappresentano il punto di vista delle lavoratrici e dei lavoratori, affinché nelle nuove normative non conti solo quello dei datori di lavoro. E alla fine si pone anche la grande domanda: se l’IA e l’automazione generano guadagni in termini di efficienza, come vengono distribuiti questi guadagni?

Dove vanno a finire, appunto, questi guadagni?
È davvero un grosso punto interrogativo. Il progresso tecnico consente di produrre lo stesso quantitativo con meno lavoro. Se l’IA e l’automazione consentono di svolgere i compiti più rapidamente, sorge la domanda: cosa facciamo con questo tempo e questo valore aggiunto? Dobbiamo aumentare i salari? Ridurre l’orario di lavoro? Introdurre la settimana lavorativa di quattro giorni a parità di salario o prolungare le ferie? Investire nella formazione continua? Oppure i profitti finiscono semplicemente nelle tasche delle aziende, degli azionisti o della Silicon Valley? La questione della distribuzione dei guadagni di produttività è sempre centrale. Non si tratta solo di salari, più tempo libero e più salute. L’estrema iniquità è anche un rischio per la società e la democrazia. Lo si vede chiaramente negli Stati Uniti.

Qual è la tua conclusione personale?
È come per tutti gli sviluppi tecnologici del passato: l’IA può essere uno strumento che dà supporto o che crea pressione. Può dare libertà o aumentare il controllo. Dipende da come la utilizziamo. Personalmente, ritengo la tecnologia un progresso solo se rafforza le persone e garantisce a tutti un posto dignitoso nel mondo del lavoro e nella società. Come sindacati e rappresentanti delle lavoratrici e dei lavoratori, è nostro dovere impegnarci in tal senso.

 
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