«Il lavoro a tempo parziale non può più essere un privilegio»

Il lavoro a tempo parziale è in forte progressione, riguarda quasi il 40% delle persone attive in Svizzera. Ma ciò che per alcuni è un’opportunità, per altri rappresenta un peso o persino un rischio. Ne abbiamo parlato con la presidente Syna, Yvonne Feri.

Di Michael Steinke 2 gennaio 2026

 

Secondo i dati più recenti, quasi due milioni di persone in Svizzera lavorano a tempo parziale. Quali sono le ragioni di questa tendenza?
Yvonne Feri
: Occorre considerare due aspetti. Da un canto, il lavoro a tempo parziale è una risposta a esigenze concrete: molte persone desiderano conciliare lavoro e famiglia, seguire una formazione continua o dedicarsi ad attività sociali. Senza una riduzione del grado d’occupazione, tutto questo sarebbe semplicemente impossibile. Pensiamo a giovani genitori che desiderano occuparsi dei figli, oppure a un’infermiera che sta seguendo una formazione complementare: per tutte queste persone, il lavoro a tempo parziale è la chiave per conciliare impegni familiari o formativi.

D’altra parte, esistono impieghi a tempo parziale che non nascono da una libera scelta. Talvolta sono imposti dal datore di lavoro: soprattutto nel commercio al dettaglio, nelle pulizie o nel settore alberghiero e della ristorazione, spesso i dipendenti vengono assunti solo al 50 o al 60% anche se vorrebbero lavorare di più. Ciò significa un reddito cronicamente basso, che basta a malapena per vivere. In alcune professioni, invece, la pressione è tale da costringere le persone a ridurre volontariamente l’orario di lavoro, perché un impiego a tempo pieno sarebbe semplicemente insostenibile per la salute. Pensiamo, ad esempio, alle cure infermieristiche. Le ragioni del lavoro a tempo parziale sono quindi molto diverse.

Il cliché secondo cui il lavoro a tempo parziale è un privilegio per chi guadagna di più non è quindi del tutto corretto. Come mai viene ancora percepito in questo modo?
Perché il lavoro a tempo parziale funziona senza problemi soprattutto se il reddito è sufficiente anche con un grado d’occupazione ridotto. Una giurista o un informatico possono passare all’80% senza cadere in ristrettezze economiche. Per una commessa, un addetto alla logistica o un’assistente di cura, invece, è praticamente impossibile. Con salari già bassi, il lavoro a tempo parziale comporta quasi automaticamente precarietà economica.

Ed è proprio questo il punto centrale: trascorrere tempo con la famiglia o seguire una formazione non deve essere un privilegio riservato a chi guadagna bene. In un mondo del lavoro in rapida evoluzione, la formazione continua è indispensabile e deve essere accessibile a tutti. Servono salari minimi più elevati, contratti collettivi di lavoro migliori e una chiara rivalutazione delle professioni a prevalenza femminile come la sanità, l’assistenza, le pulizie o il commercio al dettaglio. Occorre anche un sostegno finanziario per corsi di formazione continua e riqualificazione che impongono di ridurre il grado d’occupazione.

Puoi menzionare alcuni esempi concreti che mostrino quanto possa essere difficile la situazione?
Prendiamo l’esempio di una commessa che ufficialmente lavora al 50% in una catena di distribuzione. Sembra semplice ma in realtà la situazione è ben diversa. I turni cambiano ogni settimana, a volte lavora solo poche ore al giorno, distribuite su cinque o sei giorni, e non ha giorni liberi fissi. Così è quasi impossibile pianificare il suo ruolo nella vita familiare. Sulla carta lavora a tempo parziale, ma è quasi sempre impegnata a causa della frammentazione dei turni.

Un altro esempio è quello di un’infermiera impiegata al 100%. A causa dei turni di notte, dell’onere fisico, e del carico emotivo, decide di passare all’80% per tutelare la propria salute. La conseguenza è una perdita di reddito e di prestazioni per la vecchiaia che nel tempo si traduce in svantaggi considerevoli. Occorre creare strutture che permettano di lavorare a tempo pieno in professioni gravose senza mettere a rischio la propria salute.

Quali adeguamenti sono necessari affinché il tempo parziale diventi una reale opportunità per tutti?

Insieme alla nostra organizzazione mantello Travail.Suisse abbiamo elaborato 19 richieste, fra cui:
• Diritto al lavoro a tempo parziale in presenza di responsabilità familiari con un diritto garantito di tornare al grado d’occupazione originario;
• Giorni liberi fissi per il personale a tempo parziale, affinché possa pianificare la vita quotidiana;
• Accesso alla formazione continua indipendentemente dal grado d’occupazione;
• Migliore previdenza per la vecchiaia, ad esempio attraverso l’accorpamento di più impieghi in un’unica cassa pensioni o un adeguamento della deduzione di coordinamento;
• Rivalutazione delle professioni a basso reddito attraverso salari più elevati e contratti collettivi più forti. Senza salari equi, il lavoro a tempo parziale in questi settori resta un’illusione.

Tali misure consentirebbero di far uscire il lavoro a tempo parziale dall’impasse e di renderlo una scelta di vita a tutti gli effetti.

Qual è la visione di Syna per il futuro?
Il nostro obiettivo è un mondo del lavoro in cui il tempo parziale sia accessibile a tutti, indipendentemente dal reddito o dalla professione. Non deve più essere un privilegio riservato a chi guadagna bene. Ciò implica salari equi, pensioni sicure, possibilità di formazione continua e opportunità di carriera anche se si lavora a tempo parziale. È importante chiarire che non si tratta di vivere tutti allo stesso modo, ma di offrire a tutti le stesse opportunità di scegliere il modello più adatto. Che si tratti di tempo pieno, tempo parziale o una combinazione dei due, ogni famiglia e ogni persona deve poter decidere liberamente, senza dover temere svantaggi economici o professionali.

 
Corriere dell’italianità


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