«I salari reali ristagnano da ben dieci anni»

Le trattative salariali per il 2026 lasciano poco spazio all’ottimismo. Nora Picchi, responsabile della politica sindacale Syna, spiega perché molti lavoratori e lavoratrici oggi non stiano affatto meglio rispetto a un decennio fa.

Di Michael Steinke ufficio stampa Syna / 23 febbraio 2026

 

Syna considera insufficienti le trattative salariali per il 2026. Come siete giunti a questa conclusione?
Nora Picch
i: Se valutiamo l’attuale tornata salariale, emerge un quadro molto deludente. Nella maggior parte dei rami economici, le lavoratrici e i lavoratori non ricevono alcun aumento oppure solo aumenti minimi. Syna ha chiesto aumenti generalizzati del 2%, ma questa aspettativa è stata chiaramente disattesa. In oltre la metà dei rami, gli aumenti concordati si collocano tra lo 0,2 e lo 0,5%. Solo nel 10% circa dei casi si registrano aumenti superiori all’1%. A fronte di una previsione d’inflazione attorno allo 0,5% per quest’anno, per le persone oggi in situazione di impiego significa una perdita di salario reale in oltre la metà dei rami professionali e potersi permettere meno rispetto all’anno precedente. Si tratta di uno sviluppo alquanto problematico.

Negli ultimi anni si è comunque registrata una nuova evoluzione positiva dei salari reali. Non è forse un successo?Naturalmente è positivo che negli ultimi due-tre anni i salari siano tornati a crescere leggermente. Tuttavia, l’andamento non va osservato in modo isolato, ma inquadrato in un orizzonte di lungo periodo. Se guardiamo agli ultimi dieci anni, constatiamo che i miglioramenti del 2024 e del 2025 hanno compensato solo in parte le massicce perdite di salario reale degli anni d’inflazione 2021–2023. Era necessario, ma non rappresenta un vero progresso. Se i salari reali ristagnano o diminuiscono per un decennio e poi recuperano leggermente per due anni, alla fine le lavoratrici e i lavoratori si ritrovano comunque in larga misura nella stessa situazione di prima.

Quanto incide concretamente questa evoluzione sulla vita quotidiana delle lavoratrici e dei lavoratori?
Incide molto. Uno studio recente di Travail.Suisse mostra che negli ultimi tre anni un terzo circa delle persone occupate non ha ricevuto alcun aumento del salario. Nel frattempo, però, le pigioni, i premi di cassa malati e il costo della vita in generale continuano inesorabilmente ad aumentare. Sempre più economie domestiche faticano ad arrivare a fine mese. Particolarmente problematico è anche il passaggio dagli aumenti generalizzati agli adeguamenti individuali. Se un’azienda, ad esempio, incrementa dello 0,5% la massa salariale, può significare che metà del personale riceve l’1% in più, mentre l’altra metà resta a mani vuote. Questo accentua le disparità e divide il personale.

I datori di lavoro adducono spesso un contesto economico difficile. Secondo voi è un argomento fondato?
Il contesto economico è senza dubbio difficile. L’apprezzamento del franco, le incertezze nel commercio internazionale e la pressione politica al risparmio pongono le aziende di fronte a notevoli sfide. Ma la situazione varia molto da un ramo all’altro e da un’impresa all’altra. Nel complesso, l’economia svizzera continua a prosperare: il valore aggiunto è in aumento, l’occupazione è in crescita, in particolare nel settore dei servizi. Non ci troviamo in una crisi generalizzata. Chi sostiene in modo indiscriminato che non ci sia margine per aumenti salariali ignora fatti economici essenziali.

La produttività, è evidente, continua a progredire. Perché questo tema è così centrale per Syna?
La produttività è la chiave per un’evoluzione sostenibile dei salari. Se ogni ora di lavoro genera più valore aggiunto, questo dovrebbe riflettersi anche in salari più elevati. Negli ultimi venticinque anni vi è stata una crescita media della produttività di circa l’1,2% all’anno. Da cinque anni circa osserviamo però un evidente disallineamento: la produttività avanza ma i salari reali no. Questo divario tra salari e produttività cresce e non si colma più automaticamente.

Cosa significa questo disaccoppiamento per la distribuzione del successo economico?
È molto semplice: i maggiori ricavi rimangono sempre più spesso nelle mani delle aziende e degli azionisti, mentre le lavoratrici e i lavoratori non ottengono nulla o, nella migliore delle ipotesi, ricevono solo una piccola parte. Non esiste alcun meccanismo di mercato che garantisca di per sé una distribuzione equa. Senza la pressione esercitata dai contratti collettivi di lavoro, da sindacati forti e da condizioni quadro politiche chiare, semplicemente non accade nulla.

Nonostante il bilancio deludente, ci sono anche dei segnali positivi?
Sì, ci sono segnali incoraggianti, ad esempio nell’edilizia principale con il nuovo contratto nazionale mantello. Dopo trattative molto dure, grazie alla mobilitazione e alle proteste si sono potuti ottenere salari migliori, meno ore di lavoro non retribuite e una compensazione automatica del rincaro. Anche nel ramo dei pittori e gessatori sono stati compiuti progressi. Questi esempi mostrano che lavoratrici e lavoratori ben organizzati possono ottenere risultati positivi. Nel complesso, tuttavia, il bilancio del giro di trattative salariali 2026 rimane deludente: singoli miglioramenti non modificano il fatto che persiste una debolezza strutturale dei salari. Per ridare valore al lavoro, servono contratti collettivi più solidi, aumenti salariali generalizzati e una chiara priorità al potere d’acquisto delle lavoratrici e dei lavoratori.

 
Corriere dell’italianità


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