Quel maldestro ricatto populista alla procura del Vallese
Di Fabio Lo Verso 24 febbraio 2026
Sulla carta della riforma sulla «separazione delle carriere» non c’è scritto da nessuna parte che il governo Meloni intende destabilizzare la magistratura inquirente. Se cerchi una traccia, la trovi fuori dal Paese, in quel maldestro ricatto populista alla procura del Vallese, nel rimpatrio dell’ambasciatore a Roma subordinando il ritorno a Berna alla costituzione di una squadra investigativa comune.
Maldestro, perché svela con fulgida chiarezza il retropensiero dell’esecutivo a una manciata di settimane dalla consultazione referendaria sulla «separazione delle carriere». Non era più prudente mordere il freno e dispiegare le interferenze politiche dopo il voto? Ora se il governo si scaglia con veemenza contro la procura di un Paese amico, a cosa dovrà attendersi in Italia la magistratura bollata come nemica nella riedizione delle «toghe rosse»?
Populista, perché è una finzione che parla alla pancia. Un artificio per far credere al popolo che l’odiata procura di Sion fosse contraria a una squadra investigativa comune. Come poteva se la richiesta ufficiale del governo non era giunta in Vallese? Nel giorno del ricatto, quel 24 gennaio, sul tavolo della giustizia vallesana c’era solo una richiesta: di assistenza giudiziaria per coordinare le procedure con la procura di Roma, siglata pochi giorni dopo.
La messa in scena ingannevole fa leva sul frastuono propagandista che la grancassa mediatica genera in Italia. Ma l’invasione di campo a gamba tesa di un governo nella giustizia di un altro Paese è molto più di una stucchevole sceneggiata.