Fuori sede o all’estero, il diritto di voto negato a otto milioni di italiani
Al referendum «confermativo» sulla giustizia, non è richiesto il quorum del 50% più uno dei votanti, la riforma sarà approvata o bocciata dalla maggioranza anche con un esiguo vantaggio.
Di Guido Gozzano 24 febbraio 2026
Studenti, lavoratori, malati costretti a curarsi fuori dalla propria città o regione. Sono i cosiddetti cittadini «fuori sede». Hanno potuto votare alle elezioni europee del 2024, ma al referendum sulla giustizia potranno solo se possono permettersi di rientrare a casa, a spese loro. Quanti sono? Almeno 4 milioni e 900 mila, secondo i dati del governo.
«A cui si aggiungono inoltre più di 4 milioni di italiane e italiani nel mondo», dichiara il deputato Pd Toni Ricciardi. In totale oltre 8 milioni di aventi diritto al voto, quasi 9 milioni. Le opposizioni denunciano un «vulnus alla democrazia» e un «passo indietro» del governo Meloni. «L’esecutivo ripete un errore grave limitando in modo strutturale l’esercizio del diritto di voto», prosegue Ricciardi.
Il deputato Pd, eletto nella circoscrizione Europa, osserva che il fenomeno erosivo è già in atto all’estero. Nell’ultima consultazione, spiega, «a fronte di un fabbisogno reale stimato tra i 50 e i 55 milioni di euro, il governo ha approvato inizialmente 25 milioni, portati in seguito a 29 milioni». Il risultato è stato il dimezzamento delle risorse «con conseguenze dirette: consolati costretti a risparmiare sulla stampa e sulle buste, plichi danneggiati o mai arrivati, schede fuoriuscite dai contenitori», rammenta Ricciardi. «Una democrazia moderna dovrebbe mettere in condizione chiunque di votare», afferma il deputato Pd, «affrontando il vero nodo, quegli interventi strutturali necessari per garantire un diritto costituzionale».
Ricordiamo che si tratta di un referendum indetto per «confermare» la legge del governo Meloni, approvata in Parlamento ma non entrata in vigore perché mancava la maggioranza qualificata richiesta dalla Costituzione. Al referendum confermativo non è richiesto il quorum del 50% più uno dei votanti, necessario quando si tratta di abrogare una norma. La riforma costituzionale sarà cioè approvata o bocciata dalla maggioranza anche con un esiguo vantaggio.