L’indipendenza della giustizia sarà rafforzata o indebolita?

Nel dibattito le posizioni sono diametralmente opposte. Il governo sulla carta e in pubblico afferma che la riforma garantisce l’autonomia. Come credere alle parole e alle promesse quando i fatti provano il contrario? La decisione più prudente è votare «No».

Di Guido Gozzano 24 febbraio 2026

 

Il quesito logora la mente degli elettori che cercano chiarezza fuori dagli schieramenti politici e dalle tifoserie. La riforma sulla «separazione delle carriere» è per gli uni una benedizione, per gli altri una maledizione. A chi dare ascolto? Chi falsifica la realtà?

Prima di tutto, c’è da guardare oltre la pretesa separazione fra carriere, già di fatto realizzata. In realtà, il testo duplica il Consiglio superiore della magistratura, ce ne sarà uno per i giudici e uno per i pubblici ministeri, e introduce un’Alta corte disciplinare. Fra le due finalità, all’inaugurazione dell’anno giudiziario, alla presenza delle toghe più quotate d’Italia, è sorta «la preoccupazione che siano garantite autonomia e indipendenza». Se il dubbio stringe i più alti rappresentanti della giustizia, sarà vero che la magistratura inquirente rischia di essere indebolita?

«Per nulla», afferma Augusto Barbera, oggi presidente emerito della Corte costituzionale, anzi «l’autonomia dei magistrati viene rafforzata!» E spiega: «La Costituzione vigente assicura l’autonomia ai soli giudici mentre rinvia alla legge ordinaria la garanzia di autonomia dei pubblici ministeri». Il testo costituzionale sottoposto al referendum recita: «La magistratura costituisce un organo autonomo e indipendente». Così il ministro della Giustizia Carlo Nordio, nel proprio intervento all’inaugurazione dell’anno giudiziario, ha ribattuto: «Ritengo blasfemo sostenere che la riforma tenda a minare il principio di indipendenza e di autonomia delle toghe».

Da cosa si desume allora l’intento dell’esecutivo? Dall’anomala proliferazione di quelle norme che, negli ultimi anni, hanno spuntato le armi della giustizia (leggi qui). Ma soprattutto dal «clima di tensione» che il procuratore generale della Cassazione Pietro Gaeta, ha evocato con forza alla presenza di Mattarella: «Lo scontro tra giudici e politica ha raggiunto livelli inaccettabili». Come credere allora alle parole e alle promesse quando i fatti provano il contrario? In questo caso, la decisione più prudente è votare «No».

 
Corriere dell’italianità


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