Giustizia e politica, la madre di tutte le battaglie

La consultazione referendaria del 22 e 23 marzo è l’ultimo scontro nella lunga stagione di aspra contrapposizione fra magistratura e politica inaugurata da Berlusconi dopo Mani Pulite, ora perseguita dal governo Meloni. La riforma sulla «separazione delle carriere», già nei piani della P2, è lo sfondo ideologico su cui si riflette la prevaricazione del potere.

Di Guido Gozzano 24 febbraio 2026

 

Se la «separazione delle carriere» fra magistratura inquirente e giudicante è «la madre di tutte le riforme», come la definisce la premier Giorgia Meloni, cos’è allora lo scontro fra giudici e politica, oggi arrivato «a livelli inaccettabili» come ha dichiarato il procuratore generale della Cassazione Pietro Gaeta all’apertura dell’anno giudiziario?

Dai uno sguardo alla storia della Seconda Repubblica, e trovi la risposta: è la madre di tutte le battaglie. Il dopo Tangentopoli è stato uno tsunami antimagistrati. Nulla ha impegnato la destra al potere più del tarpare le ali agli inquirenti. Con Mani Pulite si è creduto, sperato di poter spezzare una volta per tutte il clima di impunità della Prima Repubblica. Ma l’aureola di «eroi popolari» dei magistrati di Milano, Francesco Saverio Borrelli, Antonio Di Pietro, Gerardo D’Ambrosio, Piercamillo Davigo, Gherardo Colombo e Ilda Boccassini, è svanita nel volgere di un decennio. Oggi l’epitaffio di quegli anni è nella fucilazione a mezzo stampa del pool milanese, nella stagione di aspra contrapposizione tra magistratura e potere inaugurata dalla discesa in campo di Silvio Berlusconi, e sostenuta dall’opinione.

A dare fuoco alle polveri è stato quell’invito a comparire per corruzione, consegnato nel novembre 1994 al premier mentre presiedeva il vertice dell’Onu sulla criminalità organizzata a Napoli. Fino a quel momento Berlusconi aveva puntato tutto sull’arma politica per restaurare l’impunità, la sua innanzitutto. Il 13 luglio di quell’anno, mentre l’attenzione del Paese era tutta per la partita Italia-Bulgaria, semifinale dei mondiali di calcio per un posto in finale contro il Brasile, il ministro della Giustizia Alfredo Biondi firmava un decreto noto come «salva ladri», un micidiale colpo di spugna sui risultati ottenuti dal pool milanese. Il giorno dopo i tangentisti coinvolti nell’inchiesta Mani Pulite sono scarcerati e i processi vanno in prescrizione, a cominciare da quelli del Cavaliere.

Il decreto fu ritirato per le proteste in piazza, le barricate della sinistra, e quel pronunciamento televisivo dei magistrati di Milano. Il pm Di Pietro, con la barba di due giorni e la cravatta allentata, ottiene un prudente defilarsi degli alleati di Berlusconi e la mancata conversione in legge da parte del parlamento.

Fra gli alleati in ritirata, il ministro degli interni Roberto Maroni si dissocia: ai giornali afferma che non gli avevano spiegato le conseguenze. Il Cavaliere rinforza allora l’offensiva mediatica, un diluvio di fuoco si abbatte sul pool di Mani Pulite. In parallelo prosegue la manovra per devitalizzare la giustizia, con le norme «pro domo sua» che azzerano i reati e tagliano i tempi di prescrizione.

Con i successivi governi di sinistra, Prodi, D’Alema e Amato, la magistratura permane in bilico fra calma e tempesta: quest’ultima scoppierà a seguito dell’intercettazione di una telefonata tra Piero Fassino, segretario dei Ds, e Giovanni Consorte, presidente di Unipol, un gruppo assicurativo amico della sinistra che tenta la scalata alla Bnl. «Abbiamo una banca!», esulta Fassino al telefono. La conversazione evidenzia l’intreccio, poco ortodosso, fra politica di sinistra e finanza.

La divulgazione fu una trappola tesa dalla destra berlusconiana, e il caso sollevò un feroce dibattito sull’uso delle intercettazioni, con una ventata di dubbi da parte della stessa sinistra. Tornata al potere nel 2005, la destra ha avuto gioco facile nel riposizionare la magistratura nel mirino: dapprima con la riforma Castelli, introducendo per la prima volta un sistema disciplinare «punitivo» nei confronti dei pubblici ministeri, corretto in parte l’anno successivo dalla rifoma Mastella; e in seguito con la legge ex Cirielli per salvare Cesare Previti, avvocato di Berlusconi e ministro della Difesa, accusato in un paio di processi di corruzione in atti giudiziari.

Da allora scorre quel filo del garantismo che lega i governi della destra e oggi conduce alla riforma sulla «separazione delle carriere». Un garantismo a senso unico, a sostegno di una classe politica, mentre nei confronti degli altri permane un forte tono giustizialista e un accento a volte forcaiolo.

La consultazione del 22 e 23 marzo è l’ultimo atto della madre di tutte le battaglie. Fin dagli albori questo giornale pone fra virgolette la «separazione delle carriere», poiché l’impedimento nel passaggio dalla funzione giudicante a quella requirente, e viceversa, è già stato in larga parte realizzato nel 2007, e poi quasi interamente completato dalla riforma Cartabia del 2022. Si dovrebbe invece parlare di «sdoppiamento del Consiglio superiore della magistratura», l’autentica finalità della riforma, con un Csm per i giudici e uno per i pubblici ministeri.

È stato fatto notare che la separazione delle carriere era un punto centrale nel piano eversivo della loggia massonica P2 di Licio Gelli, il «venerabile» che perseguiva il sovvertimento delle istituzioni democratiche. All’interrogazione parlamentare del Pd Andrea De Maria, il ministro della Giustizia Carlo Nordio ha risposto di «non conoscere» il piano di Gelli, un documento sequestrato nel 1982. Eppure in quegli anni Nordio era un magistrato in prima linea, conduceva le indagini sulle Brigate Rosse venete. È meglio fingere ora l’amnesia, e fare una figuraccia da fesso, che riallacciare l’origine della riforma al mandante della strage di Bologna del 2 agosto 1980.

La separazione delle carriere, nel disegno della P2 di Gelli, rappresentava una leva per rendere la magistratura dipendente dalla politica. Ma se all’epoca la separazione non è mai stata compiuta, è perché nella Prima Repubblica la giustizia era già, nei fatti, subalterna alla partitocrazia. Nessun bisogno di operare una riforma. Chi non si ricorda della Procura di Roma, definita «il porto delle nebbie» dal giurista Stefano Rodotà, per via dell’inerzia e dell’insabbiamento delle indagini sulla politica? Così anche nel resto del Paese. Dal 1946 al 1992, una magistratura in Italia votata in massa al culto di Ponzio Pilato non ha mai frugato nelle stanze del potere.

Con Mani Pulite si è aperta un’inattesa parentesi nel mezzo secolo di impunità politica. Il riscatto compiuto dal pool milanese, un unicum nella storia giudiziaria, è stato perseguito da una generazione di magistrati battaglieri sulla scia delle leggi più moderne e efficaci in Europa, adottate da quei parlamenti che aspiravano ad un autentico cambio di stagione.

Quel ciclo virtuoso si spegne con la restaurazione dell’impunità, tramite quei provvedimenti che fanno luce sulle intenzioni di Nordio e del governo Meloni: la depenalizzazione di alcuni reati tributari (2024), l’abolizione totale del reato di abuso di ufficio (2024) e la limitazione delle intercettazioni telefoniche (2025), indebolendo il contrasto alla criminalità dei colletti bianchi. Ma è la riforma della giustizia penale (2025) l’autentico capolavoro di Nordio, quella revisione della procedure che fra le altre cose rende più difficile l’arresto per i reati contro la pubblica amministrazione. La riforma è stata dedicata a Silvio Berlusconi. Il cerchio si chiude.

 
Corriere dell’italianità


Dal 1962 la voce della comunità italiana in Svizzera

https://corriereitalianita.ch
Indietro
Indietro

L’indipendenza della giustizia sarà rafforzata o indebolita?

Avanti
Avanti

«L’iniziativa ha un prezzo nascosto molto alto che il pubblico deve conoscere»