«L’iniziativa ha un prezzo nascosto molto alto che il pubblico deve conoscere»

L’avvocato Giovanna Masoni Brenni, presidente della SSR Svizzera italiana CORSI e vicepresidente del consiglio di amministrazione della SRG SSR, avverte: «Un sì nelle urne sarebbe un duro colpo alla diffusione dell’italianità in Svizzera».

Di Fabio Lo Verso 30 gennaio 2026

 

Modello unico al mondo, in Svizzera il servizio pubblico radiotelevisivo è ritagliato sul «federalismo», un’incomparabile intersezione fra diversità linguistica, culturale e umana, l’espressione di una complessa architettura politica e sociale. Un modello che oggi l’iniziativa «200 franchi bastano!» intende ridimensionare, dimezzare «a discapito del radicamento e della copertura delle realtà regionali», dichiara Giovanna Masoni Brenni, figura di spicco della SSR SRG, «con un impatto molto duro sull’impiego ma anche sull’indotto, ogni posto di lavoro nel settore pubblico ne produce uno in quello privato».

Con quale stato d’animo attraversa la campagna «200 franchi bastano!»?
Giovanna Masoni Brenni
: Con una sensazione mista, in bilico fra apprensione e fiducia. L’iniziativa è molto drastica, ma si presenta sotto le mentite spoglie della moderazione, quasi fosse una riforma tecnica, un lieve ritocco senza effetti rovinosi. L’apprensione è quella di non riuscire a far cogliere al pubblico le conseguenze nefaste del «prezzo nascosto» dell’iniziativa. Ma c’è la fiducia di riuscirci e vincere questa battaglia, molto più difficile della precedente nel 2018. L’iniziativa «No Billag», radicale, senza mezze misure, puntava a porre una pietra tombale sul servizio pubblico radiotelevisivo. Quella al voto l’8 marzo mostra un volto ambiguo, e un tono sornione, astuto, e per questo è più pericolosa.

 
 

Giovanna Masoni Brenni. © DR 2026

 
 

Qual è il «prezzo nascosto» dell’iniziativa, in particolare per la RSI?
É un prezzo molto alto, equivale a dimezzare l’intera azienda pubblica audiovisiva, perché sottrarrebbe proventi al canone per circa 650 milioni all’anno; l’effetto finale, combinato con tagli già decisi dal Consiglio federale e il calo della pubblicità, porterebbe a dimezzare l’attuale budget totale da 1,5 miliardi a circa 750-800 milioni. Si assisterebbe a una centralizzazione a discapito delle realtà regionali. Ora nel federalismo, le quattro regioni linguistiche hanno pari dignità, e la SRG SSR nel suo mandato costituzionale è uno specchio della Svizzera multimediale, ne riflette la diversità geografica, culturale, politica e sociale. Il federalismo, così come è attuato in Svizzera, implica l’impegno di non trascurare, di non abbandonare nessuna zona, anche le più periferiche, situate ad esempio nei luoghi impervi delle montagne.
La centralizzazione avrebbe un impatto sulla RSI, la rete in lingua italiana perderebbe centinaia di posti di lavoro, in ogni caso ben più della metà dei circa mille collaboratori attuali; senza contare gli impieghi indiretti, ogni posto di lavoro nel settore pubblico ne produce uno nel privato. E ogni singolo franco investito nel servizio pubblico radiotelevisivo genera un franco di valore aggiunto.

Alcuni promotori dell’iniziativa sostengono che la SSR SRG dovrebbe concentrarsi sull’informazione e lasciare il resto del palinsesto, la cultura, lo sport e l’intrattenimento, alla concorrenza privata.
La verità è che la cultura, l’intrattenimento, e quindi anche lo sport, sono nella concessione federale. L’art. 93 della Costituzione recita: «La radio e la televisione contribuiscono all’istruzione e allo sviluppo culturale, alla libera formazione delle opinioni e all’intrattenimento». Ed è quello che l’azienda pubblica audiovisiva continuerà a fare con rilevanza, qualità ed efficienza se l’iniziativa è respinta, pur con le difficoltà legate al controprogetto del Consiglio federale che comporterà di per sé tagli per circa 270 milioni. Il rispetto del mandato costituzionale, impegnativo e oneroso, è reso possibile solo se si dispone di adeguate risorse finanziarie. La carta fondamentale dichiara inoltre che la radio e la televisione «considerano le particolarità del Paese e i bisogni dei Cantoni». E fra queste, mi rivolgo ora al pubblico del Corriere dell’italianità, c’è la lingua e la cultura italiana.

Quale ruolo svolge il servizio pubblico audiovisivo nella diffusione dell’italianità?
Attraverso le numerose interviste e i tanti servizi che coinvolgono il mondo culturale, politico, accademico e sportivo di lingua italiana, gettando un ponte fra la Svizzera, il Ticino e l’Italia, la SSR è un punto di riferimento per l’italianità. Un patrimonio visibile nei nostri archivi, una miniera d’oro radiotelevisiva e uno spaccato incredibile della cultura italiana, dal poeta Eugenio Montale al compositore Fabrizio de André, tanto per fare un paio di esempi. Un patrimonio che riguarda oltre un milione di italofoni, addizionando i 660 mila iscritti all’Aire in tutta la Svizzera e i 400 mila residenti in Ticino e nelle regioni italofone dei Grigioni, fra cui numerosi cittadini italiani. Qualcuno forse si ricorda ancora del programma televisivo Un’ora per voi, dedicato agli italiani in Svizzera con lo scopo di favorire la loro integrazione, trasmesso dal 1964 al 1979 a cadenza settimanale. Oggi un programma del genere non sarebbe più necessario, ma le nostre reti televisive, non solo la RSI, interagiscono continuamente con gli italiani e le italiane residenti nella Confederazione.

Consideriamo che l’iniziativa venga respinta nelle urne. Quali sfide permangono in futuro?
Innanzitutto il già menzionato controprogetto indiretto del Consiglio federale, già deciso, in vigore senza passare dal voto popolare, si è tradotto nellla ristrutturazione «Enavant», in romancio «in avanti», per cui la SRG SSR è già avviata verso una riduzione, entro il 2029, di oltre 900 posti di lavoro a tempo pieno fra i circa 6000 attuali, un piano con il mandato di rimanere rilevanti, malgrado i tagli decisi dal governo, divenendo più digitale, snella e flessibile, e purtroppo, inevitabilmente, riducendo la decentralizzazione e l’autonomia nelle quattro regioni linguistiche del Paese. Il piano prevede anche un passaggio in due tappe entro il 2029 a un canone di 300 franchi, aumentando la soglia di esenzione delle aziende fino a un fatturato di 1,2 milioni.
Anche se l’iniziativa sarà respinta, verranno comunque effettuati, come detto, tagli per circa 270 milioni, stanti altre sfide cruciali: il calo preoccupante degli introiti pubblicitari, la concorrenza accanita delle piattaforme on-demand, come YouTube e Netflix, e la forte concorrenza delle emittenti televisive private nei Paesi limitrofi, che penetrano nel mercato elvetico per affinità linguistica. E poi non sorprenderebbero altre sfide finanziarie, da ambienti politici ostili al servizio pubblico, oggi in Svizzera aventi un notevole peso, o da lobbies con interessi diversi.

Giovanna Masoni Brenni, avvocato, ex vicesindaco di Lugano, è oggi vicepresidente del consiglio di amministrazione della SSR SRG e presidente della SSR Svizzera italiana CORSI, una delle quattro società cooperative regionali che compongono la SRG SSR, rappresentando il pubblico della Radiotelevisione svizzera di lingua italiana (RSI).

 
Corriere dell’italianità


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