Il giorno dopo la sconfitta, un barlume di umiltà fra le tinte fosche dell’arroganza?

Alle false promesse della riforma della giustizia non ha creduto il 53,7% degli elettori, una vistosa maggioranza di cittadini fra il rigoglioso 58,9% che si è recato alle urne. Il riscatto di un popolo che si è sentito preso in giro, allarmato dalle malcelate odiose intenzioni del governo nei confronti della magistratura.

Di Fabio Lo Verso 24 marzo 2026

 

Dalle urne è arrivato un «No» sonoro, travolgente, alle farlocche promesse di Nordio e Meloni, tramortiti da un pesantissimo voto di sfiducia popolare ma rimasti in piedi, barcollando avvolti nel psicodramma politico più acuto di sempre. La questione nei prossimi giorni è: chi si assumerà la responsabilità della sconfitta? Non a parole, ma con i fatti e la verità.

Dalla dolente disfatta scaturirà un barlume di umiltà, un lampo di onestà fra le tinte fosche dell’arroganza nordio-meloniana? All’indomani della batosta referendaria, il primo scossone è giunto dalle dimissioni di Andrea Belmastro, sottosegretario alla Giustizia di Fratelli d’Italia, e di Giusi Bartolozzi, capo di gabinetto del ministro Nordio. Quest’ultima era finita nella bufera per aver assimilato la magistratura a «un plotone di esecuzione».

Le dimissioni sono legate ad altre vicende, ma sono comunque entrambe il segno di una frattura, dello sgretolarsi della compagine governativa fin qui coesa, quasi granitica. Addirittura Meloni ha esortato Daniela Santanché, ministro del Turismo, a fare la stessa scelta di Delmastro e Bartolozzi. Fino a oggi era considerata intoccabile, giovando della difesa a spada tratta del presidente del Senato Ignazio La Russa, oltre che della stessa Meloni.

Tornando alla riforma della magistratura, alle false promesse del governo non ha creduto il 53,7% degli elettori, una vistosa maggioranza di cittadini fra quel rigoglioso 58,9% che si è recato alle urne. Il riscatto di un popolo che si è sentito preso in giro, allarmato dalle malcelate odiose intenzioni dell’esecutivo nei confronti della magistratura.

Nordio e Meloni promettevano nientemeno di rafforzare l’indipendenza della giustizia e l’autonomia dei magistrati, che la riforma avrebbe inciso sui tempi dei processi e restituito persino l’imparzialità che mancava al sistema giudiziario. Era in realtà la predica fallace di chi discende direttamente dal ramo di Berlusconi, vate mentitore, fu padre padrone della destra, che definì i magistrati «antropologicamente diversi» dal resto dei cittadini.

La figlia, Marina Berlusconi, molto delusa, ha sentito la premier e parlato con Tajani. E ora che si fa? «Andremo avanti», ha dichiarato Giorgia Meloni. Un messaggio, poco sibillino, rivolto precisamente al ministro della Giustizia Carlo Nordio. Traducendo, continua caro Carlo finché puoi a spuntare le armi della giustizia. Negli ultimi anni il guardasigilli si è speso molto nell’opera di indebolimento della magistratura. Nascondendola dietro la mascherata di una propaganda eroica, «stiamo lavorando per correggere la malagiustizia». Ecco come: depenalizzando alcuni reati tributari (2024), abolendo totalmente il reato di abuso di ufficio (2024) e limitando le intercettazioni telefoniche (2025).

Niente male per chi come Nordio declamava a parole l’intenzione di rafforzare l’azione dei magistrati. Il punto più alto della parabola è stato la riforma della giustizia penale (2025) che fra le altre cose ha reso più difficile l’arresto per i reati contro la pubblica amministrazione. Una riforma dedicata a Silvio Berlusconi.

L’anomala proliferazione di norme per dare respiro alla criminalità dei colletti bianchi è un primato della complicità camuffato da «primato della politica», una conquista da spianare beninteso sulla strada della giustizia, l’ultima prevaricazione nella madre di tutte le battaglie in Italia (leggi qui).

Ma il punto non è questo, anzi viene da dire: magari fosse questo. Il fatto è che la destra al governo ha esposto pubblicamente la sua accanita avversione per i magistrati fino a farne ragione di vanto patriottico. Poteva star zitta, e forse avrebbe pure vinto, ma è stato più forte l’istinto, si è accesa l’arroganza ed è esplosa la superbia. L’odiata magistratura, come detto, è stata paragonata da Giusi Bartolozzi a un «plotone di esecuzione», e addirittura a «un cancro» dal senatore di Forza Italia Franco Zaffini, quasi fosse un’escrescenza tossica da «togliere di mezzo».

Alla becera sceneggiata non hanno soprattutto creduto i giovani tra i 18 e 28 anni, due su tre hanno votato e il 58,5% a favore del No. Ma ci ha creduto invece la maggioranza degli italiani all’estero, votando Sì al 55,4%, contro il 44,5% per il No. Con la notevole eccezione dell’Europa, dove il No si è imposto con il 55,6% a 44,3%, e della Svizzera, in cui ha vinto però con un lieve vantaggio (50,8% a 49,1%). Nella Confederazione, con il 30,73% la partecipazione al voto ha registrato il più alto numero al mondo dopo l’Argentina, con 167.162 elettori su 543.932 aventi diritto.

Intanto, mentre continua il terremoto nel governo dopo la sconfitta referendaria, partirà a breve un nuovo aspro confronto con le opposizioni sulla legge elettorale, il cui iter inizierà martedì prossimo, 31 marzo, in commissione Affari costituzionali.

 
Corriere dell’italianità


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