Il giorno dopo la sconfitta, un barlume di umiltà fra le tinte fosche dell’arroganza?
Alle false promesse della riforma sulla giustizia non ha creduto il 53,7% degli elettori, una vistosa maggioranza di cittadini fra il rigoglioso 58,9% che si è recato alle urne. Il riscatto di quel popolo che si è sentito preso in giro, allarmato dalle malcelate odiose intenzioni del governo nei confronti della magistratura.
Di Fabio Lo Verso 24 marzo 2026
È stato un «No» sonoro, travolgente, alle farlocche promesse di Nordio e Meloni, tramortiti da un pesantissimo voto di sfiducia popolare ma rimasti in piedi, barcollando avvolti nel psicodramma politico più acuto di sempre. La questione nei prossimi giorni è: chi si assumerà la responsabilità della sconfitta? Non a parole, ma con i fatti e la verità.
Intanto spunta l’ipotesi di un colloquio al Quirinale. Con la testa bassa il governo sembra ora costretto a un confronto con le opposizioni sulla legge elettorale. Forse un barlume di umiltà fra le tinte fosche dell’arroganza e della superbia governativa.
Alle false promesse della riforma ad ogni modo non ha creduto il 53,7% degli elettori, una vistosa maggioranza di cittadini apparsa fra il rigoglioso 58,9% che si è recato alle urne. Il riscatto di un popolo che si è sentito preso in giro, allarmato dalle malcelate odiose intenzioni dell’esecutivo nei confronti della magistratura.
Nordio e Meloni promettevano di rafforzare l’indipendenza della giustizia e l’autonomia dei magistrati, che la riforma avrebbe inciso sui tempi dei processi e restituito persino l’imparzialità che mancava al sistema giudiziario. Certo, come no.
Era invece la predica fallace di chi discende dal ramo di Berlusconi, vate mentitore, fu padre padrone della destra, che definì i magistrati «antropologicamente diversi» dal resto dei cittadini. La figlia Marina, molto delusa, ha sentito la premier e parlato con Tajani.
E ora che si fa? «Andremo avanti», ha dichiarato Giorgia Meloni. Un messaggio, poco sibillino, inviato al ministro della Giustizia Nordio. Traducendo, continua caro Carlo finché puoi a spuntare le armi della giustizia.
Negli ultimi anni il guardasigilli si è speso molto nell’opera di indebolimento della magistratura. Nascondendola dietro la mascherata di una propaganda eroica, stiamo lavorando per riequilibrare l’ordinamento giuridico. Ecco come: depenalizzando alcuni reati tributari (2024), abolendo totalmente il reato di abuso di ufficio (2024) e limitando le intercettazioni telefoniche (2025).
Niente male per chi intendeva a parole rafforzare l’azione dei magistrati. Il punto più alto della parabola è stato la riforma della giustizia penale (2025) che fra le altre cose ha reso più difficile l’arresto per i reati contro la pubblica amministrazione. Una riforma dedicata a Silvio Berlusconi.
L’anomala proliferazione di norme per dare respiro alla criminalità dei colletti bianchi è un primato della complicità camuffato da «primato della politica». Un primato beninteso da estendere sulla giustizia, oggi l’ultimo episodio della madre di tutte le battaglie in Italia (leggi qui).
Ma il punto non è questo, anzi viene da dire: magari fosse questo. Il fatto è che la destra al governo ha esposto pubblicamente la sua avversione per i magistrati fino a farne ragione di vanto patriottico.
Poteva stare zitta, e forse avrebbe vinto, ma è stato più forte l’istinto, si è accesa l’arroganza, ed è esplosa la superbia. L’odiata magistratura è stata paragonata a un «plotone di esecuzione», addirittura a «un cancro», insomma a una escrescenza tanto fastidiosa da «togliere di mezzo».
Alla becera sceneggiata non hanno soprattutto creduto i giovani tra i 18 e 28 anni, due su tre hanno votato e il 58,5% a favore del No. Ma ci ha creduto invece la maggioranza degli italiani all’estero, votando Sì al 55,4%, contro il 44,5% per il No. Con l’eccezione della Svizzera, in cui il No ha vinto con un lievissimo vantaggio (50,8% a 49,1%) mentre nel resto dell’Europa si è imposto con il 55,6% a 44,3%.