Referendum Giustizia, il ricorso che buca la fretta del governo
Il governo decide con insolita tempestività la data della consultazione ai giorni 22 e 23 marzo. Il comitato per il No si rivolge al Tar richiedendo il rispetto della prassi consolidata di non comprimere i tempi delle campagne referendarie.
Di Guido Gozzano 28 gennaio 2026
La data della consultazione, fissata per il 22 e 23 marzo, sarà mantenuta? Nelle prossime ore, domani al più tardi, il Tar del Lazio si esprime su un ricorso presentato da un comitato di giuristi che aveva chiesto una sospensione. Fino ad oggi non era mai accaduto, spiegano, che un governo annunciasse una data per il referendum senza attendere il completamento della raccolta di firme, in questo caso quelle del comitato per il No che aveva già superato la soglia delle 500 mila sottoscrizioni. C’è da tenere a mente che il referendum è stato indetto dal governo Meloni a titolo «confermativo». L’esecutivo chiede di convalidare la legge sulla «separazione delle carriere» fra giudici e pubblici ministeri, votata dalla stessa maggioranza.
Con la fretta di andare alle urne, ha fissato due date a marzo. Non si tratta di una violazione di un obbligo di legge, «ma di un’accelerazione che va contro una prassi consolidata, comprimendo lo spazio della partecipazione popolare», osserva il comitato per il No nella testata Fanpage, appellandosi perché prevalga questa consuetudine. Nella decisione tempestiva del governo, sottolinea, «si intravede l’urgenza di accorciare la battaglia referendaria per paura di far salire le adesioni contrarie alla riforma».
Il comitato per il No intende introdurre nella scheda di voto una questione alternativa, e su questa fare campagna. Fidando sulle norme costituzionali: la data per un referendum deve essere fissata al termine dei 90 giorni concessi per raccogliere le firme popolari, e questo scadeva il 30 gennaio. Il governo si è pronunciato già il 12 gennaio, stabilendo le due date di marzo. Con il ricorso all’esame del Tar del Lazio, la consultazione rischia(va) un rinvio a metà aprile al più presto.
Del controverso testo sulla «separazione delle carriere» parleremo nell’edizione successiva, così come della battaglia referendaria. Adesso le manovre in corso sembrano nascondere lo scopo di «strozzare il dibattito», per dirla con il fisico Giovanni Bachelet del Comitato Società civile per il No.
Il tema riguarda anche gli italiani all’estero. Nell’edizione di gennaio del Corriere dell’italianità, il deputato Pd Toni Ricciardi allertava sul progetto del governo di «ostacolare, impedire di fatto, il voto degli iscritti all’Aire», mettendo mano alla legge elettorale. Nella quale manca tuttora quella norma che consentirebbe ai fuorisede, studenti e lavoratori, di votare.