«La mia arte è una denuncia della condizione non paritaria fra uomo e donna»
Artista femminista, Anna Tendone mette al centro di molte sue opere la donna e la sua situazione nel presente.
Di Matteo Galasso 25 marzo 2026
Il pavone (2017), acrilico su tela di cotone, 120 x 80. © DR
L’artista Anna Tendone nasce a Bari nel 1965 per trasferirsi più tardi a Milano, dove lavora per alcuni anni come maestra elementare prima di approdare in Svizzera, nel cantone di Argovia. Nelle sue opere, l’essere umano prende corpo in figure schiacciate nella cornice, allo stesso tempo immobili e in fuga. Il suo sguardo, centrato soprattutto sulla condizione femminile, rilegge miti e narrazioni bibliche o fiabesche in chiave critica. Espone attualmente in Italia, insieme a sua figlia a Ostiglia, in provincia di Mantova. La galleria MAV presenta due sue opere e ne tiene altre in permanenza.
Quali riferimenti l’accompagnano tra pittori e correnti artistiche?
Anna Tendone: Gli artisti che danno un significato all’arte, che denunciano qualcosa, hanno un perché. Guardo con interesse un figurativo allegorico, dove un’immagine rimanda a un’altra. Tra gli italiani ho guardato a Guttuso, da lui ho preso colori forti e contrasti. Poi i classici, come Delacroix e Van Gogh, e anche autori russi come Nikolaj Ge.
Come descriverebbe oggi il suo stile e cosa è cambiato nel tempo?
All’inizio ero concentrata sul soggetto del dipinto: figure centrali ma sfondo quasi assente, con la tela occupata dal soggetto. Con il tempo, il mio sguardo si è allargato. Oggi sono interessata non solo al soggetto, ma anche alla relazione e all’interazione con ciò che lo circonda. L’ambiente è oggi più leggibile ma resta centrale l’essere umano e, in particolare, la donna e la sua condizione nel presente. Uso temi che arrivano dalla Bibbia, ma anche da molti riferimenti letterari e spirituali che parlino della situazione della donna oggi.
Il filo rosso delle sua arte è apertamente femminista, com’è approdata a questo tema?
Vedendo la condizione non paritaria tra donna e uomo, oggi come nel passato. I miei quadri sono di denuncia e un invito alla riflessione, una testimonianza di chi osserva da vicino questa realtà.
Nei suoi quadri tornano tematiche come il disagio e la pressione sociale. Quanto di questo racconto è autobiografico?
Non credo sia del tutto autobiografico, perché non sento pressioni, e non mi lascio ingabbiare facilmente e do poco peso a ciò che pensa la gente. Con l’età sono diventata più «sobria», prima sceglievo abiti e scarpe fuori dall’ordinario, e questa idea di stare fuori dagli schemi entra nelle opere. Sono consapevole della condizione umana e del fatto che lo spazio di scampo sia limitato, nel mondo si soffre, anche se io non sono una persona triste. All’inizio amici e colleghi mi chiedevano: «Perché sono così tristi questi quadri? Tu sei così allegra». La mia allegria non cancella la durezza della realtà.
Si è mai trovata a dover «spiegare» se stessa prima delle opere, per via di stereotipi o pregiudizi?
Mai, e l’ho trovato singolare. Anche a Milano, quando mi sono trasferita da Bari, esistevano preconcetti verso i meridionali e alcune persone mi hanno raccontato episodi spiacevoli, anche di razzismo. Personalmente ho frequentato persone del posto, senza chiudermi in cerchie italiane o legate al Sud, e non mi sono mai sentita messa da parte per la mia origine.
La Sposa Bambina (2020), olio su tela di cotone, 80 x 60. © DR
Lei ha iniziato a disegnare molto presto. Cosa ha acceso la sua passione per la pittura?
Non ricordo un momento preciso in cui ho deciso di dipingere. Da bambina disegnavo molto. Alle scuole elementari ho avuto la fortuna di incontrare un insegnante che era anche un pittore, grazie al quale ho potuto sperimentare tecniche diverse, che hanno alimentato la mia fantasia. Più tardi, mia sorella – che studiava all’università ed era più grande di me – è tornata a casa con un set di colori a olio e pennelli per principianti, dicendomi: «Tu adesso non hai più scampo, devi provare a dipingere». Avevo circa diciotto anni, da allora ho iniziato e non mi sono più fermata. Ho imparato da autodidatta, e il mio percorso è cresciuto per gradi. Non so quando ho deciso di diventare artista, penso di esserlo sempre stata.
Per studio e lavoro, ha dovuto conciliare l’arte con una quotidianità piena di impegni. A cosa ha dovuto rinunciare?
Per alcuni anni ho messo da parte la pittura e ho indirizzato la mia energia creativa altrove, nella scuola lavorando con i bambini, ma anche nel teatro, nella scrittura creativa e nelle attività manuali. Poi, quel bisogno profondo è riemerso. A Milano, quando vivevo da sola, ho ripreso a dipingere. Ma con l’arrivo dei figli mi sono fermata di nuovo: avevo poco tempo, e la pittura a olio richiede solventi, poco salutari e inadatti in una casa con bambini piccoli. In quel periodo ho scelto di dare voce alla mia creatività attraverso la scrittura: ho iniziato a raccontare storie, a scrivere romanzi. Mi ero convinta che dipingere con le mani o con le parole potesse essere la stessa cosa. In fondo, anche una descrizione nasce da un’immagine, proprio come un quadro.
Quanto conta la lingua nel processo creativo, anche nella scelta dei titoli?
Nel gesto pittorico conta poco. Il titolo, invece, è parte dell’opera: dà un indizio sul tema e su ciò che il quadro rappresenta. Alcuni lavori nascono con un titolo in italiano, altri in inglese, come la dualità che vivo in famiglia, mio marito non è italiano ma del Nord Europa, l’inglese è lingua di casa e, di fatto, la più usata. Per me una lingua non vale più dell’altra: conta il concetto che vuoi rendere fruibile.
Lei ha trasmesso la passione per l’arte anche a sua figlia, che oggi espone in Italia.
È accaduto in modo naturale. Quando aveva tre o quattro anni mi ha detto: «Voglio dipingere, voglio disegnare». Si è seduta al tavolino e ha iniziato. Ho percepito una sua urgenza espressiva e la necessità di mettere su carta il suo mondo interno. Oggi frequenta l’ultimo anno del liceo artistico di Zurigo. Quando la mia gallerista ha visto i suoi lavori, mi ha detto subito che doveva esporre, riconosceva in quelle opere la stessa intensità e lo stesso bisogno di comunicare un messaggio. Ha aggiunto con entusiasmo: «Voglio farle il battesimo». Così, prima ancora che finisse la scuola, mia figlia si è ritrovata a esporre per la prima volta.