Crans-Montana, i nodi e risvolti dell’inchiesta
Tre mesi dopo la tragedia in cui hanno perso la vita 41 persone e 115 sono rimaste ferite, la procura di Sion, bersaglio fin dalle prime ore della virulenta, clamorosa e feroce critica italiana, attraversa una nuova fase cruciale. A mente fredda, ma con le schegge del dramma conficcate nel cuore, è ora di fare un punto nave nelle acque agitate dell’indagine giudiziaria.
Di Rossella Dominici 25 marzo 2026
Sono trascorsi tre mesi dalla tragedia di Capodanno, quel funesto rogo scatenato da scintille insensate in un locale storpio di Crans-Montana, quarantuno vite stroncate e l’indicibile dolore delle famiglie. Il cordoglio ha fatto il giro del mondo, un’emozione pura, autentica. E poi lo sciame di polemiche dall’Italia scaraventate sulla procura di Sion, la fase esasperata dei talk show italiani, il parossismo della politica. Tre mesi sull’orlo del precipizio di un’anomala crisi diplomatica.
A mente fredda, ma con le schegge del trauma nel cuore, è ora di fare un punto nave fra le acque agitate dell’inchiesta giudiziaria. Sin dalle prime ore, la procuratrice del Vallese, Beatrice Pilloud, è nella bufera: gaffe, ritardi, errori, omissioni, sospetti e accuse di collusione. La lista delle «inadempienze» si è molto allungata, e con essa la folta schiera di chi ritiene che la responsabile delle indagini, alla guida della procura di Sion dal gennaio 2024, abbia sbagliato tutto.
A cominciare dalla mancata perquisizione a casa dei coniugi Jacques e Jessica Moretti, i loro telefonini sequestrati con inspiegabile ritardo. L’arresto del marito, avvenuto solo il 9 gennaio, prospetta allora il rischio che abbia fatto sparire delle prove. Di certo sono scomparse alcune registrazioni della videosorveglianza nei pressi del bar Le Constellation.
Dopo sette giorni, si sa, scatta la cancellazione automatica, ma la procura temporeggia e il materiale video delle ultime ore del 31 dicembre non è più disponibile. Per fortuna la Polizia cantonale aveva salvato le immagini del 1° gennaio fra la mezzanotte e le sei del mattino, probabilmente le più utili: l’incendio nel locale discobar è divampato alle 1:26.
Pochi settimane prima del rogo, la procuratrice di Sion pubblica un paio avvisi di assunzione per rinforzare lo staff. In procura la carenza di personale si fa sentire. È dunque con una équipe ridotta che Pilloud si ritrova ad affrontare una delle più gravi catastrofi in Svizzera. Finisce nel nulla la richiesta di far venire a Sion un procuratore straordinario: è stata sollecitata a mezzo stampa, il modo più controproducente. La giustizia deve rimanere impermeabile a ogni influenza esterna, un principio alla base della sua indipendenza.
In Italia ogni sua mossa è scrutata, la procuratrice è il bersaglio dell’opinione. Nei talk show la critica è virulenta, clamorosa, accanita. Diventa feroce con la scarcerazione di Jacques Moretti. Non è stata una sua scelta, ma una decisione del Tribunale per le misure coercitive. È comunque la procuratrice a beccarsi gli strali e gli insulti dall’Italia.
Il giorno in cui Moretti è rilasciato su cauzione, il ministro degli Esteri Antonio Tajani considera Pilloud «responsabile di un’inchiesta che fa buchi da tutte le parti». Poi scaglia una pesantissima accusa: «Per 200 mila franchi si è venduta la giustizia in quel Cantone. Siamo indignati con la magistratura cantonale».
È il fatidico 24 gennaio, Roma prende la decisione di richiamare l’ambasciatore Gian Lorenzo Cornado, vincolando il ritorno a Berna a una condizione: la costituzione di una squadra investigativa comune, la cui richiesta ufficiale parte il 30 gennaio, sei giorni dopo.
Tecnicamente, la protesta come mezzo di coercizione è un ricatto: se non si allestisce una squadra comune, l’ambasciatore d’Italia permane a Roma. Il metodo è stupefacente. Per la procura vallesana, messa brutalmente con le spalle al muro, non sussistono più le condizioni per una «cooperazione cordiale». Il ricatto di Roma spezza la fiducia e la serenità. Così l’incontro del 19 febbraio scorso a Berna tra i rappresentanti del ministero federale di Giustizia, della procura di Sion e della magistratura italiana «non fila proprio liscio come l’olio», osserva la testata tvsvizzera.it.
La squadra investigativa comune al momento finisce nel nulla. L’ex procuratore pubblico ticinese Paolo Bernasconi, che ha partecipato a numerose inchieste internazionali contro la mafia, la definisce «fondamentalmente inutile poiché la tragedia di Crans-Montana non ha nulla a che vedere con un crimine transnazionale», nota tvsvizzera.it. Può invece dimostrarsi fruttuosa l’assistenza giudiziaria siglata fra i due Paesi: «L’Italia può richiedere misure concrete, come la trasmissione di atti, l’esecuzione di perizie, audizioni, notifiche o la consegna di documenti».
In un’intervista ai giornali del gruppo CH Media, il ministro svizzero di giustizia e polizia Beat Jans deplora che la situazione tra i due Paesi si sia così deteriorata e parla di «attriti del tutto inutili». Nel frastuono propagandistico che avvolge la crisi, le parole del consigliere federale si udiscono appena: «La Svizzera è uno stato di diritto funzionante. Il procedimento penale è in corso e l’autorità competente svolge il suo lavoro. Trattiamo le richieste di assistenza giudiziaria dall’estero secondo gli stessi criteri. L’Italia può contare sul fatto che raccoglieremo le sue istanze e che verranno trattate correttamente».
Quello che infastidisce della polemica a oltranza, dell’indignazione al cubo, è l’effetto distorsivo della realtà, la pretesa di escludere le voci che non coincidono con i talk show. Allora è rimasta ignorata questa dichiarazione: «Probabilmente anche in Italia, i Moretti sarebbero ai domiciliari». Ad affermarlo è l’avvocato Angelo Greco in un’intervista al Corriere del Ticino, in cui traccia un parallelismo fra il sistema delle misure cautelari italiano e quello elvetico. Responsabile dell’account di divulgazione giuridica @laleggepertutti, «Greco è un nome conosciuto, anzi conosciutissimo in Italia», sottolinea il giornale.
Ora se i Moretti sono agli arresti domiciliari, non significa che siano al riparo dall’inchiesta. Su di loro ha indagato anche, e con buona lena, la polizia federale. Il Corriere del Ticino, entrato in possesso di un documento ufficiale, mostra come l’ombra del riciclaggio si sia allungata sui coniugi (leggi qui). L’indagine sul patrimonio dei Moretti evidenzia elementi che «potrebbero costituire reati a monte legati al riciclaggio di denaro cattiva gestione, falsificazione di documenti, frode assicurativa e gravi reati fiscali». L’inchiesta federale, che non costituisce un atto di accusa, è ora nelle mani della procuratrice di Sion.
I media italiani hanno messo in luce l’appartenenza di Beatrice Pilloud alla stessa formazione politica del sindaco di Crans-Montana, Nicolas Féraud. Entrambi sono iscritti al Partito liberale radicale (Plr), lui è un politico di lungo corso, lei si è ritirata dalla politica nel 2009, ma ha conservato la tessera per concorrere, nel 2023, alla nomina di procuratrice. è stata eletta a capo della Procura di Sion (dove si è insediata il 1° gennaio 2024) al Gran Consiglio del Vallese, con i voti della destra e della sinistra.
L’affiliazione politica è in molti cantoni svizzeri un prerequisito per la nomina di un giudice o di un procuratore. L’indignazione mediatica italiana denuncia «un vistoso inciampo» dell’indagine, ma l’accusa è smentita al momento dalla stessa Pilloud. Lo scorso 5 marzo ha iscritto il suo compagno di partito nel registro degli indagati (leggi qui), assieme ai gestori del locale Le Constellation.