Un viaggio nelle terre del Chianti

A Zurigo, negli accoglienti locali dell’hotel Ameron, Bellerive au Lac, si è svolto un pranzo stampa ed una masterclass organizzata da Consorzio Vino Chianti e dalla rivista Vinum.

Di Antonella Montesi 18 giugno 2026

Da sinistra: Cirano Tondi, di tuttoitalia.ch, la nostra Antonella Montesi, la blogger Mel B., il direttore del Consorzio Vino Chianti, Saverio Galli Torrini, e la sommelier Claudia Stern. © DR 2026

 

Alla presenza del direttore del Consorzio Vino Chianti, Saverio Galli Torrini e moderato dalla sommelier Claudia Stern, è stato presentato, lunedì 15 giugno, questo iconico vino, approfondendo aspetti legati all’origine, al territorio ed alla sostenibilità, con uno sguardo mirato al futuro.

Sangiovese: un vitigno che viene da lontano

La coltivazione della vite in Toscana, risale agli Etruschi, raffinata civiltà che già nel VI secolo a.C. coltivava la vite maritandola ad alberi. Ma il Sangiovese, il vitigno alla base del Chianti, ci riserva delle sorprese. La sua origine ci porta in Calabria, infatti, originariamente, non è un vitigno autoctono toscano. Lo troviamo come Ciliegiolo in combinazione con altri vitigni nelle varie regioni, lo possiamo definire un vitigno itinerante: Calabria, Sicilia; qui, in Sicilia, assemblato ad altri vitigni, lo troviamo come Nerello mascalese. Tante le informazioni forniteci da Claudia Stern, fresca di corsi con il dottor Attilio Scienza, professore ordinario di viticoltura all’Università di Milano (oggi in congedo), genetista della vite, una vita nella ricerca. Ed è proprio vero che il vino, come lo racconta lui, non lo racconta nessuno.

Il vitigno più coltivato in Italia

Ebbene sì, il vitigno alla base del Chianti, il Sangiovese, è il primo coltivato in Italia, con l’11% di produzione. Il Sangiovese è uno dei vitigni più complessi dal punto di vista genetico. La sua straordinaria capacità di adattamento ha generato una moltitudine di «biotipi» (varianti) e relazioni con viti selvatiche o varietà affini. Si parla di cento varianti, e questo dà l’idea della grande biodiversità clonale del vitigno.

Il Sangiovese non ha cloni selvatici distinti, ma condivide il patrimonio genetico con altre antiche uve e «parenti» stretti. Gli studi sul DNA hanno dimostrato che il Sangiovese è il risultato di un incrocio spontaneo tra: Ciliegiolo, storico vitigno a bacca nera dell'Italia centrale, e Calabrese Montenuovo: una varietà di uva ormai quasi scomparsa, originaria della Calabria, ma fondamentale per l'origine della genetica del Sangiovese. Vi sono poi le due grandi famiglie del Sangiovese, il Sangiovese Grosso: i grappoli sono più spargoli e gli acini più grandi; ed il Sangiovese Piccolo: grappoli più compatti e acini più piccoli.

Dagli Etruschi alla fondazione del Consorzio

Per ripercorrerne un po’ la storia, dopo la coltivazione etrusca e romana, e dopo le devastazioni barbariche, il lavoro di viticultura viene portato avanti dai Monaci Benedettini e Vallombrosani. Dal Medioevo, la viticultura in Toscana è una realtà e nel 1398 si trova una prima menzione del Chianti, il cui nome, risale forse all’estensione topografica della parola etrusca «Clante», nome personale, frequente nell’onomastica di quel popolo.

 
 

L’abolizione della mezzadria e l’inizio del vino di qualità

Arriviamo poi al 1927, anno di fondazione del Consorzio Vino Chianti, una realtà importante che ad oggi coinvolge circa 3 mila aziende disseminate su una superficie vitata di circa 15.500 ettari, che ogni anno esprime una media di produzione rasente i 100 milioni di bottiglie. Fondamentale nello sviluppo qualitativo di questo vino è la riforma agraria degli anni Sessanta: viene abolita la mezzadria, ciò comporta anche un ripensamento nella coltivazione della vite, il cui raccolto, ora, non deve essere più condiviso tra padroni e mezzadri, per cui si punta su una produzione minore ed una maggiore qualità dell’uva.

Le sette sottozone di produzione del Chianti

Le sette sottozone di produzione del Chianti appartengono alle province di Firenze, Siena, Arezzo, Pisa, Pistoia e Prato, e si suddividono in: «Chianti Colli Aretini», «Chianti Colli Fiorentini», «Chianti Colli Senesi», «Chianti Colline Pisane», «Chianti Montalbano», «Chianti Montespertoli» e «Chianti Rufina». A queste, a fine vendemmia 2026, se ne aggiungerà un’ottava: Terre di Vinci. Ulteriore novità, sarà l’uscita sul mercato del primo rosé.

Naturalmente, un territorio suddiviso tra sei province comporta una grande varietà di terreni, di morfologie, di elementi naturali e culturali. Il territorio è attraversato dall’Appennino tosco-emiliano ed a sud, c’è la presenza del Monte Amiata, uno dei monti più alti della regione, a 1738 metri. Colline e monti favoriscono l’escursione termica, fondamentale per lo sviluppo del vino. E poi i fiumi, innanzitutto l’Arno, che, dopo aver attraversato Firenze e Pisa si getta nel Tirreno.

Galestro: la pietra che dà identità al Chianti

Il galestro è una roccia ricca di calcare e argilla che forma terreni poveri, ma drenanti. Costringe le viti a radicare in profondità ed è un elemento fondamentale per la qualità dei vini toscani. A prima vista, si presenta come una pietra grigia, a volte con sfumature bluastre o ocracee, disposta a strati o scaglie. Ma la sua caratteristica principale, quella che lo rende così prezioso per la viticoltura, è la sua struttura fisica. Infatti, non è una roccia dura e impermeabile come il granito, né una roccia compatta come l’argilla pura ma è una pietra «viva» e dinamica.

Nello specifico, sotto l’azione degli agenti atmosferici – sole, pioggia, gelo e disgelo – le pietre di galestro tendono a sfaldarsi, rompendosi in frammenti più piccoli e rilasciando gradualmente i loro componenti nel terreno. Questa disgregazione fisica è fondamentale per la vigna: tale processo trasforma la roccia madre in un suolo sciolto, ricco di scheletro (cioè di sassi), povero di sostanza organica, ma incredibilmente generoso in termini di microelementi. Ed è proprio questa natura scistosa e friabile a creare l’habitat ideale per la vite, costringendola a dare il meglio di sé, come accade appunto nelle sottozone del Chianti.

 
 

I vini del Tasting zurighese

Durante il nostro pranzo, abbiamo iniziato con Il Palazzo, un Chianti DOCG, 2024 per proseguire con tre vini che hanno accompagnato l’antipasto: Meme, Chianti Superiore DOCG, Fattoria di Petrognano, 2024; Villa Travignoli, Chianti Rufina DOCG, Villa Travignoli, 2024; La Fuga, Chianti Rufina DOCG, Borgo Macereto, 2023.

Il piatto principale, un filetto con funghi e carote caramellate, è stato abbinato a: Pian dei Sorbi, Chianti Rufina DOCG Riserva, Marchesi Gondi, 2022; Castello di Poppiano, Chianti Colli Fiorentini DOCG Riserva, Conti Guicciardini, 2022; Ricordo, Chianti DOCG Riserva, Il Sosso, 2021.

L’accompagnamento vini del dessert è stato la vera sorpresa: una selezione di sei bottiglie di Vinsanto: Castello di Coiano Vinsanto del Chianti DOC, 2020; Uggiano, Vinsanto del Chianti DOC, 2020; Donatella Cinelli Colombini, Vinsanto del Chianti DOC, 2011; Fattorie Parri, Vinsanto del chianti DOC Riserva, 2018; Poggio del Moro, Vinsanto del Chianti DOC Riserva, 2016; La lupinella, Vinsanto del Chianti DOC Riserva 2017.

Per approfondimenti:
https://www.consorziovinochianti.it
https://www.vinum.eu/ch

 
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