Viaggio in Camargue, terra selvaggia e autentica
Popolata da cavalli e tori in semilibertà, fenicotteri rosa e oltre trecento specie di uccelli, è una delle destinazioni del Sud della Francia che ognuno di noi, almeno una volta nella vita, dovrebbe visitare.
Di Antonella Montesi 25 giugno 2026
Sinceramente pensavo si esagerasse: la Camargue terra selvaggia, le paludi, gli animali in semilibertà, la simbiosi tra uomo e natura. Invece è tutto vero. Ed è tutto vero oggi, 2026, senza nostalgie di tempi passati, trenta, quarant’anni fa, quando tutto, a detta di alcuni, era meglio. La Camargue, questa meravigliosa riserva naturale si estende per 75 mila ettari di sabbia, paludi, stagni e risaie. Racchiusa tra il delta del Rodano e il Mediterraneo, situata lungo la rotta migratoria degli uccelli dal Nord Europa verso l’Africa, per i quali rappresenta una tappa fondamentale, ospita una ricchissima varietà di flora e fauna.
La strada nazionale D570, che collega Avignone a Saintes-Maries-de-la-Mer, piccolo borgo affacciato sul Mediterraneo, penso sia una delle strade europee più belle che esistano, e non solo per il paesaggio, quello è bello in tanti luoghi, ma per la dimensione mentale ed emotiva in cui ti precipita, per le vibrazioni dell’anima che sa scatenare. La sensazione, infatti, è subito di grande libertà, con ogni chilometro che si percorre, ci si lascia alle spalle il quotidiano, il contingente e si entra in una dimensione senza tempo, tra terra e cielo, le case si fanno più rade, i campi, le paludi, le risaie prendono il sopravvento; gli stagni sono affollati di uccelli migratori e di rane che gracidano. Un germano reale mi attraversa la strada, in pieno giorno, rallento, qui i padroni solo loro e gli intrusi noi, lo capisci subito e la reazione ti viene naturale. Due fenicotteri rosa enormi, leggerò poi che la specie di casa qui è una delle più grandi al mondo, mi volano sopra la testa a bassa quota, vedo le bellissime ali spiegate nere e rosa intenso, vorrei che questo viaggio in macchina non finisse mai, per le sorprese che mi riserva.
Avvisto poi una piccola mandria di cavalli: una pennellata di bianco nel verde infinito. Più avanti dei tori, i tori camarghesi di cui tornerò a parlare, diversi da quelli spagnoli per stazza e postura delle corna: più piccolo e con le corna rivolte verso l’alto il toro camarghese; più possente e con le corna rivolte verso il basso quello spagnolo.
Arrivo al mio albergo, La Tramontane, una struttura alle porte del Parco naturale regionale della Camargue. I miei vicini sono fenicotteri rosa, cavalli e rane che faranno da sottofondo sonoro a tutto il mio soggiorno. Devo dire che da qui non partirei più, sono già entrata in un’altra dimensione, una dimensione senza tempo, che risveglia i bisogni e le energie primarie dell’essere umano.
La manade e il suo gardian
Parto invece subito per un safari 4x4 organizzato da Safari Le Gitan. Una guida, preparatissima nonostante la giovane età, e fiera, ci porta sulle strade sterrate, accessibili solo con permessi speciali, ai bordi di stagni, dove centinaia di fenicotteri pescano, stanno su una gamba, piegano all’indietro quello che sembra essere un ginocchio, ma che in realtà è una caviglia, e poi anatre, oche, beccaccini, aironi, poiane, rapaci ed aquile. Improvvisamente ci taglia la strada una mandria di cavalli, accompagnati alla manade, cioè alla fattoria, da un gardian, il cavaliere camarghese.
Il giorno dopo sarò ospite proprio di una manade, la Manade des Baumelles, una tra le più famose della zona. Le possibilità di visitarla sono molteplici: a cavallo, accompagnati dai gardians, o su un carro rinforzato – attraverseremo zone con tori in libertà, meglio essere prudenti. Opto per questa soluzione e mi ritrovo tra una foltissima schiera di francesi delle zone vicine, perché la Camargue è amatissima anche e soprattutto dai francesi.
Io vengo dalla Maremma laziale, più di tanto non dovrei stupirmi, invece lo stupore è tanto, perché qui, a differenza della macchia mediterranea maremmana, si penetra in questo territorio forgiato dal Rodano, dove la presenza umana è intervenuta creando un importante rete di distribuzione idrica, in un delicato equilibrio che preservi la natura, ma che permetta anche di viverci e di lavorarci. A tale scopo, nel 1970, è stato creato il Parco naturale regionale della Camargue, che si estende su 101 mila ettari e abbraccia tre comuni.
La corsa camarghese, tra raseteurs e tori cocardier
Tornando alla nostra visita alla manade, si sente subito il sano orgoglio ed il tanto lavoro che, quotidianamente, di generazione in generazione, viene svolto da questi uomini e donne. La guida, un inconfondibile e maturo guardian, ci spiega subito il significato del nome manade. Con il palmo della mano aperto, conta le dita e ci spiega che per creare una manade, quindi una fattoria, servono una manata di elementi: un toro, una vacca, uno stallone, una giumenta e un guardian. Guillaume il proprietario, affiancato da un manipolo di cavalieri ed amazzoni, alcuni molto giovani, a volte precede, a volte fiancheggia il nostro viaggio in calesse.
La nostra guida è semplicemente favolosa: sa tutto, e quando dico tutto, intendo vita, morte e miracoli di ogni singolo animale; essì perché in Camargue, tori e cavalli hanno uno status speciale, fanno parte della famiglia, contribuiscono al suo benessere economico e, ancor più importante, al suo prestigio sociale. I tori vengono allevati per essere impegnati nella corsa camarghese, un confronto uomo-animale non violento, a differenza della corrida spagnola, dove il toro, provvisto degli attributi, decorazioni fissate alle corna – coccarde e nappe - viene sfidato da un agilissimo raseteur, così si chiama colui che, attrezzato di un piccolo gancio metallico, le crochet, deve sfilare gli attributi al toro. La corsa è veramente una gara di grande prestanza fisica, un raseteur può competere fino a 35 anni, dopo non ha più la forma fisica per farlo, perché deve correre, saltare e soprattutto rimanere lucido. I raseteurs sono vestiti di bianco per un motivo pratico: l’adrenalina della gara non farebbe loro sentire il dolore qualora venissero feriti, allora i compagni, vedendo il sangue macchiare la tenuta bianca, interverrebbero per portarli fuori dall’arena.
Esistono campioni tra i raseteurs, ai quali vengono dedicati lunghi articoli nelle riviste locali specializzate, come il fascinoso Joachim Cadenas, ma i veri campioni della corsa camarghese sono i tori. La Camargue è piena di monumenti a questi campioni a quattro zampe e con le corna rivolte verso l’alto. Uno campeggia in una delle piazze principali di Saintes-Maries-de-la-Mer, è quello di Vovo, toro della Manade Aubanel-Baroncelli. Ma poi ci sono anche Garlan e Michou, appartenenti proprio alla Manade des Baumelles dove ci troviamo, e per pranzo, mangiano sotto le loro effigi: sono davvero come i ritratti degli antenati nelle casate nobili. La morte di uno di questi grandi cocardier, come vengono chiamati, è oggetto di profonda attenzione e commozione. Viene annunciata pubblicamente su social, stampa, e la Federazione dei Manadiers porge ufficialmente le condoglianze alla famiglia proprietaria del campione deceduto.
Intanto durante la nostra visita alla manade, mossi da Guillame e dagli altri gardians, vediamo cavalli e tori attraversare al galoppo le paludi, ruminare nei prati, ricchi di salicornia, conosciuta anche come asparago di mare, una pianta selvatica commestibile che cresce spontaneamente e in abbondanza negli ambienti salmastri della Camargue.
E la visita finisce con un pranzo conviviale a base di… carne di toro. Non uno dei campioni, quelli vengono sepolti con tutti gli onori, ma gli altri. Il piatto tipico camarghese è infatti un delizioso stufato, chiamato Gardiane de Taureau. La carne viene marinata per 24 ore in vino rosso corposo, con carote, cipolle, aglio, erbe di Provenza - timo, alloro - e spesso anche scorza d’arancia. Successivamente, il tutto viene stufato lentamente per ore, finché la carne non diventa tenerissima. Spesso si aggiungono anche olive nere.
In viaggio su Tiki 3, battello a ruota
E per finire la giornata, faccio un giro in barca sul braccio di fiume a noi più vicino, il Piccolo Rodano. Mi imbarco sul «Tiki 3», una tipica imbarcazione a ruota che fa tanto Mississippi, risalente alla fine dell’Ottocento, quando i marinai della zona iniziarono ad usare delle imbarcazioni per navigare nel delta del Rodano. Con il «Tiki 3» si entra nei meandri di paludi e stagni. Si osservano tronchi galleggianti, canne, rami, reti dei pescatori e le tipiche capanne. Osservare dal fiume la fauna sulla terraferma è ancora più affascinante. Si vedono gli aironi nidificare, i tori pascolare tra i campi di salicornia. Poi, improvvisamente, lungo la riva, fa la sua comparsa un gardian con la sua mandria di cavalli e tori.
Un giro nella capitale storica
La Camargue è impensabile senza Saintes-Maires-de-la -Mer, cittadina situata vicino alla foce del Piccolo Rodano, uno dei due bracci del fiume. Di fondazione romana, da sempre isolata e povera per la difficile posizione geografica, la capitale storica della Camargue vede un cambiamento nel 1892, anno in cui viene creata la linea ferroviaria tra Arles e la cittadina. È l’inizio del turismo balneare che approderà alla Saintes, come viene comunemente detta, e soprattutto la fine dell’isolamento.
Nel mio giro della città vengo accompagnata da Serenella, una studiosa italiana trasferitasi qui anni fa. Serenella, che ha una conoscenza profonda del territorio, mi porta subito alla chiesa Nostra Signora del Mare. Nessuna chiesa potrebbe essere più adatta di questa per questo villaggio a lungo esposto ad invasioni e vessazioni. La chiesa, risalente al XII secolo, è stata poi fortificata nei secoli seguenti ed è tutt’ora una vera e propria fortezza. Ha un’unica navata dritta, senza decorazioni e praticamente senza finestre. L’aspetto più interessante è dato dal tetto: è praticabile, i turisti vi si siedono ad osservare il paesaggio che spazia per circa 10 km, e gli abitanti della cittadina vi si rifugiavano in caso di pericolo. Da qui controllavano l’avvicinarsi del nemico e tramite strette feritoie, cercavano di opporre resistenza.
Una barca senza vela e senza remi
Così inizia la bella leggenda che sta alla base della cittadina di Saintes-Maries-de-la-Mer. Le sante Marie che sono racchiuse nel nome sono le due Marie, che secondo la tradizione, discepole di Gesù, alla sua morte furono cacciate dalla Palestina e arrivarono su questo lembo di terra su una barca senza vela e senza remi. Si trattava di Maria di Giacomo e Maria Salomé. Le due Marie arrivarono con Sara, altro personaggio fondamentale per la storia della cittadina: Ma chi era Sara? Per la Chiesa cattolica, era la serva egiziana delle due Marie.
Ma c’è anche la leggenda gitana, secondo la quale Sara era una regina o la leader locale che accolse le due Marie. E la comunità Rom e Sinti, ogni anno, il 24 maggio, le rende omaggio con un celebre pellegrinaggio. Da questo arrivo leggendario, con le due Marie vi erano anche altri discepoli, ebbe inizio la cristianizzazione della Provenza.
Il pellegrinaggio gitano
Nel 1448 vengono scoperte le reliquie delle sante Marie e di Sara. Così dal Medioevo, Saintes-Maries-de-la-Mer è meta di un importante pellegrinaggio, che raccoglie tutte le etnie Sinti e Rom d’Europa. Va detto che Sara ha uno status speciale: non è riconosciuta santa dalla Chiesa, ma per il popolo gitano è la loro santa protettrice. Il pellegrinaggio del 24 maggio è importantissimo ed è davvero un misto di sacro e profano che onora le sante patrone della cittadina. La barchetta su cui si trovano le due Marie, conservata nella chiesa di Nostra Signora del Mare, viene portata a spalla insieme alla statua di Sara.
Sara è una statua piccola, raffigura una donna di pelle scura, è detta anche Sara la Kali, ed infatti i suoi tratti ricordano molto quelli di una divinità indiana, e sappiamo che gli antenati dei Rom provenivano dall’India. Sara, ogni giorno è vestita diversamente e a più strati: ognuno può addobbarla con vestiti per omaggiarla, è la Sara del popolo. La processione, affiancata da una folla immensa – i Rom di tutta Europa arrivati durante i giorni precedenti ed accampati intorno alla città – attraversa la cittadina e arriva al mare, dove la Santa patrona dei Rom viene immersa nelle acque. È davvero un rito che fonde cristianità e i più antichi riti pagani della fertilità, in un tripudio di colori, canti, balli. La barca delle due Marie viene accompagnata anche dai gardians a cavallo, ed anche lei trova la sua finale destinazione tra le onde del mare, da cui si dice provenga.
Aigues-Mortes: tra saline rosa e mura fortificate
Dal mio albergo, viaggiando su strade in parte sterrate, arrivo ad Aigues-Mortes. La città è bellissima, con una delle cinte murarie, interrotta da bastioni, più bella che abbia mai visto. La mia meta sono però le saline, le famose Salins du Midi. Un sito conosciuto per l’estrazione del Fleur de Sel de Camargue e rifugio di una biodiversità eccezionale, duecento specie di uccelli e almeno altrettante di vegetali censiti. Si tratta di piante alofite, cioè in grado di adattarsi all’ambiente salato. Estese su ottomila ettari, praticamente la superficie di Parigi entro le mura, sono le saline più grandi del Mediterraneo - e quando si dice Mediterraneo, si pensi anche al Nordafrica.
Il sale: un lavoro frutto di sole e vento
Qui l’estrazione del sale ha una lunghissima tradizione, risale infatti all’epoca romana. Il fine strato di cristalli che si forma sulla superficie di acqua salata, per effetto dell’evaporazione dovuta al sole ed al vento, viene delicatamente raccolto a mano dai sauniers, nel rispetto di una tradizione secolare. La nostra guida ci porta alla camelle, una montagna di sale, sulla quale possiamo salire per ammirare il paesaggio della salina. Stupefacente è la colorazione delle saline, che è davvero rosata. Il colore è dato da una microalga, la Dunaliella salina, che, sotto l’azione del sole intenso e della forte salinità dell’acqua, produce betacarotene, un pigmento rosso, per proteggersi dai raggi UV.
La vera mecca: il parco ornitologico di Pont de Gau
Diciamolo subito, anche se non si è ornitologi, già solo una visita al parco ornitologico di Pont de Gau vale il viaggio in Camargue. Il parco prende vita nel 1949 come storia di famiglia. André Lamouroux, un abitante della Camargue appassionato di natura, allestì quello che all’epoca veniva comunemente chiamato «un piccolo parco zoologico», che rimase pressoché immutato fino a quando suo figlio, René, ne prese le redini nel 1974.
René concepì allora un progetto completamente diverso e infuse in questo parco una ventata di novità, una visione innovativa e una missione educativa fondamentale. Ampliò l’area e sistemò i dodici ettari della vicina palude di caccia, a cui attribuì una funzione completamente diversa: la protezione e la scoperta della natura della Camargue. Oggi, camminare tra i sentieri del parco rappresenta una delle esperienze più immersive ed esperienziali che si possano immaginare. In Camargue sono stati censiti quasi 400 tipi di uccelli, due terzi di tutti quelli presenti in Francia.
Nel parco vi sono uccelli presenti tutto l’anno ed altri presenti solo nelle varie stagioni. Primi fra tutti i fenicotteri rosa, simbolo della regione. Contrariamente a quanto si pensi, i fenicotteri rosa sono presenti tutto l’anno in Camargue, anche se gli individui non sono sempre gli stessi, ma appartengono tutti alla popolazione mediterranea.
Osservare questi animali da vicino, raggruppati in un gran numero di esemplari, chi intento a pescare, chi a riposare con la tipica posa su una sola gamba ed il becco nascosto sotto l’ala, chi spiccando il volo, spesso a due, stupendoti con un’apertura alare di quasi due metri – 1,90 quella dei maschi.
Il parco è tutt’ora frutto di grande lavoro e passione. Molti sono i cartelli esplicativi, dove leggo che la postura su una gamba è dovuta ad un’esigenza energetica e termica: essendo le zampe lunghissime e prive di piume, disperdono molto calore. Tenendo una zampa vicino al corpo, i fenicotteri riescono a mantenere il calore anche restando a lungo in acqua. Inoltre, questa posizione non richiede sforzi muscolari attivi, ma sfrutta un meccanismo anatomico passivo, che permette all’animale di non stancarsi. Anche la famosa gamba piegata non è come sembra. L’articolazione visibile, piegata all’indietro, non è il ginocchio, ma come detto la caviglia.
E poi il colore. Avendoli visti, molti mi hanno chiesto se i fenicotteri siano davvero rosa. Allora negli esemplari adulti che ho potuto osservare, il corpo è bianco-rosato, ma le ali spiegate mostrano una colorazione rosa fiammante e nera e la vista migliore che si può avere è osservarli in volo.
Il colore rosa dei fenicotteri della Camargue è dovuto all’alimentazione. Il loro cibo principale è il piccolo crostaceo artemia salina, con alcune microalghe, ricchi di pigmenti organici, i carotenoidi. Quando i fenicotteri li digeriscono, i pigmenti si depositano nelle piume e nella pelle, conferendo la tipica colorazione. infatti, i piccoli fenicotteri sono inizialmente grigi o bianchi, assumono il caratteristico piumaggio rosato solo dopo qualche mese, man mano che si nutrono di questi alimenti.