Crans-Montana, il mosaico imprevedibile della tragedia

Il dramma è una sequenza di fatti che sfuggono a ogni previsione. Nel tempo del lutto e del dolore, le ombre sulle ispezioni antincendio non effettuate da sei anni nutrono lancinanti interrogativi sulle responsabilità e omissioni delle autorità svizzere.

Di Fabio Lo Verso direttore 9 gennaio 2026

 

Una marcia silenziosa, i volti scuri avvolti nel dolore per le vie di Crans-Montana, la messa solenne in una chiesa stracolma di residenti e turisti, le lacrime per le giovani vite tragicamente spezzate, la rabbia, l’incredulità, lo strazio atroce per i ragazzi e le ragazze che non si trovano, non sono più fra noi. Nulla sarà più come prima, in Svizzera ci sarà un prima e un dopo la tragedia di Crans-Montana, un sentimento che si esprime nella commovente esecuzione dell’Alleluja, lo scorso 4 gennaio, nella piazza centrale davanti ai soccorritori e ai pompieri schierati, e nella giornata di lutto nazionale, oggi 9 gennaio, in ricordo delle vittime.

All’indagine penale nei confronti dei gestori del lounge bar «Le Constel», accusati di omicidio colposo, ora spetta il compito di fare luce su omissioni e responsabilità. Il rogo scoppiato nella notte di Capodanno non è doloso, è il risultato di una tragica sequenza di imprevedibili negligenze, nella cornice di una festa con gli artifici di uno spettacolo meraviglioso: una ragazza con un casco da motociclista, a cavalcioni sulle spalle di un ragazzo mascherato, tiene in alto le mani, ciascuna stringe una bottiglia di champagne con la candela pirotecnica accesa, la schiuma insonorizzante diventa una torcia, e la spensieratezza di fine anno sconfina nella fatale imprudenza.

L’incendio divampa in un paio di minuti, si estende lungo il controsoffitto mentre i ragazzi continuano a ballare. Le fiamme ardono, volgono al rosso, è troppo tardi per spegnerle, drammaticamente tardi. Nei corsi di sicurezza antincendio alle primissime ore si impara che si propagano con una velocità fulminea, accelerano negli spazi chiusi, l’aria si carica allora di gas e si surriscalda, diventa una palla di fuoco che investe tutto l’ambiente. In gergo, è un flashover. C’è un solo consiglio: scappare, correre senza mai voltarsi. Ma chi ne è davvero consapevole?

L’avanzare del fuoco è invece filmato dagli smartphone, un giovane tenta di contrastarlo, con in mano un giubbotto o forse un pullover scaglia un paio di colpi al controsoffitto in fiamme, si arrende quando capisce che è tutto inutile, l’effetto sembra controproducente, i suoi tentativi generano nuove fiammelle volanti, poi cadenti; in seguito il fuoco raggiunge il condotto di aerazione, la miccia che innesca l’esplosione.

Nei filmati al vaglio della magistratura c’è tutto, le immagini di un dramma che si poteva evitare danno luogo a interpretazioni che sarebbe stato meglio evitare. Anziché fuggire, «alcuni sembrano preoccupati di indovinare l’inquadratura giusta», osservano con amarezza, e con poco tatto, i commentatori insensibili alla pena delle famiglie. Altri imboccano la sola uscita del seminterrato adibito a lounge bar, l’ingresso è angusto, le scale forse troppo strette per una via di fuga sicura, altri ancora spaccano un vetro e fuoriescono. Si salvano, ma molti, troppi usciranno da quella trappola incandescente in una condizione critica. Quaranta persone rimangono a terra, senza vita. I festeggiamenti diventano una strage.

Il padre di Chiara, 16 anni, è inconsolabile: «Cercavo i suoi occhi in mezzo al fumo». La sorella di Riccardo scava invano nella folla con le mani per cercarlo, mentre aiuta i feriti a scampare alla morte. Il fidanzato di una giovane ragazza sprofonda nella disperazione: «L’ho vista bruciare davanti a me». L’orrore è quello che resta della festa di Capodanno trasformata in un inferno di fuoco, nell’indicibile sconforto e nel cordoglio delle famiglie a cui si uniscono con sincera, profonda tristezza l’editore e la direzione del Corriere dell’italianità.

Il racconto della più assurda tragedia moderna avvenuta in Svizzera è un mosaico di fatti che sfuggono a ogni previsione. Nel dramma di Crans-Montana si è assistito forse più che altrove al tripudio della festa adornata a spettacolo pirotecnico, alla celebrazione del nuovo anno dominata da una forte esasperazione del divertimento, coinvolgendo i più giovani, ai quali vengono aperte le porte dei lounge bar (con drink alcolici e magnum di champagne?).

La stazione sciistica ha assorbito benissimo l’ondata di locali alla moda che in tutta la Svizzera ambiscono alla reputazione di place to be. Fra questi il bar della tragedia «Le Constellation», per accogliere il flusso di clienti aveva allestito un seminterrato dove è stato accorciato il nome in «Le Constel». Il titolare, un cittadino francese con precedenti per sfruttamento della prostituzione, sequestro e truffa, approda nel 2015 dalla Corsica con il progetto di vendere i prodotti dell’isola mediterranea, formaggi, salumi e mirto, ma cambia idea e dieci anni più tardi con la moglie è proprietario anche di un bar-ristorante specializzato in hamburger, sempre nella località di Crans-Montana, e di una locanda corsa in un villaggio vicino.

Crans-Montana è uno specchio della trasformazione delle località sciistiche di lusso - un tempo riservate a famiglie molto benestanti - in centri di attrazione per un pubblico più ampio, accessibili alla classe media. Lo stesso prevale in altre deliziose cittadine di montagna, Megève in Francia e Courmayeur in Italia ad esempio, gemelle nella corsa all’edonismo turistico di massa, un fenomeno ormai giunto al limite nelle città marinare di Venezia e Barcellona.

La vulnerabilità, lato oscuro di questa evoluzione, è il nodo che stringe ora le autorità comunali e cantonali responsabili della sicurezza. Dai circa 11mila residenti fissi si toccano in alta stagione punte di oltre 45mila presenze con l’arrivo dei turisti, un incremento che rende fragile l’efficienza delle autorizzazioni e ispezioni. La meticolosità elvetica, virtù idealizzata, è un mito che comunque non può reggere di fronte all’espansione smisurata di attività che brulicano nell’ombra. Ma il frutto amaro oggi è la frenesia di divertimento, quasi un bisogno indotto in quelle località che come Crans-Montana si ergono a tempio cosmopolita della distrazione.

Rimane così il rischio che nel settore ultracompetitivo della vita notturna, l’incrociarsi dell’offerta e della domanda sforni al posto dell’efficienza un bel pasticcio, nel Paese in cui la coesione sociale si fonda molto sulla fiducia nel cittadino, meglio se è imprenditore e datore di lavoro. Hanno avuto torto, le autorità del Vallese, a concederla ai gestori del locale?

Al lounge bar «Le Constel» mancava a quanto pare la licenza per il ballo. E quella scala dimezzata per avere più tavoli, è stata autorizzata? La schiuma insonorizzante era ignifuga? Evidentemente no, se già al Capodanno 2020 un dipendente del bar vede le scintille avvicinarsi al controsoffitto e urla: «Fate attenzione alla schiuma, fate attenzione alla schiuma!». Le ombre sulle ispezioni non effettuate da sei anni nutrono lancinanti interrogativi. Ora il timore più grave per le autorità è quello di scoperchiare eventuali accordi sottobanco.

Ad ogni modo l’autentico processo morale e politico sarà da intentare alla riluttanza di sposare la crescita vertiginosa delle località di vacanza con quella della sicurezza. Con l’intransigenza nei controlli antincendio che deve imporsi quando in gioco possono esserci (giovani) vite umane.

La Svizzera come ogni Paese al mondo non è al riparo da questa drammatica conseguenza: lo slancio verso la proliferazione di lounge bar e pseudo discoteche si converte in violento ritorno alla vulnerabilità, se non si osserva il rispetto delle norme salva-vita, dal personale di vigilanza, agli estintori e alle uscite di sicurezza.

Con il senno di poi ogni tragedia può essere evitata con la prevenzione e il buon senso. Ora è proprio l’assenza di tutto questo il marchio a suggello di una zona turistica franca dalla realtà. A Crans-Montana, rifugio montano ideale per chi voglia sottrarsi alle contingenze e agli oneri della vita quotidiana, si sono giunti i pezzi di un imprevedibile mosaico della tragedia, consumata sull’altare della spensieratezza.

Nel mondo, fuori da quel locale che prometteva una notte di allegria è piombata una tristezza infinita. Il bilancio delle vittime (vedi sotto) pesa come un macigno sulla coscienza della Svizzera. Le autorità elvetiche dall’alto in basso, dal presidente della Confederazione Guy Parmelin fino al sindaco di Crans-Montana oggi nella bufera, mostrano una febbricitante compostezza mista alla genuina commozione di Mathias Reynard, giovane presidente del governo del Vallese.

Il compito ora più gravoso è quello della procuratrice generale Beatrice Pilloud, responsabile dell’inchiesta penale. Sotto pressione, pochi giorni dopo il dramma alla tv è già parsa irrequieta, stizzita: «Non si chiude un indagine in tre quarti d’ora come avviene nelle serie televisive!». I tempi della giustizia, si sa, sono lunghi. Per i genitori delle giovani vittime e per i loro cari, il lutto e il dolore non hanno fine.


40 vittime
decedute nel rogo di Crans-Montana:
20 minorenni, i più giovani avevano 14 e 15 anni; sei avevano compiuto 18 anni, otto fra 20 e 22 anni, e sei da 23 a 39 anni; 22 vittime di nazionalità svizzera; 9 francesi (tra cui una franco-svizzera e una franco-britannico-israeliana), 6 vittime italiane (tra cui un italo-emiratino), 1 belga, 1 rumeno e 1 turco.

116 feriti
di cui 83 ricoverati in ospedale:
68 cittadini svizzeri, 21 francesi, 10 italiani, 2 cittadine polacche, 1 cittadina belga, 1 portoghese, 1 cittadina della Repubblica Ceca, 4 serbi, 1 australiano, 1 bosniaco, 1 cittadino della Repubblica del Congo e 1 lussemburghese. Quattro uomini possiedono una doppia cittadinanza: Francia-Finlandia, Svizzera-Belgio, Francia-Italia e Italia-Filippine.


 
Corriere dell’italianità


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