Crans-Montana, la spirale della tacita convenienza nell’ingranaggio del dramma

Sopportando l’indignazione mediatica, che non serve a stabilire la verità sui funesti risvolti di Crans-Montana, restano due dimensioni da esplorare aspettando il corso della giustizia: una è l’ascesa dei coniugi Moretti, l’altra è lo scenario in cui è stata resa possibile, quel patto invisibile del consenso in una località d’élite.

Di Fabio Lo Verso 22 gennaio 2026

«In Italia non sarebbe successo». E «un locale così», come Le Constellation, «sarebbe stato chiuso in cinque giorni». Fra le discutibili certezze, poco utili a fare chiarezza sulle responsabilità del rogo di Crans-Montana, ci sono queste strambe dichiarazioni alla stampa e i processi in diretta televisiva a un’intera nazione, la Svizzera, su cui si è scatenato un diluvio di accuse, dall’omertà al clientelismo, per l’assenza di controlli. La grancassa dell’indignazione ha rullato molto nei media italiani, con spronata lena e il contributo accanito di figure di spicco.

Il direttore del Giornale, Tommaso Cerno, su Rete4 spara: «Sono orgoglioso di non essere svizzero!». Si scopre così che si può essere orgogliosi di non essere qualcosa o qualcuno. Sui social scatta l’ironia sferzante: «Per quanto mi riguarda sono orgoglioso di non essere tua sorella». Qui il dibattito ha toccato il punto (finora) più basso, ma una cosa è buttarla in caciara in televisione, uno sport nazionale, un’altra è seguire l’autentico filo degli eventi e delle decisioni che hanno condotto alla tragedia. Attraverso le inchieste giornalistiche che scavano nel terreno giusto: lo stile di vita degli accusati, un’autobiografia della cupidigia e dell’arrivismo, due vizi molto diffusi, senza frontiere.

L’ascesa dei coniugi Jacques e Jessica Moretti è un capitolo da manuale del parvenu nella stazione sciistica di lusso di Crans-Montana, dove i soldi sono una leva per scalare la buona società e mantenersi ad alta quota, e per questo nessuno chiede da dove arrivino. «Quando il successo genera consenso, le domande diventano scomode», osserva lo scrittore Roberto Saviano. «Crans-Montana non è solo una tragedia. È il risultato di un silenzio che dura da anni». Un paradosso umano, troppo umano: le bocche aperte per la meraviglia di fronte al successo si chiudono quando è tempo di chiedere come un tizio dal nulla sia riuscito ad accumulare ricchezze e pure un vasto consenso, un talento perfezionato da Berlusconi e Trump.

Nel loro piccolo, in un decennio i coniugi Moretti hanno collezionato due ristoranti, un lounge disco bar, uno chalet di prestigio - 501 metri quadrati di cui 147 di giardino e 126 di spazi verdi aggiuntivi - e altre case unifamiliari. Il quotidiano Repubblica ha fatto due calcoli: «Investimenti da almeno 15 milioni di franchi, a cui sommare i costi per ristrutturazioni, arredi, cucine e servizi. Si sale così a oltre 20 milioni». Il giornale ne è certo, i soldoni sono stati «ampiamente finanziati dalle banche, mutui e rate mensili da capogiro che non hanno però spaventato i Moretti». Il sito zurighese Inside Paradeplatz esamina gli estratti del catasto, ma non c’è traccia delle ipoteche: da lì parte la narrazione che i coniugi avrebbero pagato tutto in contanti. Più tardi sarà smentita dal quotidiano Le Temps: «Hanno debiti bancari per oltre quattro milioni di franchi».

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Crans-Montana, il mosaico imprevedibile della tragedia